Letteratura per banda

Nella sala intitolata a monsignor Antonio Murero – fu amato e indimenticato parroco a Forgaria nel Friuli – si è svolto un pregevole Concerto della Fanfara della Brigata alpina “Julia”, diretta dal Sergente Maggiore Flavio Mercorillo.

Un interessante programma musicale a sostegno di una lodevole iniziativa benefica finalizzata all’acquisto di attrezzature mediche per il reparto di urologia del Presidio Ospedaliero “Sant’Antonio” a San Daniele del Friuli.

Tra i brani eseguiti nel corso della serata di venerdì 20 gennaio 2023 – organizzata dal Comune e dalla Proloco di Forgaria in stretta collaborazione con il locale Gruppo Alpini dell’ Associazione Nazionale Alpini e con il Comando della Brigata Alpina Julia dell’Esercito Italiano – anche ENGLISH FOLK SONG SUITE di Ralph Vaughan Williams (un pilastro della letteratura per banda che raramente – o forse mai!? – si sente eseguita da una fanfara/banda militare italiana). Eppure il compositore inglese l’aveva pensata proprio per banda militare: fu eseguita, per la prima volta in pubblico, il 4 luglio 1923 alla Kneller Hall – all’epoca, sede della Royal Military School of Music e del Museum of Army Music – con il titolo di Folk Song Suite. La diresse il tenente Hector Ernest Adkins. Successivamente, il pezzo fu arrangiato per orchestra completa (1924) da Gordon Jacob (allievo dell’autore) e pubblicato con il titolo English Folk Song Suite, per banda di ottoni in stile britannico (1956) da Frank Wright e pubblicato come English Folk Songs: Suite. Tutte e tre le versioni furono pubblicate da Boosey & Hawkes, che ne ha curato anche la pubblicazione – nel 2008 – di partitura e parti complete che incorporano correzioni agli errori di scrittura evidenti nell’edizione originale e includono l’aggiunta di numeri di chiamata alla partitura e alle parti, i titoli delle canzoni popolari (aggiunti dove si trovano nella musica) che compongono la Suite e altre annotazioni utili ai direttori di corpi bandistici che volessero eseguirla.

Purtroppo posso proporvi soltanto un estratto dei tre movimenti: la marcia Seventeen Come Sunday (che raccoglie le canzoni popolari inglesi Seventeen Come Sunday, Pretty Caroline e Dives and Lazarus), l’Intermezzo My Bonny Boy (che comprende l’omonima canzone e il valzer inglese Green Bushes) e la marcia finale Folk Songs from Somerset (che comprende i brani popolari inglesi Blow Away the Morning Dew, High Germany, Whistle, Daughter, Whistle e John Barleycorn).

Altra “perla”, il poema sinfonico IL VERDE LIRI di Francesco Marchesiello (*), grazie al ritrovamento del manoscritto autografo ritrovato dal figlio dell’autore, negli Anni Novanta, tra le musiche paterne amorevolmente custodite e alla sua pubblicazione nella collana Florilegio Italico (Collana di musica per Banda di autori italiani dal Settecento ad oggi, a cura del Maestro Fulvio Creux, per le Edizioni Santabarbara).

La direzione della esecuzione di questo brano è stata affidata al Graduato Scelto Antonio Tomaipitinca, studente di composizione e direzione di orchestra di fiati al Conservatorio di Musica “Jacopo Tomadini” di Udine.

“Il poema sinfonico Il verde Liri è stato composto nel periodo bellico Ottobre – Maggio 1944, quando l’autore – sfollato con la famiglia sulle montagne della Ciociaria, nelle immediate ed infuocate retrovie del fronte di Cassino – cercava rifugio e riparo all’incalzare delle operazioni belliche che seminavano tutto intorno rovine e morte. Nella circostanza, il Maestro Marchesiello, in contrapposizione a tale rappresentazione tragica degli avvenimenti, per una incontenibile esigenza di purificazione e serenità interiore, nel felice ricordo degli anni trascorsi nella città di Sora, sua seconda patria, manifestò tutto il suo amore per questo rilevante elemento naturale sorano: il fiume Liri, che attraversa la città in un immenso letto di acque ancora incontaminate e di colore verde edera, che scorrono velocemente lungo tutta la ubertosa valle omonima, dando origine alle famose ed impetuose cascate ad Isola del Liri. Privo, allora, di adeguate dighe di protezione, spesso, con il periodo delle piogge si gonfiava, straripando dal suo letto naturale, dando origine a grosse inondazioni che rappresentavano un vero pericolo per gli abitanti della zona.
Nella partitura vengono evocati in maniera suggestiva tutti gli effetti spettacolari del corso d’acqua, come i colori, il rumore del vento e delle onde, l’improvvisa collera delle inondazioni, gli spruzzi di schiuma argentea delle cascate e il mutare di luci e ombre dall’alba al crepuscolo. La composizione, pertanto, è caratterizzata da momenti lenti, malinconici e struggenti che si trasformano, quasi subito, in travolgenti e impetuosi, tanto da trasmettere una grande energia vitale che pervade tutto il Poema.
Il fluttuare di momenti tanto diversi viene trasmesso dall’autore con cambiamenti repentini di tempi e di ritmi e con l’indicazione meticolosa dei segni di espressione che egli avrebbe voluto fossero messi in rilievo nell’esecuzione, anche a costo di penalizzare il rispetto dei tempi segnati. Affida il leitmotiv al Clarinetto, strumento principe di tutte le sue composizioni, ma utilizza anche i Corni e le Percussio­ni per esprimere, rispettivamente, la sua dolcezza e la sua grande energia vitale.
Il Maestro Marchesiello infonde ne Il verde Liri la propria visione della forza dell’acqua come forza della natura, che egli trasforma, con la musica, in forza di vita vista attraverso la sua profonda sensibilità di uomo buono e di artista.”: con queste parole la professoressa Francesca Marchesiello (docente nei Conservatori di musica di Salerno e Matera prima e del Conservatorio Statale di Musica “Nicola Sala” a Benevento, poi) descrive il meraviglioso poema sinfonico, di cui vi propongo un frammento (grazie alla registrazione effettuata da Overland Channel). Se ne avessi la possibilità chiederei al Maestro se il titolo della sua composizione sia stato in qualche modo ispirato al nome Verde che il sommo poeta Dante Alighieri aveva dato al fiume Liri nel Canto III del Purgatorio e nel Canto VIII del Paradiso della Divina Commedia.

Non posso esimermi dal fare i miei complimenti al giovane aspirante direttore, al suo direttore e a tutti i musicisti della Fanfara della Brigata alpina Julia e dal porgere i miei ringraziamenti al Comando Truppe Alpine, per la gentile collaborazione.

(*) Francesco MARCHESIELLO (Marcianise, 1893-1980), che aveva studiato clarinetto con il Maestro Bernardino Picone, a soli quattordici anni vinse il concorso di 1°clarinetto nella Banda Bianca di San Severo e – nel periodo 1908-1910 – si esibiva già come solista nei maggiori teatri italiani. Nel frattempo si dedicò allo studio di armonia, contrappunto, composizione, direzione e strumentazione per banda con i Maestri Francesco Cilea, Camillo De Nardis e Raffaele Caravaglios e si diplomò al Conservatorio di musica San Pietro a Maiella di Napoli. Verso la fine della prima guerra mondiale divenne vice direttore della Banda del Corpo della Regia Guardia di Finanza. Nel 1920, iniziò la sua attività di direttore di corpi bandistici con la Banda musicale di Balsorano e, nel 1921 accettò l’incarico di direttore della Banda sinfonica della Città di Sora in Ciociaria, dove si stabilì con la famiglia per lunghi anni. Nel 1929, che può forse essere definito il suo annus horribilis costituì – con l’aiuto economico del fratello, ma con risultati disastrosi proprio a causa di difficoltà finanziarie – un complesso bandistico (costituito da ben ottanta elementi) nella sua città natale e fu eliminato – nonostante si fosse classificato al primo posto dopo tutte le prove – dal concorso per Maestro Direttore della Banda della Guardia di Finanza poiché non aveva provveduto a iscriversi al Partito Nazionale Fascista). La sua carriera di direttore di bande musicali proseguì comunque con successo a Fontana Liri, Ceprano, Sturno, Matera, Monteroduni, Napoli, Alife e Auletta e non solo. Soprattutto durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, Marchesiello si dedicò alacremente alla composizione: concerti per violino e per organo, messe, sinfonie per orchestra e – va da sé – composizioni originali per banda.

In copertina, Le gole del Vitarello (1797) in un’opera di Jakob Philipp Hackert.

DAMNATIO MEMORIAE

GENESI, VITA, VICISSITUDINI, GIOIE E DOLORI DI UN INNO

Damnatio memoriae : perché dare questo titolo a queste brevi note riguardanti l’inno della Brigata “ Sassari” dell’Esercito Italiano, divenuto – sin dai primi momenti successivi alla sua composizione da parte dell’autore – popolarissimo sia in Sardegna e in Italia sia in numerose altre parti del mondo? Per il motivo, tanto semplice quanto increscioso, che mentre moltissime persone conoscono DIMONIOS, pochissime sanno chi l’abbia scritto e composto. Nell’Antica Roma, una persona invisa al Senato o al Popolo veniva condannata all’oblio e il suo nome veniva persino cancellato – se necessario, a colpi di scalpello – da ogni monumento a lei dedicato e da ogni sua opera materiale o puramente intellettuale. Non ne avevo, sino ad ora, compreso il motivo, ma ho sempre avuto la sensazione che qualcosa di simile fosse accaduto all’autore di questo bellissimo inno tanto caro a tutti coloro che amano la musica e, in particolar modo, quella con gli alamari e le stellette… Non avrei osato sperare che l’autore in questione seguisse l’attività divulgativa di Alamari Musicali sui social (in particolare su Facebook / Meta) e che mi contattasse (seppure tramite interposta persona). Questo, invece, é accaduto pochi minuti prima che mi accingessi a scrivere questa introduzione: a ventotto anni – quasi esatti! – da quell’autunno dell’anno millenovecentonovantaquattro in cui il Tenente Colonnello Luciano Sechi di Magomadas (Oristano), all’epoca Capitano in forza alla Brigata “Sassari” ne compose l’inno.

Ho deciso di riportare, parola per parola, il suo racconto: Penso sia una sorta di dovere morale anche nei confronti dei soldati che, avendo compreso immediatamente e apprezzato lo sforzo del proprio Capitano di non usare parole grondanti retorica o esaltazione nel racconto della epopea della eroica Brigata cui essi stessi appartenevano, ne hanno spontaneamente determinato la diffusione – come avveniva nelle trincee durante la Grande Guerra (1915 – 1918) che vide protagonisti i loro predecessori – cantandolo nelle riunioni conviviali e nelle feste paesane dalle piane del Campidano fino al Logudoro e persino negli ovili durante le feste per la tosatura. Il suono delle launeddas, il canto a cuncordu e il “virile” boh…boh.. del canto a tenores palesemente martellante hanno fatto il resto.

LA VERA STORIA DI DIMONIOS.

Ricordo come se fosse ieri quella mattina di fine settembre del 1994 nel cortile della Caserma Alberto Bechi Luserna a Macomer, sede del 45° reggimento Reggio. ero arrivato da quattro anni dalla nebbiosa Torino e iniziavo a godermi le bellezze della mia isola e del suo splendido clima. quel giorno tutta la caserma era in fermento…arrivava in visita al reparto, il Gen. Nicolò Manca da Ortueri, primo Comandante sardo della Sassari (per noi valeva più di una decorazione), per me fu una grande emozione: il mio Comandante diretto alla Cremona (appartenevo allora alla Compagnia Controcarri di stanza a Pinerolo) era lì, mio Comandante di Brigata. Mi vennero in mente le giornate “torinesi”, il buio cortile del condominio di Corso Sebastopoli dove abitavamo, rallegrato dalle voci dei bambini tra i quali anche mio figlio che in qualche modo cercava di giocare con i più grandi tra i quali il figlio dell’allora Colonnello Manca. Ricordavo la figura di quel bersagliere sardo che, per caricarci e spiegarci le fasi di qualche cerimonia o esercitazione, disdegnando i palchi e le tribune saliva sulle camionette. Sempre con il sorriso, ma inflessibile nell’indicare ad un gruppo di Ufficiali ritardatari la porta di uno splendido bar al centro di Cremona dove manco a dirlo eravamo tutti invitati ed eravamo veramente tanti a vedere il pallore dei quattro malcapitati.
Torniamo al fatidico settembre del 1994…come tutti gli altri …lo saluto formalmente e lui come se non lo sapesse “ …E tu. cosa ci fai qui?” sorrisi e gli rammentai di un pomeriggio di tre anni prima quando, impegnato in un corso a Caserta andai a trovarlo nella caserma Federico Ferrari Orsi dove lo vidi pedalare per il cortile. Dopo un buon caffè mi aveva lasciato dicendo “É probabile che ci si veda in Sardegna” (forse già sapeva del suo prossimo incarico). Torniamo a Macomer: finite le formalità, sempre nel cortile, mi disse “ Lo sai che la Brigata non ha un inno?” risposi “ Si sig. Generale” e dentro di me pensai “ Ma che c’entro io?”. Lui continuò: “ Mi aspetto da te un’idea. una composizione…qualcosa. e in fretta”. Questo approccio alla bersagliera mi lasciò di stucco. Non sapevo minimamente che il Generale si stesse già muovendo, chiedendo ai vari reparti se vi fosse qualcuno in grado di esprimere musicalmente qualcosa . Promise anche vari giorni di licenza e un premio in denaro ai soldati che avessero proposto qualcosa di valido. Tra il 1990 e il 1991 dirigevo un coro femminile di 22 ragazze con le quali animavo la liturgia in chiesa avvalendomi della mia chitarra, con l’aggiunta di qualche flauto e qualche tamburello suonato dalle ragazze. Il compianto Colonnello Antonio Angius del Comando di Brigata, che aveva una casa in campagna proprio a Magomadas, conosceva la mia attività ”musical-canora” e aveva fatto il mio nome al Generale.

Dico la verità: tutto mi sembrava una cosa assurda. Un conto era scrivere due canzoni per la Messa e suonarle con la chitarra, altro era inventare un inno per la Brigata “ Sassari”: una impresa che avrebbe fatto tremare i polsi anche a un musicista vero. Immaginate a me, semplice dilettante. Per un paio di giorni non pensai più a quella richiesta, tanto che credetti che ormai per il Generale fosse una cosa già passata di mente. Erano trascorsi non più di sette giorni e squillò il telefono. Risposi con un “ Pronto…”. Dall’altro capo solo una parola….per me “terrificante”: ” …Manca. ” (così si presentava). Riconobbi subito la voce e risposi quanto più formalmente potei.. ”E allora? Stai lavorando? “. In un attimo ricordai tutto. Non si era dimenticato! Farfugliai qualcosa, ma il “bello” doveva ancora venire: “Ti aspetto a Sassari tra una settimana, così mi fai sentire cosa hai fatto.”. Non sapevo come uscirne! Ero appassionato di poesia e di musica, ma dovevo condensare tutta un’ epopea in pochi versi e con adeguate note. Quel pomeriggio impiegai più di tre quarti d’ora per rientrare a casa… Guidavo piano e, nella mente, cercavo di immaginare delle parole e un ritmo che differisse dalle colte composizioni musicali – non sarei stato comunque in grado di farle, dato che non ho studiato musica, composizione e armonia – ma fosse, semplicemente, marciabile. Per tanti giorni iniziai a tamburellare un ritmo sul volante e canticchiare le parole che avevo nella mente. Scrissi le parole e iniziai a suonare le note su una vecchissima pianola di mia figlia. Con due strofe e il ritmo nella mente mi presentai al Gen. Manca. Era di pomeriggio… Lesse le parole… Ascoltò, anzi sentì, il ritmo e mi disse ”Lo sai che mi piace?”. Tirai un sospiro di sollievo. Mi fece rientrare a Macomer con la promessa che dopo una settimana sarei tornato per insegnare il ritmo e le parole ad un primo gruppo di militari. Trascorsa una settimana ritornai e , lo ricordo come che fosse ieri, nel cortile dove si svolgeva l’alza bandiera, oltre al Generale Manca trovai il Capitano Andrea Alciator e la sua Compagnia: tutti pronti ad intonare per la prima volta Dimonios. Tutto era pronto per la partenza ufficiale. Ebbi l’ordine di recarmi il più presto possibile a Cagliari – sede della Banda – con il primo spartito in modo che i musicisti potessero impararlo e successivamente suonarlo. Riunii alcuni ragazzi che come me gia’ cantavano in vari cori polifonici sardi : Antonio Poddighe di Romana, Massimo Achenza e Mariano Calzoni di Usini, Chicco Alzu di Suni ( autista) e forse qualche altro di cui non ricordo il nome. Per avere un supporto musicale valido a supportare le voci chiesi a Fabrizio Caggiari, organettista in un gruppo folk di Oliena di suonare Dimonios con l’organetto diatonico. Finito il servizio ci trovavamo in un angolo del cortile per mezz’ora di prova. La maestria di Fabrizio fece un miracolo: in pochi giorni eravamo pronti ad andare a far sentire alla Banda musica e canto. Con un minibus scendemmo a Cagliari, senza smettere un attimo di cantare e suonare : l’avventura era iniziata!
Il Generale Manca, entusiasta dell’accoglienza del brano da parte dei soldati, fa stampare dalla tipografia Chiarella di Sassari un pieghevole che riporta sia il testo – due strofe – sia lo spartito, scritto dalla mia ingenua dilettantesca mano. L’inno ormai viene suonato dalla Banda, e, come già detto è la colonna sonora di incontri conviviali o semplici riunioni di militari che lo insegnano agli amici.

Una bella mattina entrai in caserma e vidi dei militari, che mi sorridevano e in lingua sarda dissero: “ Capita’… Como la podimos intender cando cherimos !”. Chiesi subito di cosa parlassero, al che uno di loro tolse dalla tasca una musicassetta dalla copertina bianca e intitolata Dimonios. Era della Banda della Brigata e, tra gli altri brani militari, conteneva appunto Dimonios. La guardai: dapprima con curiosità, poi con rabbia: era appena iniziata la damnatio memoriae! Era la prima volta che in una musicassetta veniva inciso il brano e, vicino al titolo, non appariva minimamente il mio nome quale autore del testo e della musica!? Un atto di estrema scortesia e palese volontà di mettermi in qualche modo da parte. Parlo della faccenda con il Tenente Angelo Oggianu, cugino di mia moglie, valente chitarrista e più esperto di me dei diritti d’autore nonche’ Tenente del 45° reggimento. Angelo mi consigliò di andare il più presto possibile ad una sede SIAE per cercare di depositare il brano. La sera stessa andai a Sassari e chiesi di essere ricevuto dal Direttore dell’ Ufficio SIAE locale. Vi erano delle difficoltà a ricevermi (forse per il sopraggiungere dell’orario di chiusura). Tentai il tutto per tutto e dissi alla segretaria che avevo urgenza di parlare al Direttore, presentandomi come Capitano Luciano Sechi, autore dell’inno Dimonios. Ecco la bacchetta magica! Dopo neanche un minuto, ero davanti al Direttore che – gentilissimo – mi fece accomodare e – appena iniziai a parlare – senza dir nulla, tirò fuori dal cassetto una copia della musicassetta e mi disse: “Capitano. parla di questa?”. Rimasi un po’ stupito e lui, senza darmi tempo di dire alcunché’.: “ Ho capito….ora le fornisco i moduli di iscrizione e deposito…lo faccia immediatamente entro domani …mi raccomando. subito!”. Da esperto del settore aveva capito che qualcosa non andava. Non me lo feci ripetere due volte: presi i moduli e l’indomani stesso spedii la documentazione. Sarò sempre riconoscente a quel solerte e lungimirante dirigente. Visti i risultati, chissà oggi di chi
sarebbe stato Dimonios! Intanto, venni richiamato dal Generale Manca che mi fece notare quanto fosse breve il testo e mi chiese di aggiungere qualche strofa, cosa che feci prontamente dedicando le ulteriori due strofe alla purezza d’intenti e alle missioni di pace del nostro tempo. Risale proprio a quel periodo l’aneddoto – che il Generale Manca, puntualmente, riporta – in cui lui mi disse, tra il serio e il faceto “ Se non fai le cose in fretta e per bene rimani Capitano a vita! “. E di seguito “ Ma si può aggiungere qualche cosa anche in ortuerese ?”. Ebbi una sferzata di orgoglio e gli risposi che forse era meglio se continuassi io e finissi l’opera così come l’avevo iniziata.

Arrivò il momento del cambio del comandante: il Generale Manca cedette il comando al Generale Raffaele Grieco, un Generale non sardo che, pur essendo Bersagliere ed aver avuto sotto il suo comando la prestigiosa Fanfara del 3° Bersaglieri, poco si interessava di musiche militari. Notò comunque che i militari cantavano e fischiettavano Dimonios e chiese che cosa fosse, dato che si era ritrovato nel cassetto della scrivania un testo completo di spartito. Veloci come un fulmine ecco i cari colleghi…” No. sig. Generale…è un brano scritto da un Capitano del 45°…doveva essere l’inno della Brigata. ” E così, di seguito, a minimizzare e far cadere nel dimenticatoio quello che era già ufficialmente l’inno della Brigata (in quanto voluto e sancito dal Generale Manca). Le rare esecuzioni a livello ufficiale – a Macomer, per il Giuramento delle reclute venne normalmente eseguito (e posso senza ombra di dubbio asserirlo dato che ero speaker ufficiale della cerimonia da quegli anni fino alla fine della leva) – consentirono che non cessasse il diffondersi del brano. Iniziarono, anzi, ad eseguirlo vari gruppi di canto in lingua sarda tra i quali – per primo, anche se con un’armonizzazione particolare – il Coro di Ozieri, che lo presentò addirittura per la prima volta durante la premiazione del “ Premio Ozieri” (sicuramente il premio più prestigioso della poesia sarda). Tra i gruppi a tenores, il primo che lo armonizzò e presentò fu “ Su Cuntzertu Abbasantesu” di Abbasanta (con l’amico Felice Cau, per tutti Lice). Giunse a termine anche il periodo di comando del Generale Grieco: gli subentrò il Generale Giangabriele Carta, un Ufficiale che “conoscevo” dai tempi di Pinerolo quando – dirimpettaio della caserma del Nizza Cavalleria – guardavo con ammirazione la gigantografia di un fiero ufficiale sardo a cavallo: il Capitano Carta. Lo conobbi, poi, personalmente durante una festa del Corpo, celebrata appunto nella Caserma Alberto Litta Modignani (sede del Nizza Cavalleria). Il Generale Carta non diede ascolto alle voci di corridoio ed entusiasta volle che l’inno venisse suonato durante la rassegna ai reparti. In un articolo del giornale “Cagliari Casteddu”, venne travisata completamente l’azione del Generale Carta, scrivendo il titolone in grassetto “ Il Gen. Carta fece musicare l’inno Dimonios”: all’interno dell’articolo, il Generale spiegava bene che lui fece soltanto suonare di nuovo l’inno………..

Intanto, finita l’era delle musicassette, era iniziata quella dei compact disc. Come al solito, vennero incisi senza che ne sapessi alcunché e senza essere invitato alla presentazione. Il cd mi venne regalato dal Maresciallo gestore del Circolo dei Diavoli Rossi! Questa volta il mio cognome era stato scritto, anche se non si curarono di scriverlo correttamente. Sarà anche un peccato veniale e per alcuni cosa di poca importanza, ma tutto concorre al poco interesse nel fare le cose accuratamente. I correttori di bozze sono sempre più rari… Ad onor del vero, debbo all’allora Vice Comandante, Colonnello Pino, il dono di alcuni cd (dato che, nel frattempo, ne erano stati pubblicati altri, ma – come al solito – nessuno si era premurato di invitarmi alla presentazione…anzi!). Accadde anche lo scorso Natale: a Sassari, in occasione delle festività natalizie, venne fatto un concerto e Dimonios venne eseguito nella versione solista cantata da Maria Giovanna Cherchi (nota cantante folk sarda). Mi hanno invitato, almeno per amicizia se non per dovere? Ma quando mai! Ho saputo dell’evento tramite i giornali e tv locali… Vogliamo poi parlare del Premio Zenias, assegnato – a Ittiri – alla Banda della Brigata Sassari? Meritatissimo, indubbiamente! Ma, dato che – nella motivazione – si “sprecano” gli elogi per il “famoso, travolgente inno simbolo della Sardegna” pensavo che – non certo per ricevere alcun premio, ma almeno come ospite – sarei stato invitato. Nulla!

Anche il Generale Carta terminò il periodo di comando e gli subentrò il Generale Sabatelli. É durante il suo periodo che subisco lo smacco peggiore e la peggiore azione nei miei confronti. Ancora mi brucia e non riesco a capacitarmi della ragione per cui sia accaduto quanto mi accingo a raccontare.
Fu deciso di presentare ufficialmente l’inno. Quale migliore “veicolo” della televisione? L’emittente regionale Videolina decise di approntare un programma intitolato Antologia di Sardegna (condotto dal giornalista Dott. Frigo), la cui sigla era appunto dedicata all’inno della Brigata Sassari (dato che, sullo sfondo della bellissima Cagliari, appariva la Banda che eseguiva proprio l’inno). Tutti si guardarono bene dall’invitarmi: presenziarono vari colleghi, ma io ….nulla! La cosa peggiore fu che il giornalista, durante tutta l’intervista, non chiese mai la cosa più ovvia e naturale: ”Ma l’inno. chi l’ha scritto?”. Una caduta di stile inimmaginabile, che ancora oggi mi fa soffrire anche perché – manco a dirlo – il mio nome non appariva neanche nei titoli di coda. Fu aggiunto, soltanto dopo mie reiterate proteste con la direzione dell’emittente, nelle ultime puntate delle circa quaranta trasmesse!

Ero a Nulvi, cantavo – con il mio coro – in una rassegna regionale, quando mi giunse una concitata telefonata di mio figlio: ” Babbo…sono ad Olbia…sai nulla di un vino di pregio denominato Dimonios che riporta in etichetta una strofa dell’inno? “
caddi dalle nuvole e già il mattino dopo mi misi in contatto con il dott. Antonio Posadinu della direzione vendite della Sella & Mosca. Un putiferio! Loro asserivano che tutto era stato commissionato dalla Brigata e che erano in possesso delle autorizzazioni, una delle quali asseriva che l’autore aveva rinunciato a tutti i diritti. Nulla di più falso! Iniziò il calvario. Io mi rivolsi a
Giuseppe Bardini, un mio ex Sottotenente che esercita la professione di Avvocato ad Olbia, che si trovò a combattere contro il team legale della Davide Campari Spa di Milano. Lascio immaginare: in ogni modo, “minacciai” di bloccare la produzione, se non venisse almeno cambiata l’etichetta. L’ottenni, ma – preso dall’ira e dalla voglia di finire tutta la storia – non seguii i consigli e le direttive datemi dall’Avvocato Bardini e chiusi direttamente io con la Sella & Mosca: mi venne pagato un forfait e mi furono donate delle bottiglie di vino per alcuni anni. Ad oggi, tutto è finito. La Ditta continua ad omaggiare la Brigata con un congruo numero di bottiglie ed io, qualora volessi donare una bottiglia, dovrei comprarla pagandola di tasca mia! Ribadisco – a piena voce – sia con la Direzione della Sella & Mosca che con il Comando Brigata che, senza il mio intervento e conseguente azione legale, non mi avrebbero invitato neanche alla presentazione ufficiale del nuovo vino. Un distogliere lo sguardo e improvviso mutismo mi fecero capire che effettivamente sarebbe stato un altro colpo di scalpello!

E, ancora, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Battaglia dei Tre Monti, vennero fatti e presentati annulli postali speciali a tiratura limitata, destinati ai collezionisti di tutto il mondo. Nel retro, fu riportato il testo dell’inno. Sorpresa ! Dicitura finale…testo del Ten. Col. Luciano Sechi e musica del Maresciallo Atzeni. Alle mie proteste, il Presidente dell’Associazione filatelica mi rispose: ” Questo ci hanno dato al Comando Brigata!”

Il 19 Novembre 2022, a Biella, durante un Concerto di beneficenza svoltosi nel Duomo dove riposano le spoglie dei fratelli Lamarmora, la Banda della Brigata Sassari – oltre ad altri brani – esegue, naturalmente, Dimonios. Guarda caso, il mio nome non viene citato come autore! Vengono citati gli autori di altri brani eseguiti, ma io…..evidentemente non son degno… Viene però detto che il brano ”è stato arrangiato in seno alla Banda”.

Che dire poi delle ultime interviste alla tv Rai News 24 e su qualche tv locale da parte di “addetti ai lavori”, in cui non si ha la compiacenza di nominare almeno di sfuggita l’autore dell’inno, nonostante l’intervista si basi – appunto – su Dimonios?

Ci sarebbero altre decine di episodi da raccontare, ma – per mia dignità personale e perché non ho voglia, tempo e denaro da impiegare in azioni legali – tralascio e non riporto, ma non dimentico.

A prescindere da tutto questo, di una cosa sono orgoglioso: é un canto che é entrato nel cuore della gente, anche di chi non conosce la lingua sarda. Fanno testo le decine di migliaia di visualizzazioni (cosa curiosa, anche su YouTube nessuno chiede chi l’abbia scritto). Fanno testo gli Istituti di Formazione di ogni Arma o Corpo che hanno Dimonios tra le musiche militari: lo esegue anche la sezione Tamburi e Trombe della Scuola militare Teuliè di Milano e tutti gli allievi la cantano a tempo di marcia… Fa testo l’emozione di sentirla suonare dalla Banda della Brigata Sassari ai Fori Imperiali per la Festa della Repubblica: in special modo, dopo il terremoto dell’Emilia nel 2012, quando la Banda della Sassari fu – per volere del Capo dello Stato – la sola a sfilare cantando il proprio inno. Lo considerai un tributo e una minima ricompensa per tutte le migliaia di Sassarini morti in ogni tempo e in ogni luogo. Fanno testo le decine di gruppi di canto che la eseguono in ogni lingua. Fanno testo le attestazioni da me ricevute dai Presidenti della Repubblica Italiana Cossiga, Ciampi, Napolitano e Mattarella. Fanno testo le decine di ottime bande musicali che hanno Dimonios in repertorio. Fa testo il fatto che l’Orchestra Giovanile di Sassari – diretta dal M° G. Battista Ledda – l’esegua all’interno di Peraulas e sonos de Sardigna, un’opera che narra la storia della Sardegna attraverso la musica. Fa testo la presenza di Dimonios nella raccolta dei quaranta brani più significativi della Sardegna, a cura del M° Marco Pibiri (padre di Alessandro che perse la vita in terra straniera con i colori della Sassari). Fa testo lo sguardo di Papa Francesco quando ricevette il testo, quello scritto a mano da me. Fa testo l’attestazione della Regione Autonoma della Sardegna che lo ha considerato patrimonio della Sardegna (così come i Lions International durante pubblica cerimonia). Fa testo la candidatura di Dimonios quale Inno Ufficiale della Regione Sarda. Fanno testo gli alunni e studenti di scuole di ogni ordine e grado che in varie occasioni lo eseguono. Fa testo il canto accorato di Dimonios in onore di tutti i Caduti ai piedi di Nuraghe Chervu, splendido pezzo di Sardegna voluto dalla comunità Sardo-Biellese di Biella, guidata dall’instancabile e incomparabile cultore della Sardegna Battista Saiu. Fanno testo le scuole civiche di musica in cui viene regolarmente insegnato. Fa testo l’esecuzione di Paolo Fresu al Festival delle Dolomiti. Fa testo il premio ricevuto dalla Banda della Brigata Sassari a Ginevra durante l’incontro di Bande Militari (anche in quel caso riuscirono ad offendermi, cancellando – il giorno prima della partenza – il mio foglio di viaggio quale accompagnatore ufficiale della Banda, che partecipava al concorso con “ Dimonios” e mandando un altro Ufficiale che nulla c’entrava con la questione o meglio. c’erano delle questioni che non dirò per mia dignità personale). Fanno testo gli articoli su varie testate regionali e nazionali. Fa testo l’intitolazione del Circolo Regionale Sardo dell’Abruzzo e del Molise all’inno Dimonios (primo al mondo). Fa testo il nome Dimonios dato ad una nave passeggeri della flotta sarda. Fa testo il libro a fumetti che Bepi Vigna – fumettista di fama internazionale – ha intitolato Dimonios. Fa testo la scelta di Dimonios come sottofondo musicale, nel 2022, durante la serata finale del Premio Strega. Fa testo il fante, Pierluigi Farci di Sinnai, che mi omaggiò – primo in Sardegna – dell’esecuzione di Dimonios con le launeddas. Fa testo l’esecuzione fatta dalla tromba solista del Caporale Collu in una tetra stanza a Sarajevo, con molti gradi sotto zero nel 1999. Fa testo l’emozione di vedere un monumento dedicato solo all’inno: nel Comune di Magomadas, luogo dove l’inno vide la nascita fu eretto un artistico e bellissimo monumento in basalto e marmo di Orosei, opera di Piero Obinu, marmista di Suni. Fa testo l’omaggio tributato ai nostri tremila caduti dell’Armata d’Oriente che riposano nel cimitero di Zeitenlik a Salonicco: durante la commemorazione il Generale Scopigno (già Comandante della Sassari) ha voluto che risuonassero le note di Dimonios, eseguite dalla Banda del Corpo d’Armata “C” dell’ Esercito Greco. Fa testo lo speciale annullo postale con il testo di Dimonios che a cura delle Poste Italiane viene riportato sulle cartoline con le copertine d’epoca de La Domenica del Corriere raffiguranti le gesta della Brigata Sassari nella Grande Guerra. Fa testo la lectio magistralis – voluta dal Comandante Colonnello Marco Granari e tenuta al 151° Reggimento a Cagliari per spiegare il vero senso dell’inno: tale lectio, ripresa con strumentazione professionale, verrà divulgata capillarmente. Fa testo il fatto che il compositore M° Fulvio Creux, già Direttore della Banda dell’Esercito e autore della marcia di ordinanza dell’Esercito Italiano, nella sua opera Elegia a Gorizia abbia voluto inserire delle parti di Dimonios poiché lo considera “forse la più celebre musica militare italiana”. Fa testo l’emozione indescrivibile che mi toccò nel più profondo dell’animo quando qualche anno fa, in una trasmissione di Rai 1 dal titolo Storie Vere si raccontò la storia di un signore di Pavia che, colpito da un devastante aneurisma cerebrale, era stato ricoverato in gravissime condizioni e poi era rimasto in coma: dopo lunga terapia e permanente coma, i medici avevano consigliano ai familiari un costante impegno nello stimolare in ogni modo il loro caro; dopo mesi, il loro caro si risvegliò improvvisamente quando il figlio aveva fatto suonare all’orecchio del padre l’inno Dimonios, che amava tanto da averlo messo come suoneria del telefono mobile. Il signore stava bene e raccontò egli stesso in studio la propria storia. In tutto questo tempo non son riuscito a contattarlo e abbracciarlo, almeno virtualmente ma …non dispero Se la mia musica e le parole dell’inno hanno contribuito a salvare una vita. considero questo come la cosa più bella che potesse capitare nella storia mia personale e in quella di questo brano che ormai é nel cuore di innumerevoli persone.

Uniquique suum ….dicevano i latini o come dice Fabrizio Caggiari con il suo bel dialetto olianese ” A cadaunu su suo”.

Chissà quante cose ho dimenticato ma….una cosa è certa: non dimentico gli amici veri che in tutti questi anni mi hanno incoraggiato e spronato: in primis, il Generale Nicolò Manca, che mi ha sempre con i fatti, con le parole e con gli articoli difeso e protetto; il M° Alberto Cugia, che con competenza musicale e determinazione ha recentemente scritto la strumentazione per Banda sinfonica di Dimonios; il mio Maestro Gio Maria Tedde, al quale – per primo – feci vedere la mia prima ingenua trascrizione della melodia su un quaderno scolastico di musica e feci sentire il canto.

La strumentazione per banda sinfonica di DIMONIOS (inno della Brigata meccanizzata Sassari dell’Esercito Italiano, composto e scritta da Luciano Sechi) ad opera di Alberto Cugia é stato eseguito – durante una serata dedicata alla musica sarda, svoltasi il 2 dicembre 2022 nel Circolo Ufficiali del 3° Reggimento Lombardia dell’Arma dei Carabinieri – dalla Fanfara del 3° reggimento Carabinieri Lombardia diretta dal Maresciallo Capo M° Andrea Bagnolo, che ha voluto seguire fedelmente in ogni sfumatura l’intenzione iniziale del compositore di Dimonios. Insieme ai musicisti della Fanfara del 3° Reggimento Lombardia dell’Arma dei Carabinieri, il Coro Stella Maris di Magomadas e le launeddas del Generale Dante Tangianu.

Dimonios: testo e musica di Luciano Sechi – strumentazione per banda sinfonica: Alberto Cugia

Lo stesso spartito completo, così come ideato da Luciano Sechi e strumentato da Alberto Cugia, è attualmente allo studio della Banda musicale dell’Esercito Italiano e della Banda musicale del Corpo della Polizia Penitenziaria. Le due Bande lo eseguiranno quanto prima…

Alberto Cugia, capo fanfara della Fanfara Pasquale Russo della sezione di Dolianova dell’Associazione Nazionale Bersaglieri da lui stesso create nel lontano 1975, ha dato – nel 2017, su richiesta del Col. Gabriele Cosimo Garau (*) – un contributo determinante alla ricostituzione della Fanfara in armi del 3° reggimento Bersaglieri della Brigata meccanizzata Sassari (diretta dal Caporal Maggiore Capo Scelto Massimo Pia) della cui Banda musicale é, peraltro, un cofondatore (nel 1988, su richiesta del Generale Malorgio, Comandante della Regione Militare Sardegna: in quella occasione compose la marcia BRIGATA SASSARI

Nei primi Anni Ottanta, su richiesta dell’allora comandante Colonnello Giorgio Fontana, Alberto Cugia aveva collaborato alla creazione della fanfara del 1° Reggimento Fanteria Corazzato di Teulada (1981-1987) e, nel 1973, aveva svolto il servizio militare di leva nella fanfara del 1° Battaglione Bersaglieri di stanza a Civitavecchia. Come si dice? Bersagliere a vent’anni, bersagliere tutta la vita!

Eppure, a quanto pare, proprio a questo Bersagliere si deve la corretta interpretazione delle intenzioni e dei sentimenti che guidarono la matita o la piuma d’oca (trattandosi di bersagliere, potrei mai parlare di penna!??) del Capitano Sechi quando compose l’Inno della Brigata Sassari. Queste le parole dell’autore al riguardo: “Ripeto infatti che tutt’ora viene eseguito come la prima volta ma peggiorando tutto con il tempo che da pacata marcia per la fanteria sembra ora Flik Flok dei Bersaglieri, alcune note dell’introduzione vengono allegramente saltate, alcune parole vengono dette ognuno come vuole, e per finire la parte finale che, invece di esser cantata con le note a salire (come scritto nello spartito), vanno a scendere.”

(*) Al Colonnello Garau, lo stesso “formidabile duo” dedicò una bella marcia

marcia GARAU – Alberto Cugia (musica), Luciano Sechi e Alberto Cugia (testo)

Metamorfosi

Tutti sono felici di andare in battaglia, tutti sono felici di afferrare un’arma: nessuno vuole essere lasciato indietro. Anche i nostri nemici dovranno ammettere che il popolo tedesco sta combattendo per una giusta causa e non è andato in guerra solo per turbolenza, come vogliono proliferare le macchine di propaganda francese, russa e inglese. La gente è in uno stato di enorme entusiasmo.

scriveva il giovane Paul nel suo diario, quando suo padre Robert si arruolò nell’esercito tedesco e partì per la Prima Guerra Mondiale.


Riesco a malapena a immaginare la maggior parte dei musicisti come soldati. Bach come un sergente scelto, magari con indosso un paio di stivali troppo grandi, andrebbe pure bene, ma Beethoven che si esercita con il fucile, Mozart che lancia bombe a mano o fa la guardia davanti a una caserma, Schubert come tenente dell’Aeronautica o Mendelssohn come sottufficiale in un convoglio militare? Sono inconcepibili!

Così scriveva il compositore Paul Hindemith (16 novembre 1895 – 28 dicembre 1963), all’inizio del suo addestramento militare nell’esercito tedesco, in cui si venne arruolato solo nell’agosto del 1917 (a causa di una malformazione cardiaca) nonostante la sua insistenza a voler prendere il posto del padre (rimasto ucciso poco dopo l’inizio del conflitto).
Hindemith ebbe la fortuna di essere assegnato al Reserve-Infanterie-Regiment Nr. 222 (di stanza a Frankfurt), che aveva una banda musicale e un comandante amante della musica. Egli non solo permise a Paul di suonare il tamburo nella banda del reggimento, ma lo incoraggiò anche a formare un quartetto d’archi con altri commilitoni (Hindemith era violinista nella orchestra del Teatro dell’Opera di Francoforte) e a comporre musica per quella particolare formazione musicale.
Tant’é che scrisse a un amico: Il servizio non è così difficile, ho molto tempo libero e posso lavorare su quello che voglio.


Nel gennaio del 1918, venne trasferito in un villaggio dell’Alsazia che non era direttamente al fronte: lì ebbe persino il tempo di comporre il suo secondo “Quartetto per archi N. 2 Op 10, un’opera generalmente convenzionale, ma con un’atmosfera nervosa e strana che sembrava andare leggermente fuori controllo in alcuni punti. Evidentemente la vita musicale sotto le armi lo stava cambiando. Mentre eseguiva con il suo gruppo il “Quartetto d’archi in Sol minore” di Debussy, nel marzo 1918, ricevette la notizia della morte del compositore francese e annotò sul proprio diario: Era come se lo spirito fosse stato rimosso dal nostro modo di suonare, ma ora abbiamo sentito per la prima volta quanto la musica sia molto più che semplice stile, tecnica ed espressione di sentimenti personali. Qui la musica ha trasceso tutte le barriere politiche, l’odio nazionale e gli orrori della guerra.


Nel mese di maggio del 1918, Paul Hindemith, trasferito nelle Fiandre e sperimentata – per la prima volta – la vita al fronte, scrisse: Verso sera otto bombe sono cadute nei pressi del paese. Uno ha colpito il convoglio di munizioni che era accampato a meno di dieci minuti di cammino da noi… Uno spettacolo orribile. Sangue, corpi pieni di buchi, cervello, una testa di cavallo strappata, ossa scheggiate. Terribile! Quanto si diventa meschini e indifferenti… Non credevo che avrei potuto mangiare o lavorare in pace dopo aver visto uno spettacolo del genere… E ora si sta di nuovo a casa a scrivere, chiacchierare, di buon umore, senza pensare a quanto presto la campana potrebbe suonare anche per noi. Resteremo illesi?


Durante l’ultima settimana di guerra, gli fu ordinato di andare in trincea come sentinella e si ritrovò sotto numerosi attacchi con granate.
Il senso di sollievo per l’armistizio nel suo diario è palpabile: Fummo tutti svegliati e ordinati al Colonnello… Il Colonnello entrò dalla porta del castello accompagnato da diversi ufficiali e lesse a lume di candela… Rabbrividendo, udimmo che l’Imperatore aveva abdicato, che Ebert sarebbe diventato Cancelliere e – oh, più grande beatitudine! – che ci sarà il cessate il fuoco nei prossimi giorni… Siamo tornati a casa come abbagliati, a malapena in grado di cogliere questa notizia.


Tornato in Germania, ritrovò il suo posto in orchestra, ma decise di lasciare il Violino e suonare la viola e, soprattutto, di dedicarsi alla composizione. Dimenticò il romanticismo e si trasformò in un esponente dell’espressionismo se non addirittura della cosiddetta Musica d’avanguardia (descrisse la sua teoria armonica nel Ludus Tonalis 1940).
Alla fine degli Anni trenta, in seguito all’ascesa del nazionalsocialismo, la sua musica cominciò a essere ritenuta degenerata e il suo rapporto con il nuovo regime si rivelò ben presto spinoso. Nel 1938, considerando le origini ebraiche della moglie, emigrò con la famiglia in Svizzera e poi, nel 1940, negli Stati Uniti d’America. Durante questo periodo completò le sue opere più famose, tra cui la “Nobilissima Visione” (1938) e “Metamorfosi sinfonica di temi di Carl Maria von Weber” (1943 ). Divenne cittadino statunitense nel 1946 e continuò a lavorare, comporre e scrivere fino alla sua morte nel 1963.

Tratto da un articolo di Robert Weedon, pubblicato nel luglio del 2016 su Composers and Musicians of the First World War


Ascoltiamo i tre movimenti della sua “Symphony in B-flat for concert band” (Sinfonia in Si bemolle per banda da concerto) eseguiti dalla Banda musicale dell’Esercito statunitense americano (The United States Army Band) diretta dal Colonnello Andrew J. Esch. Il compositore la scrisse, su espressa richiesta del Tenente Colonnello Hugh Curry, nel 1951, proprio per questa banda. Chi meglio di loro!?

Credits: Accadde oggi “Classical Music”

Happy Birthday Henry Mancini-Legendary composer and WWII Hero

Big Band della Banda musicale dell’Arma dei Carabinieri esegue il tema principale della colonna sonora che HENRY MANCINI compose per il film THE PINK PANTHER https://youtu.be/QFleN0xOfNA

History of Sorts

American composer and conductor Enrico Nicola “Henry” Mancini was born in Cleveland on April 16 in 1924.But he grew up in Pennsylvania, where he played the flute flute with his father in an Italian immigrant music group called “Sons of Italy”,

At age eight, Mancini started to learn to play the piccolo.

He later studied piano and orchestral arrangement under Pittsburgh concert pianist and Stanley Theatre, currently called Benedum Center, conductor Max Adkins. Adkins also introduced Mancini to the up and coming bandleader Benny Goodman. So additionally to producing arrangements for the Stanley Theatre bands, Mancini also wrote one for Benny Goodman.

In 1942 Mancini went to the Juilliard School of Music in New York after a year at Carnegie Tech, but he never finished his studies. He was drafted to fight in World War II, in 1943 when he turned 18, and served in both the Army air forces…

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Il piatto di Sant’Antonio

La storia narra che Santa Maria degli Angeli, ancora oggi importante nodo stradale sulla tratta Roma-Firenze, era – almeno fin dal 1640 – stazione di posta e deposito di smistamento dei cavalli. Questi erano ospitati nelle spaziose stalle della casa Boschetti, ove era visibile – all’ingresso – sulla vela di una volta, l’immagine affrescata del Santo Protettore degli animali in atto di scongiurare il fuoco che sta per investirlo: simbolo della epidemia che, in quel tempo (a cavallo dell’Anno Domini 1860), mieteva vittime nelle campagne limitrofe e che fu fermata da Sant’Antonio abate. Poiché il gravissimo morbo non risparmiava neppure i cavalli dei postiglioni, costoro invocarono – con solenne triduo di preghiere – il Santo Eremita affinché, sconfiggendo il morbo, salvasse anche i cavalli. La loro preghiera non fu vana e i beneficati decisero, in segno di devota riconoscenza, di offrire a tutte le genti in quei giorni presenti una modesta refezione e di solennizzare l’imperitura gratitudine per la grazia ricevuta mantenendo tale tradizione negli anni e nei secoli a venire. Così nacque la consuetudine del Piatto di sant’Antonio: una porzione di maccheroni, due fette di carne in umido, quattro salsicce, due polpette di carne, pane, mezzo litro di vino e due mele. Tale impegno è stato fedelmente raccolto da tutte le successive generazioni e tramandato, fino ai giorni nostri, da regolare prioranza appositamente istituita.

La devozione, anziché affievolirsi, aumentò sempre più e cominciò a caratterizzarsi non solo con manifestazioni di culto esteriore, ma anche con la solidarietà verso i poveri del Paese: dopo aver attraversato, in un crescendo devozionale e di espansione folcloristica, il XIX e il XX secolo, questa lodevole tradizione é giunta nell’attuale XXI secolo “in gran forma”: in questi ultimi venti anni, un numero sempre maggiore di persone provenienti da tutta l’Umbria e non solo (si parla di oltre diecimila presenze) partecipano fisicamente alla processione religiosa che si svolge la domenica immediatamente successiva il 17 gennaio e migliaia di altri la seguono attraverso i mass media e i social media.

Allo scopo di non disperdere il patrimonio artistico e culturale, accumulatosi con il passare del tempo, per iniziativa della Pro Loco si ebbe a costituire l’ASSOCIAZIONE DEI PRIORI DEL PIATTO DI SANT’ANTONIO ABATE – Associazione di Promozione Sociale, fondata nel 1978, che ha sede nel Palazzo del Capitano del Perdono, che accoglie anche il Museo del Piatto di Sant’Antonio abate – che potesse difenderne l’autenticità delle fonti storiche e la tipicità angelana. Grazie a questa, sin dalla seconda metà del XX secolo, la manifestazione laico – religiosa del Piatto di Sant’Antonio Abate a Santa Maria degli Angeli, avvalendosi anche dell’impegno e dell’opera dell’Associazione dei Priori emeriti, ha avuto un’accelerazione espansiva, nel rispetto di un assioma: innovazione nella tradizione. L’Associazione dei Priori e la Prioranza in carica non si sono più limitate ad organizzare eventi solo nei giorni del Triduo in onore del Santo (che , negli anni, hanno visto più volte la partecipazione della Fanfara a cavallo della Polizia di Stato o dell’ Arma dei Carabinieri ), ma si sono adoperati per iniziative in campo artistico e storico, culturale e musicale che coprono l’intero anno sociale e che si svolgono in diverse aree geografiche italiane. Nello spirito più profondo della Festa del Piatto, hanno intessuto relazioni umane, sociali, religiose, folcloriche o di vera e propria amicizia fino formare una speciale rete spiritual-religioso-sociale con tanti borghi italiani, caratterizzati dalla devozione al Santo e ai valori fondanti del messaggio antoniano.

Oggi il Piatto di sant’Antonio viene consumato – nella domenica immediatamente successiva al 17 gennaio – dai residenti e dagli Angelani (così si chiamano i nativi e gli abitanti di Santa Maria degli Angeli) che vivono fuori dalle mura amiche, insieme ai loro amici e conoscenti (cui, spesso, si uniscono non pochi pellegrini e turisti), nelle osterie e nei ristoranti locali ad un prezzo politico: per tradizione, infatti, i Priori serventi debbono provvedere a gran parte della spesa: non bisogna mai dimenticare che il Piatto è nato come offerta gratuita verso i bisognosi!

I Priori serventi sostengono la parte principale delle spese per la realizzazione del ”Piatto“ (é diventata, da tempo, tradizione realizzare anche un piatto votivo in ceramica, in onore del Santo)

e lo inviano – proprio nel giorno della Festa di Sant’Antonio – ai Priori entranti (ognuno dei serventi ne sceglie uno tra le persone che più stima e meglio conosce): se il Piatto viene accettato, vuol dire che si accetta l’incarico; se viene respinto significa che si rifiuta. Il giorno successivo – durante il pranzo ufficiale – avviene lo scambio dei poteri (in realtà, il servizio del Priore deve essere una rimessa personale poiché esso é frutto di una volontà d’amore e di una scelta intima, spirituale ed umana). Questa particolare cerimonia avviene, da secoli, ogni anno. Purtroppo, a causa della pandemia di Covid-19, dal 2020 la Prioranza é “costretta” a resistere in carica: si prevede, al momento, fino al 2023.

Alamari Musicali ricorda con particolare emozione e commozione le edizioni del 20 gennaio 2013 e del 19 gennaio 2014 (cliccando qui trovate album fotografico)

e saluta con particolare affetto lo staff del Dal Moro Gallery Hotel, il proprietario di Sapori dall’Umbria e Nadia.

Per informazioni e aggiornamenti:

Associazione dei Priori del Piatto di Sant’Antonio Abate

Piazza Garibaldi – Palazzo del Capitano del Perdono

06081 – Santa Maria degli Angeli – ASSISI (Pg)

Cell. Presidente: 3382350756 – Vice presidente: 3487709764 – 3388461215 – Segretario: 3291105211

Mail: info@festasantantonio.it – Pec: festasantantonio@pec.it

PREGHIERA AL MILITE IGNOTO

Nella primavera del 1921, il colonnello Giulio Douhet – dalle colonne del settimanale Dovere, di cui era direttore – lanciò l’idea di onorare gli atti di eroismo e l’estremo sacrificio delle centinaia di migliaia di soldati italiani caduti durante la Prima Guerra Mondiale (e, soprattutto, dei tanti rimasti senza nome o senza degna sepoltura a causa della mancata indelebilità dell’inchiostro con cui erano scritti i nomi dei militari sul foglio matricolare che portavano al fronte, in una tasca interna della divisa) nella salma di un soldato sconosciuto che rappresentasse idealmente il marito, il figlio, il padre di quanti non avevano la possibilità di onorare le spoglie mai ritrovate del familiare disperso.
L’11 agosto di quello stesso anno, fu promulgato il provvedimento di Legge (n. 1075), che affidava al Ministro della Guerra la definizione delle modalità esecutive per la designazione e per le onoranze da rendere alla salma del caduto senza nome.

Il Ministro della Guerra in carica era, a quel tempo, il Deputato Luigi Gasparotto (eletto alla Camera – nel 1913 – nel collegio elettorale di Milano, ma nato e cresciuto a Sacile): sebbene esentato dal prestare servizio militare in quanto membro del Parlamento e nonostante l’età non più giovanissima (42 anni), egli aveva rinunciato al beneficio e combattuto in prima linea meritando, tra le altre, una Medaglia d’Argento al Valor Militare per il comportamento tenuto durante la battaglia per la conquista di Oslavia.
Il Ministro della Guerra, On. Gasparotto, così aveva disposto: <<Il 4 novembre p.v. si renderanno in Roma solenni onoranze alla salma senza nome, di un soldato caduto in combattimento alla fronte italiana nella guerra italo-austriaca 1915-1918… La salma – che avrà sepoltura in Roma, all’Altare della Patria – deve essere esumata nelle zone più avanzate delle nostre linee, dopo accurati e scrupolosi accertamenti perché sia garantita l’autenticità che essa appartenga ad un soldato italiano caduto in combattimento.
Affido pertanto il delicato compito all’Ispettore per le Onoranze Salme Caduti (Sua Ecc. Ten. Gen. Paolini) e prescrivo che a tale scopo esso costituisca una speciale Commissione da lui presieduta e composta: del Colonnello Paladini, capo dell’Ufficio Onoranze Salme Caduti e di un Ufficiale Superiore Medico destinato da] Direttore tecnico delle Onoranze Salme Caduti di questo Ministero (il Maggiore medico Nicola Fabrizi, N.d.R.). Ne faranno parte quattro ex combattenti e cioè: un Ufficiale, un sotto ufficiale, un caporale ed un soldato, che l’Ispettore anzidetto farà designare dal Sindaco di Udine (Luigi Spezzotti, N.d.R.).>>
Avrebbe accompagnato la commissione – ma senza farne parte integrante – il cappellano militare don Pietro Nani, già collaboratore del poeta Giannino Antona Traversi nella realizzazione del Cimitero degli Invitti sul Colle di Sant’Elia (l’attuale Sacrario militare di Redipuglia).
Circa l’esumazione delle salme, le disposizioni prescrivevano che le ricerche dovessero essere condotte <<nei tratti più avanzati dei principali campi di battaglia: San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile.>>
Su ciascun campo di battaglia, alla presenza di tutti i membri della commissione, doveva essere ricercata ed esumata <<la salma di un caduto certamente non identificabile>> e, per ciascuna esumazione, doveva essere redatto un verbale che precisasse tutte le cautele adottate durante l’esumazione.
Le undici salme, infine, dovevano essere sistemate in altrettante identiche casse di legno, fatte allestire a Gorizia e traslate nella Basilica di Aquileia entro il 27 ottobre.
Il successivo giorno 28, dopo la benedizione dei feretri, la mamma di un disperso in guerra avrebbe designato la salma che doveva essere onorata in eterno come “Ignoto Militi”.
La bara prescelta doveva essere collocata all’interno di una cassa di legno lavorato ad ascia e rivestita di zinco, fatta allestire a cura del Ministero della Guerra e quindi doveva essere trasferita a Roma mediante uno speciale convoglio ferroviario.
I rimanenti dieci soldati ignoti sarebbero stati tumulati nel cimitero retrostante la Basilica di Aquileia .

Risultarono designati – in data 26 settembre, con delibera del Sindaco di Udine – il Tenente Augusto Tognasso di Milano (mutilato, con 36 ferite), il Sergente Giuseppe De Carli di Azzano Decimo (Medaglia d’Oro al Valor Militare), il Caporal Maggiore Giuseppe Sartori di Zugliano (Medaglia d’Argento al Valor Militare), il Soldato Massimo Moro di Santa Maria di Sclaunicco (Medaglia d’Argento al Valor Militare) e quattro sostituti. Essi furono convocati per una riunione – che si svolse il 2 ottobre 1921 presso la sede udinese dell’Ufficio per le Onoranze ai Caduti, all’interno di Palazzo Caiselli – durante la quale vennero definiti il piano per le ricerche, le modalità per la designazione e altri problemi organizzativi e logistici. Al termine della riunione, il Generale Paolini pretese da tutti i partecipanti (compresi gli autisti, i falegnami, gli scavatori e tutti coloro che – a vario titolo – avrebbero operato insieme alla Commissione) il giuramento che mai avrebbero rivelato i luoghi ove si sarebbero svolte le ricerche. Poi – attraverso la Strada Statale 13, Ponte della Priula, Bassano del Grappa e la statale della Valsugana – i membri della Commissione giunsero a Trento. Il giorno dopo, essi mossero da Trento alla ricerca della prima salma.

<<…attraverso Rovereto, avvolta ancora nel silenzio del riposo e quando il sole stava per baciare le cime di quei monti che furono teatro di grandi gesta…>> scrisse il Tenente Tognasso nel suo diario (da cui sono stati tratti il docu-film La scelta di Maria di Francesco Micciché, trasmesso da Rai 1 il 4 Novembre 2021, e Il figlio ritrovato. Milite Ignoto: La scelta https://youtu.be/9S9KxUt_vdw portato in tournée dal gruppo teatrale Il Canovaccio e dall’Orchestra di fiati delle Forze Operative Nord dell’Esercito Italiano, diretta dal Sergente Cosimo Taurisano). L’ufficiale – va detto, a suo onore – mai ha nominato località o precisato i luoghi nei quali si svolsero le ricerche. Quel che sappiamo, lo dobbiamo al Colonnello della Riserva dell’Esercito Italiano Lorenzo Cadeddu ed è frutto di anni di infaticabili e sofferte ricerche: <<…l’unica località del Trentino di cui si parla nelle disposizioni emanate dal ministro è il Tonale (e non Rovereto). In termini geografici il Passo del Tonale dista in linea d’aria circa quaranta chilometri da Trento in direzione Nord Ovest, mentre Rovereto dista da Trento venticinque chilometri in direzione Sud Est. Non è verosimile che la Commissione abbia commesso un così grossolano errore né che, arbitrariamente, abbia modificato le disposizioni del ministro. È probabile invece che il settore a sudest di Trento sia stato ritenuto più idoneo per la ricerca, in quanto teatro di più aspri combattimenti, rispetto al settore del Tonale. Proprio a Sud Est di Rovereto, erano situati i punti più avanzati della massima penetrazione italiana: Zugna Torta, Coni Zugna, Costa Violina, Monte Forno ed altre località (conquistate d’impeto nel 1915 e perse nel 1916, a seguito della Strafexpedition). >>

Nonostante le più accurate ricerche, tuttavia, non venne rinvenuta alcuna salma insepolta. Venne allora deciso di esumarne una tra quelle di ignoti sepolti in un vicino cimitero di guerra che raccoglieva <<..il maggior numero di eroi..>>.

Rifacendoci agli esiti delle ricerche del Col. Cadeddu, il maggior cimitero di guerra del trentino, nel 1921, sorgeva in località Lizzana, proprio vicino a Rovereto. Il luogo anticamente era denominato Castello di Lizzana e vi sorgeva la residenza dei conti di Castelbarco: successivamente la denominazione venne cambiata in Castel Dante perché, secondo la tradizione, il Sommo Poeta – della cui morte, proprio quest’anno, si commemora il settecentesimo anniversario – vi avrebbe soggiornato nel 1303.

Nel dicembre del 1915, le operazioni offensive della 1^ Armata avevano consentito alle truppe italiane di avanzare lungo la Val d’Adige verso Trento, sino a raggiungere il margine meridionale del dosso (detto anche Colle) di Castel Dante e, più a oriente, le zone di Corna Calda e Costa Violina: sulle posizioni raggiunte, le fanterie italiane si rafforzarono allestendo trincee blindate, camminamenti e postazioni per artiglierie in caverna; il pianoro prativo di Castel Dante venne occupato d’impeto – la notte di Natale del 1915 – dai fanti del 114° Reggimento di Fanteria della Brigata Mantova, che vi si insediarono e lo difesero dai vigorosi ripetuti contrattacchi austriaci fino a quando, nel maggio 1916 (nonostante la strenua difesa da parte del 1/207° Reggimento di Fanteria della Brigata Taro) il sistema difensivo del saliente trentino fu perduto e il Colle di Castel Dante passò nuovamente e irrimediabilmente di mano.

Poco tempo dopo il termine del conflitto, il Colle di Castel Dante venne destinato a cimitero per raccogliere le salme provenienti da oltre centocinquanta cimiteri di guerra della regione trentina. Appena varcato il cancello d’ingresso del vecchio camposanto (- l’attuale sacrario risale agli Anni Trenta – si scorgeva, sulla destra, una lapide (sormontata da due baionette) sulla quale era scolpito il verso dantesco: Tutta la perfezion quivi s’ac quista; sulla sinistra, si trovava un riquadro di sepolture lì trasferite da una qualche località di montagna, di cui erano stati conservati tutti i monumentini, i cippi e la grande croce. Proseguendo lungo il viale d’ingresso si vedeva, ben conservata, la trincea in cemento armato costruita dai fanti del 114° Reggimento di Fanteria della Brigata Mantova. Oltrepassata la ridotta, la strada si biforcava: il ramo di sinistra saliva direttamente in cima al colle, quello di destra invece conduceva a un ampio locale detto “Sala della Riconoscenza” dove, in tre grandi vetrine, erano custoditi ed esposti al pubblico i piccoli oggetti appartenuti ai Caduti e rinvenuti addosso a loro (medaglie, amuleti, distintivi, monete, orologi e persino, dentro un elmetto, un teschio recuperato in un imprecisato tratto di fronte) mentre, sulle pareti, erano esposte fotografie dei cimiteri di guerra originari. Proseguendo per il ramo di sinistra si giungeva all’ossario vero e proprio, che era stato ricavato dall’antica cisterna del castello dei Castelbarco: una ripida scaletta in pietra portava al fondo del pozzo che, durante la guerra, era stato usato come ricovero per le truppe – sia italiane sia austriache – che presidiarono alternativamente quella posizione. All’interno vi erano custodite, in altrettante casse di legno, quattrocento salme di soldati ignoti “adottate” da altrettanti “benefattori” che, in memoria di un familiare disperso, avevano fatto una consistente offerta per la manutenzione del cimitero. Una targhetta, inchiodata alla cassetta, recava il nome del “benefattore” mentre su una parete erano stati riprodotti due versi della Canzone di Castel Dante musicata dal M° Riccardo Zandonai: “In faccia ai nostri monti ove soffrimmo,/ in faccia alle trincee ove morimmo!“. Dall’ossario si poteva salire direttamente a una terrazza che si apriva, maestosa, su un ampio tratto della fronte trentina. Vicino a questo impareggiabile osservatorio erano stati piantati alcuni cipressi che proteggevano dal vento le tombe dei Legionari trentini. Su un muro, una lapide ricordava al visitatore il sacrificio di Castel Dante e dei suoi eroici difensori: “Qui ove Dante cantò,/ Federico Guella/ sottotenente volontario/ con olocausto della vita/ consacrò il sito/ giovinezza ardente/ ai geni nostri sacra alla libertà latina./ Bezzecca sua culla orgogliosa lo piange/ Rovereto sua scuola lo venera/ Italia lo canta/ Con Lui/ il nobilissimo sangue profusero/ soldato Canter Angelo (Brescia)/ soldato Faciale Giuseppe (Padova)/ soldato Soto Ignazio (Chieti)“. A destra, sul versante della collina esposto a mezzogiorno, erano state sistemate le sepolture che originariamente erano tumulate nei cimiteri militari di Serravalle, Nago, Santa Margherita e Marco. A sinistra, erano state sistemate le salme dei cimiteri di Vo, Avio, Borghetto e Pilcante, nella parte più alta di quest’ultimo riquadro era stata innalzata una grande croce di ferro illuminata nelle ore notturne. Una lapide in marmo, murata tra blocchi di tufo, recava incisa una epigrafe, dettata dal Capitano dei Bersaglieri Giannino Antona Traversi: “Dalle nude zolle di Pilcante ove ebbero prima sepoltura tra il rombo e le fiamme, Qui fraterna pietà volle composte queste salme gloriose in più degna cuna di pace meta per tutto l’avvenire ai devoti della Patria“. Piccoli viali separavano i singoli campisanti, ricostruiti esattamente come erano nelle località di origine rispettandone proporzioni e simmetrie. Nel cimitero di Santa Maria era stata eretta una cappella votiva dedicata alla Madonna che custodiva un’artistica statua in bronzo della Vergine, illuminata da una lampada votiva. Completavano il versante meridionale della collina i cimiteri di Mori, Lizzana e Besagno. A destra del viale centrale erano situati i cimiteri di Coni Zugna, Santi Maurizio e Lazzaro, Santa Barbara e San Matteo, mentre a sinistra erano il Cimitero del Redentore e il Cimitero di Santa Giovanna d’Arco. Elmetti, croci, bossoli e filo spinato ornavano, con altri oggetti cari alla memoria dei combattenti, le semplici sepolture dei soldati. Nel versante a Est della collina, oltre ad alcuni riquadri nei quali erano tumulati i caduti della Legione Cecoslovacca, vi erano i cimiteri di San Giorgio, dell’Addolorata, di Crosano, di San Valentino e di Brentonico. Nel mezzo della spianata, si ergeva una cappella recante la frase – semplice, ma oltremodo significativa – PAX VOBIS e, all’interno del sacro tempio, erano stati sistemati un semplice altare e un’acquasantiera (realizzata con materiale bellico). Tra queste sepolture si aggirò la Commissione per procedere all’esumazione di un Soldato sconosciuto


All’epoca – in quello che era il maggior cimitero di guerra del Trentino, in località Lizzana, vicino a Rovereto – erano tumulate settemilaottocentoquarantanove salme provenienti da circa duecento cimiteri più piccoli, disseminati nella regione: tra queste, ben tremilaottocento appartenevano a Caduti non identificabili. Un numero che indigna, scandalizza, spaventa. Vale la pena, d’altro canto, ricordare che – durante la guerra – i caduti venivano tumulati (se e quando possibile!) in piccoli cimiteri, allestiti a ridosso delle trincee, e senza che venissero adottate particolari cautele: i cadaveri, infatti, venivano sepolti nella nuda terra (talvolta in fosse singole, ma molto spesso in fosse comuni). Non di rado, dopo intensi combattimenti, il campo di battaglia rimaneva in mano allo schieramento nemico pertanto la eventuale sepoltura dei morti era affidata al buon cuore degli uccisori.
Tra quei seimila caduti ignoti fu presumibilmente esumata la prima delle undici salme tra cui sarebbe stata scelta quella del Milite Ignoto. Lo scavo venne eseguito a mano: pian piano vennero portate alla luce le diverse parti del corpo e, alla fine, <<…apparve un fante in atto di tranquillo e sereno riposo, vestito della sua uniforme e con indosso le giberne…>>

Ricomposti i resti su un lenzuolo, gli indumenti e gli oggetti personali del caduto furono accuratamente esaminati alla ricerca di un qualsiasi possibile elemento che ne consentisse l’identificazione, ma non venne rinvenuto nulla che potesse permettere di presumere una sua possibile identificazione: si trattava, senz’alcun dubbio, di un soldato ignoto. Più volte, nel suo scritto, il Tenente Tognasso, ha evidenziato la speranza (propria e di tutti i membri della Commissione e di tutti gli addetti allo scavo e al trasporto delle salme) che i resti esumati presentassero un qualsiasi segno che, consentendone l’identificazione, desse alle famiglie dei Caduti una pur minima consolazione. In quel caso, non fu possibile. Don Pietro, il cappellano, benedì la salma. Nel ricomporre la salma dentro una delle undici casse (fatte appositamente allestire a Gorizia), la mano pietosa di un soldato provvide a mettere rami di abete sotto la testa del caduto, come si trattasse di un cuscino. Inchiodato il coperchio, la cassa venne avvolta nel Tricolore e caricata su uno dei mezzi a disposizione della Commissione. Le auto ripercorsero la strada in direzione di Trento. Giunti nei pressi di Rovereto, una moltitudine di gente, che aveva pacificamente e silenziosamente invaso la sede stradale, costrinse i veicoli a fermarsi: erano cittadini di Rovereto, per lo più ex combattenti, che pregarono il generale Paolini affinché consentisse al mezzo che portava le spoglie del Soldato sconosciuto di attraversare la cittadina trentina a velocità ridotta, in modo che la popolazione potesse tributargli i doverosi onori. Nonostante la cittadinanza di Rovereto fosse, in qualche modo, venuta a conoscenza della presenza della Commissione solo poche ore prima, l’intera città fu completamente imbandierata e la quasi totalità degli abitanti si assiepò lungo le strade per far ala al passaggio del feretro. Giunta a Trento, la cassa venne sistemata su un affusto di cannone trainato da una pariglia di cavalli e trasferita sino al locale cimitero cittadino. Prima di essere sistemata per la notte sull’altare di una piccola cappella, la cassa contenente i resti mortali di quel Soldato Ignoto ricevette gli onori militari da parte di un reparto e l’omaggio di autorità e di semplici cittadini. L’indomani, alle prime luci dell’alba, la Commissione con il primo feretro mosse per la seconda tappa del suo pellegrinaggio alla ricerca della seconda delle undici salme. I mezzi si diressero ancora una volta verso Rovereto e – attraversando la Vallarsa, Pian delle Fugazze e le Porte del Pasubio – la Commissione giunse nel cuore del Massiccio che fu pilastro del sistema difensivo italiano durante la Grande Guerra.

Non sapremo mai chi descrisse tanto bene quei momenti all’assisiate Giovanni Papi (*) – che di Rovereto avrebbe diretto la Banda nel 1928 e di cui pochissimo si sa (solo grazie al prezioso archivio della Casa Editrice Tito Belati e alle ricerche di Giorgio Cannistrà) – ma questi luoghi e l’atmosfera che vi si respira e le immagini di quel corteo funebre si ritrovano nella sua PREGHIERA AL MILITE IGNOTO https://youtu.be/xZXpV0HsRWs : una meditazione, una preghiera intrisa di dolcezza che oserei dire materna…della dolcezza di tutte quelle madri, addolorate e fiere, al di qua e al di là delle Alpi che avevano perso i propri figli in guerra e che in qualche modo lo ritrovarono in quel soldato ignoto…della dolcezza della terra, altrettanto addolorata e fiera, in difesa della quale tanti giovani caddero combattendo. Di quella dolcezza – nulla si perde grazie alla giusta intonazione e alla espressione adeguata – in questa esecuzione da parte dei musicisti della Fanfara della Brigata Alpina “Julia” (di cui lo stesso Giorgio Cannistrà é insostituibile elemento) impeccabilmente diretti dal Sergente Maggiore Flavio Mercorillo.

Il Maestro Fulvio Creux – direttore emerito della Banda Musicale della Guardia di Finanza e della Banda Musicale dell’Esercito Italiano – ne ha detto un gran bene: <<Ascoltando questo brano si ha l’impressione che, più che alla tradizione bandistica italiana, appartenga a un gusto d’oltralope, sulla scia di importanti compositori di quei tempi. Si deduce questo dall’interesse delle armonie, dai frequenti cromatismi e dall’andamento generale, che porta il brano a essere più una meditazione che non, come sovente succede in questo genere, una marcia funebre. Il recupero ad opera di Giorgio Cannistrà si rivela utile per tutti quei complessi che vogliono presentare qualcosa di originale e diverso nei loro concerti legati a questo tema. Anche l’esecuzione del brano, abilmente diretto da Flavio Mercorillo, si evidenzia per la dolcezza, intonazione e l’adeguata espressione.>>

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"Celeritate ac virtute", il motto del 7° reggimento Bersaglieri dell'Esercito italiano ora è pure scritto su muri della caserma "Trizio". Per iniziativa del colonnello Giovanni Ventura, comandante del reggimento, due writers di Altamura, Donato Lorusso e Mattia Pellegrino, hanno realizzato dei murales in cui, oltre al motto dello spirito bersaglieresco, hanno impresso una sfilata di bersaglieri. Un modo per fare crescere ulteriormente il già elevato spirito bersaglieresco esistente tra i leggendari bersaglieri e a valorizzare l'area esterna e periferica della città.
Il motto del 7° rgt. Bersaglieri e sfilata di bersaglieri: murales di Donato Lorusso e Mattia Pellegrino nella caserma “Felice Trizio” ad Altamura

La storia del Corpo dei Bersaglieri é iniziata nel 1836. Il “Settimo” (che sta per 7° reggimento) nacque, invece, nel 1871 a Verona: Per il valore dimostrato sul campo durante la seconda guerra mondiale viene definito “leggendario”. Come molte altre unità delle forze armate italiane esso si sciolse, in seguito all’Armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943. Il 7° reggimento fu ricostituito nel 1992 e, nel 2012, venne trasferito da Bari ad Altamura nella caserma “Felice Trizio”. Il 7° reggimento Bersaglieri – il cui motto è “Celeritate ac virtute” – é una unità “combat” dell’Esercito italiano (assegnata al Comando delle Forze Operative Sud) che contribuisce, con il proprio operato, alle quattro missioni assegnate alle forze armate italiane: difesa degli interessi vitali del Paese;, salvaguardia degli spazi euro-atlantici, contributo alla gestione delle crisi internazionali, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e intervento in caso di pubblica calamità.

In questi giorni si sono svolte – all’interno della caserma “Trizio”, per le vie di Altamura e nel Teatro “Mercadante” – le celebrazioni per i 150 anni del Settimo reggimento Bersaglieri. II programma, molto ricco, dedicato allo storico anniversario ha ottenuto il patrocinio dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, dei Comuni di Altamura, Acquaviva delle Fonti, Poggiorsini e Matera, della Città metropolitana di Bari e della Regione Puglia. Il fotografo Daniele Bai ha seguito tutti i momenti di questa emozionante “due giorni”, a cominciare dalla corsa – simbolica – dei bersaglieri per le vie di Altamura lungo un percorso che li ha portati (con il sostegno musicale da parte della loro fanfara) dal Palazzo comunale alla caserma https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742151974131&show_text=true&width=500 .

In una sala della caserma, sempre nella giornata del 30 giugno 2021, si é svolta un’affettuosa cerimonia con alcuni dei “bersaglieri per sempre” congedati che hanno fatto dono del cappello piumato di un eroe ai bersaglieri in armi https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742178734800&show_text=true&width=500 .

Nella giornata del 1 luglio, in cui – oltre ai centocinquant’anni e sei mesi esatti del “leggendario Settimo” – si ricordava il settantanovesimo anniversario dell’episodio ricordato dal cippo “Mancò la fortuna, non il valore”: il reggimento riuscì ad avanzare sino a soli 111 km da Alessandria e in quel luogo, nei pressi di El-Alamein, vi è ancora oggi il cippo commemorativo che ricorda la eroica resilienza dei Bersaglieri in terra d’Africa. Ai Caduti, di quella e di tante altre Campagne, sono stati resi gli onori in una toccante cerimonia presenziata dalla fanfara https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742209895579&show_text=true&width=500 .

Tra gli eroici uomini “cresciuti” nel Settimo, non si può dimenticare il Maggiore Giuseppe La Rosa, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, caduto a Farah (Afghanistan) nel 2013, dov’era in servizio con il 3° reggimento. A sua imperitura memoria é stato dedicato, nel parco della caserma “Felice Trizio”, un busto in bronzo https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742249816577&show_text=true&width=500 : la fanfara del 7° reggimento ha reso la cerimonia ancor più commovente e “sentita”. La cerimonia assume ancora più importanza alla luce del fatto che si é, proprio negli stessi giorni, conclusa la missione di pace della International Security Assistance Force in Afghanistan. La missione italiana – cominciata il 30 ottobre del 2001 – dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul (ch’era stata, da poco, liberata), si trasferì stabilmente a Herat, da dove per venti anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’addestramento delle truppe dell’esercito afghano. Nel corso di questi “Vent’anni” (che é anche il titolo di un noto canto bersaglieresco), la missione italiana – cui hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) – é costata la vita di cinquantatre militari italiani, caduti perlopiù in seguito ad attacchi e attentati.

La giornata é proseguita con altri momenti d’incontro tra i bersaglieri in armi e i bersaglieri in congedo https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742296737750&show_text=true&width=500 .

Nel pomeriggio, nel bellissimo Teatro “Saverio Mercadante” di Altamura (che al grande compositore diede i natali), si é svolto un interessante convegno – trasmesso in diretta dall’Associazione Nazionale Bersaglieri https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F325713609054158%2F&show_text=false&width=560&t=0 – intitolato “Il Settimo reggimento bersaglieri nel suo 150° anniversario dalla costituzione”.

All’evento, moderato dal giornalista Onofrio Bruno, sono intervenuti il Comandante delle Forze Operative Sud, Generale di Corpo d’Armata Giuseppenicola Tota, il Comandante della Brigata meccanizzata “Pinerolo”, Generale di Brigata Luciano Antoci, autorità politiche e religiose locali, tra le quali, il Prefetto di Bari, dott.ssa Antonia Bellomo, il vescovo di Altamura S.E. Monsignor Ricchiuti, i sindaci dei comuni di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti e Poggiorsini e i rappresentanti delle locali Associazioni Bersaglieri. Il Colonnello Ventura, Comandante del 7° Reggimento Bersaglieri, ha aperto i lavori salutando e ringraziando tutti i convenuti e i relatori che hanno aderito al convegno. Nel corso del suo intervento ha rievocato la storia del 7° Bersaglieri, che ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale in Africa Settentrionale, dove proprio il 1° luglio del 1942 (79° anniversario) il Settimo avanzò sino a 111 km da Alessandria e in quel luogo, nei pressi di El-Alamein, vi è ancora oggi il cippo commemorativo che riporta la storica frase “Mancò la fortuna non il Valore”. Il Comandante di reggimento ha voluto ricordare i caduti di tutte le guerre e le operazioni all’estero, tra i quali il Maggiore Medaglia d’Oro al Valor Militare Giuseppe La Rosa, vittima di un attentato in Afghanistan nel 2013, che è stato per un lungo periodo in servizio al 7° Reggimento. In suo onore è stato inaugurato alla caserma “Trizio” un busto in bronzo a lui dedicato, inaugurato con una significativa cerimonia alla presenza dei familiari del militare caduto. Il Generale Tota, nel corso del suo intervento, ha dato merito ai militari del 7° per il lavoro che svolgono ogni giorno al servizio del Paese, di cui hanno dato spiccata prova di professionalità e capacità durante i 6 mesi di impegnativo lavoro nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure” in Campania. L’Alto Ufficiale ha infine rivolto un ringraziamento alle autorità locali per la loro presenza e vicinanza al Reggimento, evidenziando quanto sia importante la sinergia tra istituzioni locali che operano per il bene dei cittadini. A conclusione del convegno è stato consegnato al Sindaco di Altamura, Avv. Rosa Melodia, un attestato di “Caporale dei bersaglieri ad honorem”, per la sinergia creatasi nel corso degli anni tra il Reggimento e la città, e un riconoscimento a due militari che si sono particolarmente distinti nel corso della recente Operazione “Strade Sicure/Terra dei Fuochi”. Il 18 giugno è, infatti, terminato il semestre dei bersaglieri di Altamura, guidati dal colonnello Giovanni Ventura, in due operazioni in Campania: “Strade sicure” e “Terra dei fuochi”: oltre 1200 donne e uomini dell’Esercito sono stati impiegati nel contrastare la criminalità, garantire la sicurezza di obiettivi sensibili, controllare il territorio, prevenire e contrastare la condotta di reati ambientali, operando in sinergia con le Prefetture e le Questure di Napoli, Caserta e Salerno (in sintesi sono stati 46.050 i pattugliamenti svolti, 224 le attività produttive ispezionate e 8 le persone denunciate). https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742427181011&show_text=true&width=500

Nel corso del convegno, si é esibita in più momenti la fanfara in armi del 7° reggimento Bersaglieri, diretta dal 1° Mar. Giovanni Carrozzo. Particolarmente significativa la esecuzione – in anteprima assoluta mondiale – di un brano “evocativo” composto dal Bersagliere Giovanni Zarola in onore e in ricordo agli eroi del “Leggendario Settimo” che combatterono a “El Alamein” (é proprio questo il titolo del brano) https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F164749882377535%2F&show_text=false&width=560&t=0 .

Il giorno dopo, 2 luglio, una corsa mattutina in caserma https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742632466143&show_text=true&width=500 : i musicisti della fanfara del Settimo hanno suonato correndo e, al termine della corsa, avevano ancora il fiato necessario per eseguire un intero e interessante concerto insieme ai ragazzi del “Symbola Percussion Ensemble” https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F937579200355266%2F&show_text=false&width=560&t=0

Stando a quanto riferisce Onofrio Bruno su Altamura Life, al 7° reggimento Bersaglieri verrà conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Poggiorsini che, in data 11 agosto 2021, andrà ad aggiungersi a quella già concessa tempo addietro dal Comune di Altamura. A Dio piacendo, poi, dal 24 al 26 agosto é previsto il tradizionale “Pellegrinaggio Cremisi” al santuario di Maria Santissima del Buoncammino (nella frazione Madonna del Buoncammino del Comune di Altamura). La “Madonna del Buoncammino” (o Buon cammino) detta anche “Odegitria” è, infatti, patrona del Corpo nazionale dei Bersaglieri e ad essa è dedicata anche una preghiera del bersagliere. http://www.bersaglieridiroma.it/?page_id=371#:~:text=Preghiera%20del%20bersagliere%20e%20la%20Santa%20Protettrice

Era il 4 Novembre, dopotutto!

4 novembre locandina

Lo scorso 4 Novembre si è ripetuto il consueto calendario di appuntamenti e celebrazioni. Lontani dai fasti della reggenza La Russa del ministero della Difesa e dalle caratteristiche esposizioni di mezzi e installazioni espositive, sono tornate quanto meno in auge – sebbene in forma più contenuta, per adeguarsi alla “spending review” – l’apertura delle caserme e i concerti di bande e fanfare militari in molte piazze d’Italia.

Nella Capitale d’Italia, alla tradizionale deposizione della corona d’alloro al sacello del Milite ignoto sull’Altare della Patria (resa ancora più solenne dalle note musicali della Banda Musicale dell’Esercito, diretta dal Cap. M° Antonella Bona) è seguita, poche ore dopo, una nuova cerimonia in piazza del Quirinale. Lo spirito che ci si era prefissati per questa seconda manifestazione era quello dell’incontro tra militari e cittadini in un comune abbraccio, all’ombra del Quirinale, in concomitanza dell’inaugurazione di un’opera scultorea dedicata ai Caduti: una lunga lapide che reca i nomi dei centosettantacinque militari italiani caduti nelle missioni di pace del secondo dopo guerra, dalla guerra di Corea – in cui l’Italia inviò rappresentanze ed assetti del Corpo militare CRI – fino ai monti dell’Afghanistan. L’opera, articolata su diversi pannelli, fa certamente riflettere…specie in termini di proporzione: la prima lunga schiera di caduti – tutti nella stessa data – sono gli aviatori di Kindu; seguono, alla spicciolata, casi sporadici di incidenti considerabili, seppur nella loro tragicità, “di routine”; il marò Filippo Montesi, caduto in Libano nel 1982, apre il triste capitolo delle missioni fuori area degli ultimi trent’anni; seguono i nomi dei caduti nei Balcani, l’equipaggio di Lyra 34 e via via fino ai Caduti a Nassirya, in Iraq e in Afghanistan (tra i quali c’è anche il nome di DAVID – e non DAVIDE! – Tobini).

david tobini

L’opera “Angeli degli Eroi” di Flavio Favelli, con l’auspicio di non doverne aggiornare la tragica contabilità, è stata poi traslata nel sacrario delle bandiere del vittoriano dove sono esposte le bandiere di tutti i reparti militari sciolti dopo le guerre o dopo i recenti “salassi” di bilancio. Sebbene significativa, la lapide e il suo significato appaiono fin troppo ispirati all’analogo muro in granito nero che – a Washington DC – reca i nomi dei quasi centomila caduti americani nella guerra del Vietnam, ma – a differenza dell’installazione che l’ha ispirata – essa non sarà all’aperto bensì rimarrà custodita in un simulacro certamente significativo, ma sconosciuto ai più e destinato a rimanere tale. Se non altro sarà al riparo dagli atti vandalici che l’opera omologa della capitale americana non rischia, essendo affidata ad un popolo che persino nelle sconfitte evita di trascinare la propria bandiera nell’incandescenza delle polemiche. Data la natura di quest’opera, erano presenti alla cerimonia moltissimi parenti dei caduti e a loro è stato riservato un posto di prima importanza nello schieramento in piazza del Quirinale. Dopo la deposizione del cuscino di fiori il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si è intrattenuto, rientrando nel palazzo, con alcuni reduci e con i parenti di alcuni caduti e ha ricevuto una sonora contestazione da uno di essi, rimasto anonimo e allontanatosi subito dopo. Momenti di tensione per il cerimoniale, dunque, che non ha trovato modo alcuno di lenire lo sfogo di questo giovane parente, con gli occhiali scuri sotto ai quali asciugava costantemente lacrime con la mano, che lamentava qualcosa come una medaglia mancata e la disparità di trattamento tra il “suo” caduto e quelli degli altri. Nulla si è saputo di più e, nel frattempo – com’è d’uso in questi casi – il Capo dello Stato e il Ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno proseguito a salutare i bambini delle scolaresche, simulando indifferenza. Sono questi i rischi che si corrono a comprimere la società civile nel cerimoniale militare e cristallizzare il dolore privato di tante famiglie nel dominio pubblico delle date solenni. Serva di lezione! Rientrate le autorità nel Palazzo del Quirinale, sono state tolte le transenne e – come previsto dallo spirito della manifestazione – i parenti e gli altri civili hanno raggiunto i militari che avevano animato la cerimonia. I parenti dei caduti hanno potuto avvicinarsi alla grande lapide: l’hanno contemplata in silenzio, accarezzando il nome dei figli, e alcuni tra loro non riuscivano a trattenere le lacrime. E, a pochi metri, la Banda Musicale Interforze eseguiva marcette briose… L’atmosfera era quantomeno surreale.

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La banda interforze è una compagine musicale che nasce dall’esigenza di non fare torti a nessuna delle principali bande militari, che – per motivi di bilancio – non ci sarebbe modo di far suonare tutte insieme poiché ciascuna di esse è composta da un centinaio di orchestrali. Vengono quindi chiamati in servizio una manciata di musicisti da ognuna delle bande militari cosiddette “ministeriali” o “centrali” (Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Esercito e Marina Militare) per comporne una di una quarantina di strumentisti, diretti – a rotazione – dal Maestro Direttore di una delle suddette bande musicali.

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Il Ten.Col. M° Patrizio Esposito, direttore della Banda Musicale dell’Aeronautica Militare, ha pertanto diretto quella composta per il 4 Novembre. Tale formazione musicale, data la solennità dell’occasione in questione e delle altre a cui viene solitamente impegnata, ha indossato l’alta uniforme, esponendo pertanto una variopinta gamma di pennacchi, chepì e lucerne, giacche verdi della Finanza, code di rondine dei Carabinieri, code blu e oro della Marina e l’uniforme – indubbiamente troppo “da serata di gala” – dell’Aeronautica (frac e papillon). L’assortimento casuale della Banda Interforze e la rotazione, secondo le esigenze dei complessi musicali di appartenenza e secondo i turni di servizio, dei suoi musicisti comporta l’impossibilità di effettuare prove e di collaudare arrangiamenti ed esecuzioni: questo rende inevitabile e persino opportuno il dover ripiegare la scelta su pochi brani standard, che non sempre risultano consoni con l’occasione.

Il concerto – durato una ventina di minuti – che ha concluso la cerimonia dello scorso 4 novembre ha infatti sacrificato infatti il repertorio musicale tradizionale italiano in favore della ballabile Carmen di George Bizet, dell’onnipresente Guillaume Tell di Gioachino Rossini e delle tipiche marce americane di John Philip Sousa (dal sapore, forse, un po’ commerciale data la loro internazionalità), lasciando nella “lista dei desideri” brani certamente più adatti magari tratti dal canzoniere risorgimentale o dai canti della Grande Guerra e, in particolare, “Le Campane di San Giusto” (era il 4 novembre, dopotutto!).

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Soltanto la grande professionalità e l’ottima preparazione accademica e artistica degli orchestrali e del maestro direttore hanno fatto si che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione fosse buona. I musicisti militari (peraltro applauditissimi dalle ormai immancabili scolaresche, composte soprattutto da alunni della Scuola Primaria) hanno tamponato le sbavature di una cerimonia altrimenti improvvisata e concettualmente un po’ confusa tra festa e ricordo, brio e commozione, lacrime e rabbia…

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Sorvoliamo…come la straordinaria Pattuglia Acrobatica Nazionale delle Frecce Tricolori! Viva l’Italia! Viva la Repubblica! Viva le Forze Armate! Viva gli Italiani!

Articolo di Marco Potenziani e Claudia Giannini per Alamari Musicali

Filmati di Marco Potenziani per Alamari Musicali

Fotografie di Paolo Giandotti, Marco Potenziani e Davide Fracassi per Alamari Musicali

Vairanum acriter impugnans, in nullo profecit

Nel giorno del 155° anniversario del famoso “incontro a Teano” tra il generale Giuseppe Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele II, è bene ricordare ch’esso si svolse a Vairano Patenora.

Alamari Musicali

La fortezza e il borgo di Vairano Patenora (CE) La fortezza e il borgo di Vairano Patenora (CE)

La fortezza di Vairano Patenora resiste lassù dalla fine del IX secolo. Il suo nome entrò nella storia agli inizi del secolo successivo, all’epoca del sovrano normanno Guglielmo II e dell’imperatore Enrico VI di Svevia, che lo assegnò all’abate di Montecassino, Roffredo dell’Isola, il 20 maggio 1191. Scontenti della decisione regia, i Vairanesi – fieri eredi degli antichi popoli degli Opici, dei Sanniti, dei Sidicini vissuti nelle “Terre di Vario” e passati dalla dominazione romana a quella longobarda senza mai farsi completamente annientare – decisero di opporsi a tale opposizione e, affidatisi alla guida del conte Ruggero di Chieti, resistettero all’assedio posto alla loro città e sconfissero, durante la battaglia della notte tra il 7 e l’8 agosto 1193, le truppe alleate dell’abate Roffredo e dell’imperatore Enrico VI scoraggiando definitivamente le loro mire. Negli anni successivi, invece, la fortezza di Vairano…

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Ciao dal 2 Giugno 2015

Sbadigli in tribuna autorità, applausi della tantissima gente e delirio alle prove.
La Parata dello scorso due giugno ha presentato qualche novità rispetto alle edizioni precedenti. Il morale delle truppe certamente è stato alto sin dalle prove, sia a Guidonia che soprattutto quelle notturne del 29 maggio ai Fori Imperiali, dove le ore di ozio che hanno preceduto l’ammassamento e il defilamento sono state condite da goliardici sfottò e una gioia molto diffusa, specialmente dai paracadutisti che hanno trovato un’ottima spalla nella fanfara della Taurinense e dai corpi civili, ammassati invece pochi metri più in fondo alle Terme di Caracalla. https://youtu.be/306NVcvrcTU La fanfara dei Bersaglieri e i Forestali hanno animato l’intero settore prendendo letteralmente in ostaggio Crocerossine e Corpo Militare CRI. Più silenziosi i militari della Marina, dopo l’indicibile affair “gavettone” dello scorso anno che si credeva fosse l’unico motivo dell’assenza del Comsubin dalla parata. Ci avevamo creduto anche noi che un gavettone tirato dai giganti verdi della Marina all’indirizzo del Capo di Stato Maggiore della Marina fosse l’unico motivo della loro mancata partecipazione, ma poi ci siamo guardati un po’ intorno. Le forze speciali mancavano praticamente ovunque: Il 9° Col Moschin e gli Alpini del 4° Parà sono rimasti altrettanto in caserma. Tra le forze di Polizia una fila per uno tra NOCS e GIS, che erano impersonati da uomini di altre specialità data la loro contenuta mole corporea. Il perchè di tale scelta resta misterioso: c’è chi parla di addestramento delle forze speciali in vista delle operazioni contro gli scafisti in Libia e chi di eccessivo buonismo.
Ad ogni modo noi che abbiamo sempre esecrato le polemiche sul due giugno, non inizieremo certo a farne oggi.

Osserviamo però, oltre alla giusta attenzione – che sempre si poteva dare – agli atleti militari e a quelli paralimpici, che l’iniziativa degli ombrelli colorati dei bambini, che hanno occupato metà della tribuna fotografi ammassando gli operatori dell’informazione in una tonnara, non si sa bene quale contributo abbiano aggiunto. Dallo scorso anno il ritorno delle Frecce Tricolori, rimaste nell’hangar per le edizioni 2012 e 2013 sotto al loden di Mario Monti che la sarta aveva riadattato anche un po’ ad Enrico Letta, ha esercitato uno straordinario effetto traino per la partecipazione popolare che è stata altissima, a livello delle parate dell’era Ciampi. Qualche polemica l’ha suscitata l’autore dei testi che sono stati distribuiti sia alla stampa – inclusi i cronisti della Rai – che letti dall’annunciatore ufficiale su via dei Fori. La Musica d’Ordinanza dei Granatieri ha sfilato nel grigio verde della Grande Guerra ed è stata venduta per la tenuta del 1848. La data di fondazione del primo Reggimento, scritta chiaramente sui tamburi in 1659 è stata letta per 1748 mentre la fondazione dei Corazzieri è stata anticipata al 1540 rispetto al 1868. L’affronto più grave è stato inferto alla Brigata Sassari che è stata accorpata ai Granatieri di Sardegna. L’accuratezza dei testi in una parola: un disastro. Tra le altre cose, ben tornate divise storiche. Sono uscite dai magazzini quelle confezionate per la parata del 2011 dei 150 anni dell’Unità, tra cui le prime file della compagnia storica della Guerra di Liberazione in divisa inglese del CIL, cosa che probabilmente non è nemmeno conosciuta da chi ha scritto i testi ma che il consulente militare che stava in cabina di commento Rai, solitamente il generale Fogari, non mancava di sottolineare. Un ultimo appunto sulle divise storiche del ’15-’18: non abbiamo capito bene di che colore fossero dato che ogni reparto, a seconda della sartoria ch ha preso l’appalto, ne aveva repliche di tinte sensibilmente diverse. Solo quelle dei Sassarini erano ineccepibili. Per il resto, dato il budget che le viene dedicato, la parata non è destinata ad avere novità di rilievo, sebbene il sapore di molti dei tagli che le hanno inferto è di sapore decisamente demagogico. Vadano i carri armati e i sorvoli aerei, ma se ogni corpo civile sfilasse con la sua banda e la parata durerebbe mezz’ora in più di sola musica. Quale sarebbe il costo? Il lucido per gli ottoni?

All’anno prossimo.

MARCO POTENZIANI per ALAMARI MUSICALI