Era il 4 Novembre, dopotutto!

4 novembre locandina

Lo scorso 4 Novembre si è ripetuto il consueto calendario di appuntamenti e celebrazioni. Lontani dai fasti della reggenza La Russa del ministero della Difesa e dalle caratteristiche esposizioni di mezzi e installazioni espositive, sono tornate quanto meno in auge – sebbene in forma più contenuta, per adeguarsi alla “spending review” – l’apertura delle caserme e i concerti di bande e fanfare militari in molte piazze d’Italia.

Nella Capitale d’Italia, alla tradizionale deposizione della corona d’alloro al sacello del Milite ignoto sull’Altare della Patria (resa ancora più solenne dalle note musicali della Banda Musicale dell’Esercito, diretta dal Cap. M° Antonella Bona) è seguita, poche ore dopo, una nuova cerimonia in piazza del Quirinale. Lo spirito che ci si era prefissati per questa seconda manifestazione era quello dell’incontro tra militari e cittadini in un comune abbraccio, all’ombra del Quirinale, in concomitanza dell’inaugurazione di un’opera scultorea dedicata ai Caduti: una lunga lapide che reca i nomi dei centosettantacinque militari italiani caduti nelle missioni di pace del secondo dopo guerra, dalla guerra di Corea – in cui l’Italia inviò rappresentanze ed assetti del Corpo militare CRI – fino ai monti dell’Afghanistan. L’opera, articolata su diversi pannelli, fa certamente riflettere…specie in termini di proporzione: la prima lunga schiera di caduti – tutti nella stessa data – sono gli aviatori di Kindu; seguono, alla spicciolata, casi sporadici di incidenti considerabili, seppur nella loro tragicità, “di routine”; il marò Filippo Montesi, caduto in Libano nel 1982, apre il triste capitolo delle missioni fuori area degli ultimi trent’anni; seguono i nomi dei caduti nei Balcani, l’equipaggio di Lyra 34 e via via fino ai Caduti a Nassirya, in Iraq e in Afghanistan (tra i quali c’è anche il nome di DAVID – e non DAVIDE! – Tobini).

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L’opera “Angeli degli Eroi” di Flavio Favelli, con l’auspicio di non doverne aggiornare la tragica contabilità, è stata poi traslata nel sacrario delle bandiere del vittoriano dove sono esposte le bandiere di tutti i reparti militari sciolti dopo le guerre o dopo i recenti “salassi” di bilancio. Sebbene significativa, la lapide e il suo significato appaiono fin troppo ispirati all’analogo muro in granito nero che – a Washington DC – reca i nomi dei quasi centomila caduti americani nella guerra del Vietnam, ma – a differenza dell’installazione che l’ha ispirata – essa non sarà all’aperto bensì rimarrà custodita in un simulacro certamente significativo, ma sconosciuto ai più e destinato a rimanere tale. Se non altro sarà al riparo dagli atti vandalici che l’opera omologa della capitale americana non rischia, essendo affidata ad un popolo che persino nelle sconfitte evita di trascinare la propria bandiera nell’incandescenza delle polemiche. Data la natura di quest’opera, erano presenti alla cerimonia moltissimi parenti dei caduti e a loro è stato riservato un posto di prima importanza nello schieramento in piazza del Quirinale. Dopo la deposizione del cuscino di fiori il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si è intrattenuto, rientrando nel palazzo, con alcuni reduci e con i parenti di alcuni caduti e ha ricevuto una sonora contestazione da uno di essi, rimasto anonimo e allontanatosi subito dopo. Momenti di tensione per il cerimoniale, dunque, che non ha trovato modo alcuno di lenire lo sfogo di questo giovane parente, con gli occhiali scuri sotto ai quali asciugava costantemente lacrime con la mano, che lamentava qualcosa come una medaglia mancata e la disparità di trattamento tra il “suo” caduto e quelli degli altri. Nulla si è saputo di più e, nel frattempo – com’è d’uso in questi casi – il Capo dello Stato e il Ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno proseguito a salutare i bambini delle scolaresche, simulando indifferenza. Sono questi i rischi che si corrono a comprimere la società civile nel cerimoniale militare e cristallizzare il dolore privato di tante famiglie nel dominio pubblico delle date solenni. Serva di lezione! Rientrate le autorità nel Palazzo del Quirinale, sono state tolte le transenne e – come previsto dallo spirito della manifestazione – i parenti e gli altri civili hanno raggiunto i militari che avevano animato la cerimonia. I parenti dei caduti hanno potuto avvicinarsi alla grande lapide: l’hanno contemplata in silenzio, accarezzando il nome dei figli, e alcuni tra loro non riuscivano a trattenere le lacrime. E, a pochi metri, la Banda Musicale Interforze eseguiva marcette briose… L’atmosfera era quantomeno surreale.

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La banda interforze è una compagine musicale che nasce dall’esigenza di non fare torti a nessuna delle principali bande militari, che – per motivi di bilancio – non ci sarebbe modo di far suonare tutte insieme poiché ciascuna di esse è composta da un centinaio di orchestrali. Vengono quindi chiamati in servizio una manciata di musicisti da ognuna delle bande militari cosiddette “ministeriali” o “centrali” (Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Esercito e Marina Militare) per comporne una di una quarantina di strumentisti, diretti – a rotazione – dal Maestro Direttore di una delle suddette bande musicali.

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Il Ten.Col. M° Patrizio Esposito, direttore della Banda Musicale dell’Aeronautica Militare, ha pertanto diretto quella composta per il 4 Novembre. Tale formazione musicale, data la solennità dell’occasione in questione e delle altre a cui viene solitamente impegnata, ha indossato l’alta uniforme, esponendo pertanto una variopinta gamma di pennacchi, chepì e lucerne, giacche verdi della Finanza, code di rondine dei Carabinieri, code blu e oro della Marina e l’uniforme – indubbiamente troppo “da serata di gala” – dell’Aeronautica (frac e papillon). L’assortimento casuale della Banda Interforze e la rotazione, secondo le esigenze dei complessi musicali di appartenenza e secondo i turni di servizio, dei suoi musicisti comporta l’impossibilità di effettuare prove e di collaudare arrangiamenti ed esecuzioni: questo rende inevitabile e persino opportuno il dover ripiegare la scelta su pochi brani standard, che non sempre risultano consoni con l’occasione.

Il concerto – durato una ventina di minuti – che ha concluso la cerimonia dello scorso 4 novembre ha infatti sacrificato infatti il repertorio musicale tradizionale italiano in favore della ballabile Carmen di George Bizet, dell’onnipresente Guillaume Tell di Gioachino Rossini e delle tipiche marce americane di John Philip Sousa (dal sapore, forse, un po’ commerciale data la loro internazionalità), lasciando nella “lista dei desideri” brani certamente più adatti magari tratti dal canzoniere risorgimentale o dai canti della Grande Guerra e, in particolare, “Le Campane di San Giusto” (era il 4 novembre, dopotutto!).

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Soltanto la grande professionalità e l’ottima preparazione accademica e artistica degli orchestrali e del maestro direttore hanno fatto si che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione fosse buona. I musicisti militari (peraltro applauditissimi dalle ormai immancabili scolaresche, composte soprattutto da alunni della Scuola Primaria) hanno tamponato le sbavature di una cerimonia altrimenti improvvisata e concettualmente un po’ confusa tra festa e ricordo, brio e commozione, lacrime e rabbia…

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Sorvoliamo…come la straordinaria Pattuglia Acrobatica Nazionale delle Frecce Tricolori! Viva l’Italia! Viva la Repubblica! Viva le Forze Armate! Viva gli Italiani!

Articolo di Marco Potenziani e Claudia Giannini per Alamari Musicali

Filmati di Marco Potenziani per Alamari Musicali

Fotografie di Paolo Giandotti, Marco Potenziani e Davide Fracassi per Alamari Musicali

La Banda all’Expo 2015 Milano

L'ora del riposo durante i lavori dell'Esposizione Nazionale di Milano (1881) - Filippo Carcano

L’ora del riposo durante i lavori dell’Esposizione Nazionale di Milano (1881) – Filippo Carcano


La Banda Musicale dell’ Esercito Italiano, diretta dal M°Antonella Bona, si esibirà in un meraviglioso concerto nella suggestiva cornice delle Terrazze del Duomo di Milano in occasione della giornata inaugurale di Expo 2015 Milano.
Il programma musicale scelto è, come sempre, originale e interessante. Si partirà con l’adattamento, scritto da Nicholas D. Falcone, della Symphonic concert march di Giosué Bonelli, autore quasi sconosciuto della seconda metà del diciannovesimo secolo che ha composto un brano coi toni solenni e maestosi tipici della marcia inserendovi virtuosismi strumentali che la rendono un vero e proprio “pezzo da concerto”.
Il secondo brano in programma è l’adattamento scritto da Luca Valenti della Sinfonia per Banda op. 153 di uno dei primi e più prolifici compositori di musica originale per banda militare: Amilcare Ponchielli, infatti, prima di diventare docente al Conservatorio di musica di Milano era stato direttore della Banda della Guardia Nazionale di Piacenza e della Banda della Guardia Nazionale di Cremona e per queste produsse una gran quantità di composizioni per banda in forma di marce, sinfonie e concerti per solisti. Molto interessanti riguardo a questo compositore italiano, probabilmente sottostimato e sottovalutato negli anni recenti dalle bande italiane, sono gli studi compiuti dal professor Henry Howey, docente della Sam Houston State University del Texas.
Il terzo è un brano contemporaneo di non facile ascolto e di impegnativa esecuzione, ma assolutamente adatto all’ambiente religioso in cui verrà ospitato il concerto: Mosaici bizantini di Franco Cesarini (studente del Conservatorio G. Verdi Milano e all’Accademia Musicale di Basilea e poi docente al Conservatorio di Musica di Zurigo e del Conservatorio della Svizzera Italiana oltreché direttore della “Civica filarmonica di Lugano” e della “Civica filarmonica di Balerna”) è un imponente lavoro scritto nel 1993/94, ispirato a mosaici che rappresentano passi del Vangelo di Matteo: la natività di Gesù Cristo <>, il tempio di Gerusalemme <> e l’angelo della Resurrezione <>.
Infine il “pezzo forte”: la trascrizione di Giovanni Dall’Ara di una selezione tratta da un balletto che Romualdo Marenco compose insieme al coreografo Luigi Manzotti sul finire del diciannovesimo secolo e che fu rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1881, in occasione della Esposizione Nazionale di Milano…il celebre Gran Ballo Excelsior che ottenne un successo travolgente in tutto il mondo, anche grazie a La Scala Theatre Ballet School.

Qualora dovesse piovere, il concerto verrà eseguito nel Duomo di Milano – Duomo of Milan, simbolo di Milano: la più grande cattedrale gotica d’Italia e una delle più grandi d’Europa. Si ringrazia sin d’ora l’ospitalità della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, lo storico ente preposto sin dal 1837 alla conservazione e valorizzazione della Cattedrale milanese, istituito da Gian Galeazzo Visconti – allora Duca della città – per la progettazione e costruzione del monumento e poi impegnato “nella conservazione e nel restauro architettonico e artistico del Duomo, nell’attività di custodia e servizio all’attività liturgica e nella valorizzazione e promozione dello straordinario patrimonio di arte, cultura e storia che il simbolo di Milano possiede”.

IL MOSAICO DEL GRANATIERE

Il 18 febbraio 2015 un Granatiere di Sardegna in congedo (in congedo (il caporalmaggiore, poi sergente, Nello Sebastiano Genovese 9 sc 82 CCS 2 btg gra mecc ” CENGIO”) lanciò un appello, in forma di evento sul social network Facebook, dal titolo SALVIAMO IL MOSAICO DEL GRANATIERE che proponeva (al costo di un euro) l’adozione di una tessera del mosaico onde riuscire a salvarlo dalla possibile demolizione e finanziare il suo spostamento presso il Museo storico dei Granatieri di Sardegna *). L’entusiastica generosità con cui immediatamente risposero gli iscritti dell’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna, di cui fanno parte sia coloro che hanno militato con i bianchi alamari sia i simpatizzanti di questa specialità, mi ha particolarmente colpito e mi ha spinto a cercare qualche notizia sul Mosaico del Granatiere. Fu così che m’imbattei nel prezioso materiale fotografico raccolto dal Granatiere Ernesto Bonelli e, altrettanto generosamente, donata al Museo. Da questo si può evincere che la generosità aveva caratterizzato sin dal 23 agosto 1937 – data ufficiale d’inizio lavori – la realizzazione di questo grande mosaico policromo (circa trenta metri quadrati): vi si dedicarono infatti – nelle ore e nei giorni liberi dal servizio – granatieri, sottufficiali e ufficiali del 2° Reggimento Granatieri di Sardegna (tra cui il S.Ten, Lucchetti e il S.Ten. Tongiani) e, in particolar modo, il sottotenente dei Granatieri Lino Lipinsky De Orlov, autore ufficiale dell’opera realizzata con la cosiddetta tecnica vaticana.

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L’immagine scelta per il grande mosaico che decorava la facciata di quella che era la Casa del Granatiere, ovvero lo spaccio per la truppa (che all’epoca veniva chiamato “sala convegno della truppa”), fu quella del militare nell’atto di lanciare una granata: tale gesto, rifletteva il caratteristico impiego della Specialità nel primo periodo della sua esistenza. L’appellativo “granatieri” ebbe infatti origine dal fatto che, nel 1685, il re Vittorio Amedeo II di Savoia assegnò ad ogni compagnia del reggimento Guardie sei soldati incaricati di lanciare allo scoperto le granate. Avete letto proprio bene: 1685! I Granatieri sono, infatti, il più antico corpo militare italiano, poiché derivano direttamente dall’antico Reggimento delle Guardie Reali creato nel 1659 dal duca Carlo Emanuele II di Savoia e, sin dal 1664 a tale unità, spettava – nell’ordinamento militare – la precedenza su tutti gli altri reggimenti proprio per l’anzianità quale primo della fanteria d’ordinanza. La divisa grigioverde, indossata dal granatiere raffigurato nel mosaico, invece era stata adottata qualche anno dopo il trasferimento a Roma del 1° e del 2°Reggimento Granatieri di Sardegna, precedentemente di stanza a Parma e a Piacenza. Da allora gli alamari – che vengono, comunque, riprodotti sulle mostrine e che continuano a spettare ai soli Granatieri e Carabinieri – rimasero solo sull’alta uniforme da parata.

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Il Comandante del Reggimento, il Colonnello Alberto Mannerini, seguì personalmente la costruzione del mosaico e la realizzazione di tutti i numerosi affreschi (andati perduti) che decoravano le pareti all’interno della sala convegno truppa. La Casa del Granatiere, sita all’interno della Caserma Umberto I di piazza Santa Croce in Gerusalemme, che ospitava il Reggimento Granatieri di Sardegna fu ufficialmente inaugurata il 27 gennaio 1938 dal Capo del Governo Benito Mussolini.

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Durante il periodo bellico della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra di Liberazione, il mosaico subì seri danni a causa di colpi d’artiglieria o di arma da fuoco di grosso calibro.

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Subito dopo le vicende belliche la Caserma fu abbandonata dall’Esercito e, nel 1958, fu ceduta dal Ministero della Difesa all’Intendenza di Finanza che, in massima parte, non la utilizzò: com’è facilmente intuibile, la scarsa manutenzione o – per meglio dire – lo stato di abbandono dell’infrastruttura comportarono l’inevitabile degrado del mosaico. Ai Granatieri questo fatto provocava una profonda sofferenza spirituale e rappresentava un motivo di vergogna per la stessa città di Roma, alla cui difesa i Granatieri di Sardegna sono preposti. Pertanto, non appena venne costituito, il 1 ottobre 1979, il 2° Battaglione Granatieri Meccanizzato Cengio – che ereditò medagliere, motto, simboli e stendardo del 2° Reggimento – i granatieri chiesero con insistenza e, per voce del Granatiere Generale Raffaele Simone, ottennero dallo Stato Maggiore dell’Esercito che il mosaico venisse distaccato, restaurato e trasferito nel cortile della loro caserma Alfonso Albanese Ruffo di via Tiburtina. Dal 1982 esso fu dunque fedele compagno di tanti militari, giustamente orgogliosi della loro appartenenza a un corpo tanto glorioso, e fu testimone di avvenimenti festosi come la ricostituzione del 2° Reggimento Granatieri di Sardegna nel 1992, ma anche di tragici eventi – quale il misterioso suicidio del granatiere pisano Claudio Fausto Leonardini, precipitato da una finestra il 4 luglio 1995 e morto dopo quasi due settimane di coma – e degli scandali che ne seguirono. ***)

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Nel 1996 i granatieri furono trasferiti a Spoleto (dove ora, dopo un nuovo scioglimento, restano soltanto la 5ª e la 6ª Compagnia Fucilieri, che fanno parte del 1º Reggimento Granatieri di Sardegna) e il granatiere del mosaico restò nuovamente solo, almeno fino a quando nel 2010 – in seguito all’annunciata dismissione della caserma da parte del Ministero della Difesa e alle ricorrenti notizie di assegnazione dell’intero complesso militare al Comune di Roma – non giunsero gli attivisti del movimento Action per il diritto alla casa a occupare simbolicamente il sito per qualche ora. ****) Naturalmente le condizioni del mosaico, nuovamente rimasto per anni privo di qualunque intervento di manutenzione, stavano volgendo nuovamente al degrado e c’erano seri rischi che venisse proprio definitivamente demolito.

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Ma vi pare che coloro che (insieme ad alcuni rinforzi di volontari tra bersaglieri, carabinieri, carristi, cavalieri, paracadutisti e polizia dell’Africa italiana e a una parte della popolazione romana) dettero origine alla Resistenza italiana contro l’occupazione nazista seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, scontrandosi duramente contro le preponderanti truppe tedesche e resistendo eroicamente per due giorni presso Porta San Paolo poi sul Campidoglio – ultimo baluardo della difesa di Roma, difeso dalla IV Compagnia Reclute del 1º Reggimento, comandata del Capitano Alberto Alessandrini –  avrebbero potuto rinunciare a uno dei loro simboli? NO DAVVERO!

Il motto dei Granatieri deriva dal grido «A me le guardie per l'onore di casa Savoia!» lanciato dal Duca Carlo Emanuele II di Savoia, comandante del Reggimento Guardie Reali (Granatieri), ai suoi uomini, che si lanciarono in un corpo a corpo contro gli austriaci nella Battaglia di Goito del 30 maggio 1848 (Prima Guerra d'Indipendenza) e risultarono decisivi per le sorti del combattimento. Il motto venne ridotto, dopo la proclamazione della Repubblica Italiana, all'attuale motto:

Il motto dei Granatieri deriva dal grido «A me le guardie per l’onore di casa Savoia!» lanciato dal Duca Carlo Emanuele II di Savoia, comandante del Reggimento Guardie Reali (Granatieri), ai suoi uomini, che si lanciarono in un corpo a corpo contro gli austriaci nella Battaglia di Goito del 30 maggio 1848 (Prima Guerra d’Indipendenza) e risultarono decisivi per le sorti del combattimento. Il motto venne ridotto, dopo la proclamazione della Repubblica Italiana, all’attuale motto: “A me le guardie ! “

E così, a soli due mesi di distanza dall’inizio della colletta, ecco che Il Granatiere di Lipinsky De Orlov torna a Piazza Santa Croce in Gerusalemme…e proprio nel giorno del 356° anniversario della costituzione del Corpo delle Guardie Reali, da cui deriva la specialità dell’Esercito Italiano denominata Granatieri di Sardegna: il 18 aprile.

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La Musica d’ordinanza del I Reggimento Granatieri di Sardegna – diretta dal Maestro Primo Maresciallo Luogotenente Domenico Morlungo – ha dunque accompagnato musicalmente la cerimonia inaugurale di riposizionamento del Mosaico del Granatiere.

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Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, On. Domenico Rossi, taglia il nastro nel corso della cerimonia di riposizionamento del mosaico

Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, On. Domenico Rossi, taglia il nastro nel corso della cerimonia di riposizionamento del mosaico “Il Granatiere” insieme al Presidente dell’Associazione Nazionale “Granatieri di Sardegna”, Generale di Corpo d’Armata nella riserva Mario Buscemi, e al Comandante della Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”, Generale Maurizio Riccò.

“Oggi non potevo non essere qui, almeno per due motivi: primo perché da Sottosegretario alla Difesa, e quindi come esponente del Governo, ritengo che in tutte le cerimonie sia necessario far sentire la presenza delle Istituzioni; secondo perché, in passato, sono stato Comandante della Brigata Meccanizzata Granatieri di Sardegna e quindi, oltre al piacere di stare tra amici, sento l’orgoglio di avere contribuito all’operatività di una Brigata che ancora oggi è parte attiva di missioni nazionali (come Strade sicure)  e internazionali… Forse non tutti sanno apprezzare i valori che ci sono dietro una cerimonia come questa: cerimonie come quella odierna rappresentano un momento di grande riflessione e memoria ed è per questo che il mio plauso va al Presidente dell’Associazione Granatieri Gen. Buscemi per averla organizzata. Serve più cultura della difesa. E non dobbiamo dimenticare quel 25 aprile, quel giorno di Liberazione – che tra pochi giorni ci apprestiamo a “festeggiare” – e l’importanza del primo atto di resistenza della Divisione Granatieri contro i tedeschi l’8 settembre del 1943 a Porta San Paolo… La Resistenza, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato di padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese… Quindi, in un momento di crisi di valori etici e morali, una rinascita è certamente possibile per tutti (anche nei momenti di difficoltà) chiamando: A ME LE GUARDIE!”: ha dichiarato il Sottosegretario di Stato alla Difesa on. Domenico Rossi.

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L’attuale Comandante della Brigata Meccanizzata Granatieri di Sardegna, Generale di Brigata Maurizio Riccò, ha esaltato – al termine della cerimonia e del concerto – la figura del Granatiere che, nel solco delle tradizioni, “ha partecipato a tutte le più importanti battaglie per la costituzione dell’Unità d’Italia e fornisce, costantemente, il proprio contributo in molteplici scenari nazionali e internazionali, anche per la sicurezza dei cittadini”.

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Nel solco delle tradizioni anche il breve, ma suggestivo concerto che la Musica d’ordinanza dei Granatieri ha tenuto dinanzi ai numerosi presenti, emozionati nel riascoltare le marce della loro plurisecolare tradizione..

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tra cui la celeberrima Marcia d’ordinanza intitolata “I Pifferi”, scritta nel 1775 (pare da tale P. Napolitano) come marcia e sveglia per il 3° Reggimento Granatieri Guardie

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E l’indomani, per festeggiare degnamente il ritorno de Il Granatiere nella sua sede originaria, si sono riuniti tutti (o quasi) gli ex commilitoni che avevano fatto parte del 2° Battaglione Cengio.*****) e che ricordano con nostalgia i tempi in cui erano alloggiati nella caserma di Via Tiburtina, che non è più stata dismessa ed è attualmente sede del Reparto Comando e Supporti tattici della Brigata meccanizzata “Granatieri di Sardegna”.

Al termine della Grande Guerra i Granatieri di Sardegna furono destinati al presidio di Fiume, ma - in seguito a problemi con la minoranza croata - furono allontanati dalla città il 25 agosto 1919. Acquartieratisi a Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari), sette ufficiali inviarono a Gabriele D'Annunzio la lettera da cui sarebbe poi scaturita l'Impresa di Fiume: « Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo. » Il

Al termine della Grande Guerra i Granatieri di Sardegna furono destinati al presidio di Fiume, ma – in seguito a problemi con la minoranza croata – furono allontanati dalla città il 25 agosto 1919. Acquartieratisi a Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari), sette ufficiali inviarono a Gabriele D’Annunzio la lettera da cui sarebbe poi scaturita l’Impresa di Fiume: « Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l’unità d’Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L’Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo. » Il “poeta vate”, seppure fosse un Tenente in congedo dei Lancieri di Novara, volle farsi carico delle temerarie operazioni per la riconquista di Fiume (per la quale sarebbe stato insignito del grado onorifico di Generale di Brigata Aerea). Durante la fase finale dell’Impresa di Fiume volle indossare l’uniforme da Tenente colonnello dei “Granatieri di Sardegna” e onorare il Corpo coniando il motto “Di noi tremò la nostra vecchia gloria: tre secoli di fede e una vittoria.” che fu adottato con particolare entusiasmo dai Granatieri del II Reggimento (di cui il 2° Btg. Cengio raccolse l’eredità).

*) http://www.museimilitari.it/Articolo.asp?Articolo=MuseoGranatieri

**) http://www.granatieridisardegna.it/galleria_lipinsky_2.htm

***) http://archiviostorico.corriere.it/1997/luglio/09/Storie_sesso_caserma_co_10_9707097315.shtml      http://archiviostorico.corriere.it/1997/luglio/17/supertestimone_granatiere_buttato_dalla_finestra_co_10_9707178650.shtml  http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/12/20/tutti-assolti-per-la-morte-del-granatiere.html

****) http://www.abitarearoma.net/action-occupa-la-caserma-ruffo/

*****) http://militarynewsfromitaly.com/2015/04/20/ritorno-alla-naja-per-un-giorno-raduno-del-2-battaglione-cengio/

Cassino

Grazie all’intenso lavoro dell’Assessore alla Cultura Danilo Grossi, del Sindaco Giuseppe Golini Petrarcone e del consigliere comunale Danilo Salvucci e soprattutto grazie alla fattiva collaborazione del 80° Reggimento Addestramento Volontari dell’ Esercito Italiano i cittadini del comune di Cassino hanno avuto la possibilità di assistere al concerto della Banda Musicale dell’ Esercito Italiano. Esso si è tenuto presso il Teatro Manzoni di Cassino alle ore 11.00 di domenica 3 novembre 2013, come anticipazione del “Giorno dell’Unità nazionale e Festa delle Forze armate” che si celebra in tutta Italia il 4 novembre e alla vigilia delle numerose cerimonie ed eventi previsti per il prossimo anno 2014 per commemorare il settantesimo anniversario della distruzione di Cassino e dell’Abbazia di Monte Cassino, avvenuta in conseguenza dell’occupazione da parte delle truppe germaniche e dei bombardamenti da parte delle truppe alleate.
Queste le parole del Sindaco di Cassino, pronunciate al termine del concerto: <<Per noi è stato un onore oltre che un privilegio ospitare, nel nostro Teatro cittadino, la Banda Musicale dell’Esercito Italiano. Le note che abbiamo avuto modo di ascoltare da parte dei virtuosi musicisti della Banda dell’Esercito hanno un valore particolare e rappresentano l’anteprima della giornata di domani, 4 novembre, quando, come accade ogni anno, celebreremo presso il Monumento ai Caduti la giornata dedicate alle Forze Armate. La grande di partecipazione di pubblico oltre a testimoniare l’ottima qualità del concerto offerto, dimostra anche l’affetto che tutti i cittadini nutrono nei confronti delle Forze dell’Ordine. Il concerto è stata anche l’occasione per ringraziare tutte le Forze Armate per il loro lavoro che quotidianamente svolgono: un lavoro che ha l’obiettivo di garantire a tutti noi la possibilità di vivere in modo più sicuro. Il mio ringraziamento e quello dell’intera cittadinanza va quindi all’ Esercito Italiano, che ci ha regalato questa bellissima giornata che arricchisce ulteriormente il già folto calendario di eventi in programma per celebrare nel modo migliore i settant’anni dalla distruzione della nostra città. Una giornata che testimonia anche gli ottimi rapporti che ci sono tra le istituzioni ed in particolare, in questo caso, mi riferisco ai contatti costanti tra il Comune e l’80° R.A.V. di Cassino.>>
Tra il pubblico c’eravamo anche noi di Alamari Musicali, che consideriamo un onore, un piacere e un privilegio poter assistere a un concerto che abbiamo atteso con particolare impazienza, curiosità ed emozione poiché avevamo avuto modo di assistere alla prima prova di un programma che avevamo trovato, sin dal primo “assaggio” decisamente “difficile” e interessante. Dopo aver osservato in prima persona con quanto impegno e professionalità lavorano i musici e quanta maestria e “fatica” richieda il ruolo del vicedirettore, letteralmente non vedevamo l’ora di ascoltare il frutto di tutto questo: sentirli suonare oggi e vedere il capitano Antonella Bona dirigerli con leggiadra autorevolezza ha dato a tutti, persino a noi, l’impressione che la musica militare e sinfonica rappresentino il “lavoro” più facile del mondo… Eravamo anche curiosi di vedere come il pubblico avrebbe accolto la proposta di brani che si discostano un poco da quelli che solitamente gli spettatori richiedono, quali le “solite” arie della musica lirica italiana o qualche canzone popolare o, al massimo, gli inni o marce militari più noti: abbiamo notato con estremo piacere che il folto pubblico presente in sala ha gradito e applaudito con entusiasmo non solo le trascrizioni originali per banda della Sinfonia dall’opera Nabucco di Giuseppe Verdi (scritta da Franco Cesarini) e della Sinfonia dall’opera Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi (scritta da Wolfgang Wössner), ma anche le composizioni originali per banda “Fanfare for the common man” di Aaron Copland, Canterbury Chorale di Jan Van Der Roost, i cinque movimenti (Normandie, Bretagne, Ile-de-France, Alsace-Lorraine e Provence) della “Suite française” di Darius Mildaud, il prologo sinfonico per fiati “Rushmore” di Alfred Reed e la “Commando March” di Samuel Barber.
Alcuni tra voi – lo sappiamo – storceranno il naso e lamenteranno il fatto che si siano scelti grandi autori stranieri. Sappiate che i grandi compositori italiani – compreso Pietro Mascagni che tenne a battesimo e frequentava assiduamente la Banda dell’Aeronautica Militare – utilizzavano spesso gli organici delle bande, affidandogli anche parti importanti, nell’esecuzione delle proprie opere (p. es. Giuseppe Verdi e Gioacchino Rossini che indubbiamente amavano la banda), ma nessuno di loro si è mai degnato di comporre brani e sinfonie appositamente per banda e la situazione non è di molto migliorata negli anni successivi o al giorno d’oggi…. Pensate che l’unico italiano compositore famoso di musica cosiddetta “alta” che abbia scritto un pezzo appositamente per l’organico della banda fu Ottorino Respighi, anch’egli “frequentatore” assiduo delle bande militari italiane: nel 1932 egli compose la bellissima “Huntingtower Ballad” per la New York Military Band, su richiesta del suo “patron” Edwin Goldman, rinomato direttore, pianista e compositore americano.
Noi di Alamari Musicali, nel nostro piccolo, ci facciamo portavoce delle “lamentele” e, soprattutto, degli auspici confidatici da tutti i direttori delle Bande Musicali “Ministeriali” (Aeronautica, Carabinieri, Esercito, Guardia di Finanza, Marina e Polizia di Stato) in occasione di un recente convegno oltreché dei direttori delle Bande minori (inteso nel senso del numero dei componenti l’organico) e delle cosiddette Bande Dipartimentali delle stesse Forze Armate e dei Corpi di Polizia (tali possono essere considerate anche le Fanfare dell’Arma dei Carabinieri che in realtà hanno organico ridotto, ma strutturato in modo similare e speculare a quello dalla Banda) e delle Fanfare a Cavallo (Polizia di Stato, Lancieri di Montebello e Fanfara del 4 reggimento Carabinieri a Cavallo) e ci appelliamo ai moderni compositori italiani di “musica alta” – sempre che ce siano 😉 – perché si decidano a scrivere per i nostri Corpi bandistici militari e la smettano di snobbarli. Siamo, sinceramente, stanchi e demoralizzati nel sentire la solita complimentosa solfa della “Banda che suona come un’orchestra” al punto tale che ai nostri volontari è capitato di dire ai musici di alcune bande che frequentiamo anche nei dopo-concerto (le amiamo tutte parimenti, ma non tutte parimenti ci amano) la frase “Questa è una banda che mangia come un’orchestra (chiaramente in riferimento alla differenza di organico), ma che – grazie a Dio – suona ancora come una Banda!”.