Happy Birthday Henry Mancini-Legendary composer and WWII Hero

Big Band della Banda musicale dell’Arma dei Carabinieri esegue il tema principale della colonna sonora che HENRY MANCINI compose per il film THE PINK PANTHER https://youtu.be/QFleN0xOfNA

History of Sorts

American composer and conductor Enrico Nicola “Henry” Mancini was born in Cleveland on April 16 in 1924.But he grew up in Pennsylvania, where he played the flute flute with his father in an Italian immigrant music group called “Sons of Italy”,

At age eight, Mancini started to learn to play the piccolo.

He later studied piano and orchestral arrangement under Pittsburgh concert pianist and Stanley Theatre, currently called Benedum Center, conductor Max Adkins. Adkins also introduced Mancini to the up and coming bandleader Benny Goodman. So additionally to producing arrangements for the Stanley Theatre bands, Mancini also wrote one for Benny Goodman.

In 1942 Mancini went to the Juilliard School of Music in New York after a year at Carnegie Tech, but he never finished his studies. He was drafted to fight in World War II, in 1943 when he turned 18, and served in both the Army air forces…

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Il piatto di Sant’Antonio

La storia narra che Santa Maria degli Angeli, ancora oggi importante nodo stradale sulla tratta Roma-Firenze, era – almeno fin dal 1640 – stazione di posta e deposito di smistamento dei cavalli. Questi erano ospitati nelle spaziose stalle della casa Boschetti, ove era visibile – all’ingresso – sulla vela di una volta, l’immagine affrescata del Santo Protettore degli animali in atto di scongiurare il fuoco che sta per investirlo: simbolo della epidemia che, in quel tempo (a cavallo dell’Anno Domini 1860), mieteva vittime nelle campagne limitrofe e che fu fermata da Sant’Antonio abate. Poiché il gravissimo morbo non risparmiava neppure i cavalli dei postiglioni, costoro invocarono – con solenne triduo di preghiere – il Santo Eremita affinché, sconfiggendo il morbo, salvasse anche i cavalli. La loro preghiera non fu vana e i beneficati decisero, in segno di devota riconoscenza, di offrire a tutte le genti in quei giorni presenti una modesta refezione e di solennizzare l’imperitura gratitudine per la grazia ricevuta mantenendo tale tradizione negli anni e nei secoli a venire. Così nacque la consuetudine del Piatto di sant’Antonio: una porzione di maccheroni, due fette di carne in umido, quattro salsicce, due polpette di carne, pane, mezzo litro di vino e due mele. Tale impegno è stato fedelmente raccolto da tutte le successive generazioni e tramandato, fino ai giorni nostri, da regolare prioranza appositamente istituita.

La devozione, anziché affievolirsi, aumentò sempre più e cominciò a caratterizzarsi non solo con manifestazioni di culto esteriore, ma anche con la solidarietà verso i poveri del Paese: dopo aver attraversato, in un crescendo devozionale e di espansione folcloristica, il XIX e il XX secolo, questa lodevole tradizione é giunta nell’attuale XXI secolo “in gran forma”: in questi ultimi venti anni, un numero sempre maggiore di persone provenienti da tutta l’Umbria e non solo (si parla di oltre diecimila presenze) partecipano fisicamente alla processione religiosa che si svolge la domenica immediatamente successiva il 17 gennaio e migliaia di altri la seguono attraverso i mass media e i social media.

Allo scopo di non disperdere il patrimonio artistico e culturale, accumulatosi con il passare del tempo, per iniziativa della Pro Loco si ebbe a costituire l’ASSOCIAZIONE DEI PRIORI DEL PIATTO DI SANT’ANTONIO ABATE – Associazione di Promozione Sociale, fondata nel 1978, che ha sede nel Palazzo del Capitano del Perdono, che accoglie anche il Museo del Piatto di Sant’Antonio abate – che potesse difenderne l’autenticità delle fonti storiche e la tipicità angelana. Grazie a questa, sin dalla seconda metà del XX secolo, la manifestazione laico – religiosa del Piatto di Sant’Antonio Abate a Santa Maria degli Angeli, avvalendosi anche dell’impegno e dell’opera dell’Associazione dei Priori emeriti, ha avuto un’accelerazione espansiva, nel rispetto di un assioma: innovazione nella tradizione. L’Associazione dei Priori e la Prioranza in carica non si sono più limitate ad organizzare eventi solo nei giorni del Triduo in onore del Santo (che , negli anni, hanno visto più volte la partecipazione della Fanfara a cavallo della Polizia di Stato o dell’ Arma dei Carabinieri ), ma si sono adoperati per iniziative in campo artistico e storico, culturale e musicale che coprono l’intero anno sociale e che si svolgono in diverse aree geografiche italiane. Nello spirito più profondo della Festa del Piatto, hanno intessuto relazioni umane, sociali, religiose, folcloriche o di vera e propria amicizia fino formare una speciale rete spiritual-religioso-sociale con tanti borghi italiani, caratterizzati dalla devozione al Santo e ai valori fondanti del messaggio antoniano.

Oggi il Piatto di sant’Antonio viene consumato – nella domenica immediatamente successiva al 17 gennaio – dai residenti e dagli Angelani (così si chiamano i nativi e gli abitanti di Santa Maria degli Angeli) che vivono fuori dalle mura amiche, insieme ai loro amici e conoscenti (cui, spesso, si uniscono non pochi pellegrini e turisti), nelle osterie e nei ristoranti locali ad un prezzo politico: per tradizione, infatti, i Priori serventi debbono provvedere a gran parte della spesa: non bisogna mai dimenticare che il Piatto è nato come offerta gratuita verso i bisognosi!

I Priori serventi sostengono la parte principale delle spese per la realizzazione del ”Piatto“ (é diventata, da tempo, tradizione realizzare anche un piatto votivo in ceramica, in onore del Santo)

e lo inviano – proprio nel giorno della Festa di Sant’Antonio – ai Priori entranti (ognuno dei serventi ne sceglie uno tra le persone che più stima e meglio conosce): se il Piatto viene accettato, vuol dire che si accetta l’incarico; se viene respinto significa che si rifiuta. Il giorno successivo – durante il pranzo ufficiale – avviene lo scambio dei poteri (in realtà, il servizio del Priore deve essere una rimessa personale poiché esso é frutto di una volontà d’amore e di una scelta intima, spirituale ed umana). Questa particolare cerimonia avviene, da secoli, ogni anno. Purtroppo, a causa della pandemia di Covid-19, dal 2020 la Prioranza é “costretta” a resistere in carica: si prevede, al momento, fino al 2023.

Alamari Musicali ricorda con particolare emozione e commozione le edizioni del 20 gennaio 2013 e del 19 gennaio 2014 (cliccando qui trovate album fotografico)

e saluta con particolare affetto lo staff del Dal Moro Gallery Hotel, il proprietario di Sapori dall’Umbria e Nadia.

Per informazioni e aggiornamenti:

Associazione dei Priori del Piatto di Sant’Antonio Abate

Piazza Garibaldi – Palazzo del Capitano del Perdono

06081 – Santa Maria degli Angeli – ASSISI (Pg)

Cell. Presidente: 3382350756 – Vice presidente: 3487709764 – 3388461215 – Segretario: 3291105211

Mail: info@festasantantonio.it – Pec: festasantantonio@pec.it

PREGHIERA AL MILITE IGNOTO

Nella primavera del 1921, il colonnello Giulio Douhet – dalle colonne del settimanale Dovere, di cui era direttore – lanciò l’idea di onorare gli atti di eroismo e l’estremo sacrificio delle centinaia di migliaia di soldati italiani caduti durante la Prima Guerra Mondiale (e, soprattutto, dei tanti rimasti senza nome o senza degna sepoltura a causa della mancata indelebilità dell’inchiostro con cui erano scritti i nomi dei militari sul foglio matricolare che portavano al fronte, in una tasca interna della divisa) nella salma di un soldato sconosciuto che rappresentasse idealmente il marito, il figlio, il padre di quanti non avevano la possibilità di onorare le spoglie mai ritrovate del familiare disperso.
L’11 agosto di quello stesso anno, fu promulgato il provvedimento di Legge (n. 1075), che affidava al Ministro della Guerra la definizione delle modalità esecutive per la designazione e per le onoranze da rendere alla salma del caduto senza nome.

Il Ministro della Guerra in carica era, a quel tempo, il Deputato Luigi Gasparotto (eletto alla Camera – nel 1913 – nel collegio elettorale di Milano, ma nato e cresciuto a Sacile): sebbene esentato dal prestare servizio militare in quanto membro del Parlamento e nonostante l’età non più giovanissima (42 anni), egli aveva rinunciato al beneficio e combattuto in prima linea meritando, tra le altre, una Medaglia d’Argento al Valor Militare per il comportamento tenuto durante la battaglia per la conquista di Oslavia.
Il Ministro della Guerra, On. Gasparotto, così aveva disposto: <<Il 4 novembre p.v. si renderanno in Roma solenni onoranze alla salma senza nome, di un soldato caduto in combattimento alla fronte italiana nella guerra italo-austriaca 1915-1918… La salma – che avrà sepoltura in Roma, all’Altare della Patria – deve essere esumata nelle zone più avanzate delle nostre linee, dopo accurati e scrupolosi accertamenti perché sia garantita l’autenticità che essa appartenga ad un soldato italiano caduto in combattimento.
Affido pertanto il delicato compito all’Ispettore per le Onoranze Salme Caduti (Sua Ecc. Ten. Gen. Paolini) e prescrivo che a tale scopo esso costituisca una speciale Commissione da lui presieduta e composta: del Colonnello Paladini, capo dell’Ufficio Onoranze Salme Caduti e di un Ufficiale Superiore Medico destinato da] Direttore tecnico delle Onoranze Salme Caduti di questo Ministero (il Maggiore medico Nicola Fabrizi, N.d.R.). Ne faranno parte quattro ex combattenti e cioè: un Ufficiale, un sotto ufficiale, un caporale ed un soldato, che l’Ispettore anzidetto farà designare dal Sindaco di Udine (Luigi Spezzotti, N.d.R.).>>
Avrebbe accompagnato la commissione – ma senza farne parte integrante – il cappellano militare don Pietro Nani, già collaboratore del poeta Giannino Antona Traversi nella realizzazione del Cimitero degli Invitti sul Colle di Sant’Elia (l’attuale Sacrario militare di Redipuglia).
Circa l’esumazione delle salme, le disposizioni prescrivevano che le ricerche dovessero essere condotte <<nei tratti più avanzati dei principali campi di battaglia: San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Capo Sile.>>
Su ciascun campo di battaglia, alla presenza di tutti i membri della commissione, doveva essere ricercata ed esumata <<la salma di un caduto certamente non identificabile>> e, per ciascuna esumazione, doveva essere redatto un verbale che precisasse tutte le cautele adottate durante l’esumazione.
Le undici salme, infine, dovevano essere sistemate in altrettante identiche casse di legno, fatte allestire a Gorizia e traslate nella Basilica di Aquileia entro il 27 ottobre.
Il successivo giorno 28, dopo la benedizione dei feretri, la mamma di un disperso in guerra avrebbe designato la salma che doveva essere onorata in eterno come “Ignoto Militi”.
La bara prescelta doveva essere collocata all’interno di una cassa di legno lavorato ad ascia e rivestita di zinco, fatta allestire a cura del Ministero della Guerra e quindi doveva essere trasferita a Roma mediante uno speciale convoglio ferroviario.
I rimanenti dieci soldati ignoti sarebbero stati tumulati nel cimitero retrostante la Basilica di Aquileia .

Risultarono designati – in data 26 settembre, con delibera del Sindaco di Udine – il Tenente Augusto Tognasso di Milano (mutilato, con 36 ferite), il Sergente Giuseppe De Carli di Azzano Decimo (Medaglia d’Oro al Valor Militare), il Caporal Maggiore Giuseppe Sartori di Zugliano (Medaglia d’Argento al Valor Militare), il Soldato Massimo Moro di Santa Maria di Sclaunicco (Medaglia d’Argento al Valor Militare) e quattro sostituti. Essi furono convocati per una riunione – che si svolse il 2 ottobre 1921 presso la sede udinese dell’Ufficio per le Onoranze ai Caduti, all’interno di Palazzo Caiselli – durante la quale vennero definiti il piano per le ricerche, le modalità per la designazione e altri problemi organizzativi e logistici. Al termine della riunione, il Generale Paolini pretese da tutti i partecipanti (compresi gli autisti, i falegnami, gli scavatori e tutti coloro che – a vario titolo – avrebbero operato insieme alla Commissione) il giuramento che mai avrebbero rivelato i luoghi ove si sarebbero svolte le ricerche. Poi – attraverso la Strada Statale 13, Ponte della Priula, Bassano del Grappa e la statale della Valsugana – i membri della Commissione giunsero a Trento. Il giorno dopo, essi mossero da Trento alla ricerca della prima salma.

<<…attraverso Rovereto, avvolta ancora nel silenzio del riposo e quando il sole stava per baciare le cime di quei monti che furono teatro di grandi gesta…>> scrisse il Tenente Tognasso nel suo diario (da cui sono stati tratti il docu-film La scelta di Maria di Francesco Micciché, trasmesso da Rai 1 il 4 Novembre 2021, e Il figlio ritrovato. Milite Ignoto: La scelta https://youtu.be/9S9KxUt_vdw portato in tournée dal gruppo teatrale Il Canovaccio e dall’Orchestra di fiati delle Forze Operative Nord dell’Esercito Italiano, diretta dal Sergente Cosimo Taurisano). L’ufficiale – va detto, a suo onore – mai ha nominato località o precisato i luoghi nei quali si svolsero le ricerche. Quel che sappiamo, lo dobbiamo al Colonnello della Riserva dell’Esercito Italiano Lorenzo Cadeddu ed è frutto di anni di infaticabili e sofferte ricerche: <<…l’unica località del Trentino di cui si parla nelle disposizioni emanate dal ministro è il Tonale (e non Rovereto). In termini geografici il Passo del Tonale dista in linea d’aria circa quaranta chilometri da Trento in direzione Nord Ovest, mentre Rovereto dista da Trento venticinque chilometri in direzione Sud Est. Non è verosimile che la Commissione abbia commesso un così grossolano errore né che, arbitrariamente, abbia modificato le disposizioni del ministro. È probabile invece che il settore a sudest di Trento sia stato ritenuto più idoneo per la ricerca, in quanto teatro di più aspri combattimenti, rispetto al settore del Tonale. Proprio a Sud Est di Rovereto, erano situati i punti più avanzati della massima penetrazione italiana: Zugna Torta, Coni Zugna, Costa Violina, Monte Forno ed altre località (conquistate d’impeto nel 1915 e perse nel 1916, a seguito della Strafexpedition). >>

Nonostante le più accurate ricerche, tuttavia, non venne rinvenuta alcuna salma insepolta. Venne allora deciso di esumarne una tra quelle di ignoti sepolti in un vicino cimitero di guerra che raccoglieva <<..il maggior numero di eroi..>>.

Rifacendoci agli esiti delle ricerche del Col. Cadeddu, il maggior cimitero di guerra del trentino, nel 1921, sorgeva in località Lizzana, proprio vicino a Rovereto. Il luogo anticamente era denominato Castello di Lizzana e vi sorgeva la residenza dei conti di Castelbarco: successivamente la denominazione venne cambiata in Castel Dante perché, secondo la tradizione, il Sommo Poeta – della cui morte, proprio quest’anno, si commemora il settecentesimo anniversario – vi avrebbe soggiornato nel 1303.

Nel dicembre del 1915, le operazioni offensive della 1^ Armata avevano consentito alle truppe italiane di avanzare lungo la Val d’Adige verso Trento, sino a raggiungere il margine meridionale del dosso (detto anche Colle) di Castel Dante e, più a oriente, le zone di Corna Calda e Costa Violina: sulle posizioni raggiunte, le fanterie italiane si rafforzarono allestendo trincee blindate, camminamenti e postazioni per artiglierie in caverna; il pianoro prativo di Castel Dante venne occupato d’impeto – la notte di Natale del 1915 – dai fanti del 114° Reggimento di Fanteria della Brigata Mantova, che vi si insediarono e lo difesero dai vigorosi ripetuti contrattacchi austriaci fino a quando, nel maggio 1916 (nonostante la strenua difesa da parte del 1/207° Reggimento di Fanteria della Brigata Taro) il sistema difensivo del saliente trentino fu perduto e il Colle di Castel Dante passò nuovamente e irrimediabilmente di mano.

Poco tempo dopo il termine del conflitto, il Colle di Castel Dante venne destinato a cimitero per raccogliere le salme provenienti da oltre centocinquanta cimiteri di guerra della regione trentina. Appena varcato il cancello d’ingresso del vecchio camposanto (- l’attuale sacrario risale agli Anni Trenta – si scorgeva, sulla destra, una lapide (sormontata da due baionette) sulla quale era scolpito il verso dantesco: Tutta la perfezion quivi s’ac quista; sulla sinistra, si trovava un riquadro di sepolture lì trasferite da una qualche località di montagna, di cui erano stati conservati tutti i monumentini, i cippi e la grande croce. Proseguendo lungo il viale d’ingresso si vedeva, ben conservata, la trincea in cemento armato costruita dai fanti del 114° Reggimento di Fanteria della Brigata Mantova. Oltrepassata la ridotta, la strada si biforcava: il ramo di sinistra saliva direttamente in cima al colle, quello di destra invece conduceva a un ampio locale detto “Sala della Riconoscenza” dove, in tre grandi vetrine, erano custoditi ed esposti al pubblico i piccoli oggetti appartenuti ai Caduti e rinvenuti addosso a loro (medaglie, amuleti, distintivi, monete, orologi e persino, dentro un elmetto, un teschio recuperato in un imprecisato tratto di fronte) mentre, sulle pareti, erano esposte fotografie dei cimiteri di guerra originari. Proseguendo per il ramo di sinistra si giungeva all’ossario vero e proprio, che era stato ricavato dall’antica cisterna del castello dei Castelbarco: una ripida scaletta in pietra portava al fondo del pozzo che, durante la guerra, era stato usato come ricovero per le truppe – sia italiane sia austriache – che presidiarono alternativamente quella posizione. All’interno vi erano custodite, in altrettante casse di legno, quattrocento salme di soldati ignoti “adottate” da altrettanti “benefattori” che, in memoria di un familiare disperso, avevano fatto una consistente offerta per la manutenzione del cimitero. Una targhetta, inchiodata alla cassetta, recava il nome del “benefattore” mentre su una parete erano stati riprodotti due versi della Canzone di Castel Dante musicata dal M° Riccardo Zandonai: “In faccia ai nostri monti ove soffrimmo,/ in faccia alle trincee ove morimmo!“. Dall’ossario si poteva salire direttamente a una terrazza che si apriva, maestosa, su un ampio tratto della fronte trentina. Vicino a questo impareggiabile osservatorio erano stati piantati alcuni cipressi che proteggevano dal vento le tombe dei Legionari trentini. Su un muro, una lapide ricordava al visitatore il sacrificio di Castel Dante e dei suoi eroici difensori: “Qui ove Dante cantò,/ Federico Guella/ sottotenente volontario/ con olocausto della vita/ consacrò il sito/ giovinezza ardente/ ai geni nostri sacra alla libertà latina./ Bezzecca sua culla orgogliosa lo piange/ Rovereto sua scuola lo venera/ Italia lo canta/ Con Lui/ il nobilissimo sangue profusero/ soldato Canter Angelo (Brescia)/ soldato Faciale Giuseppe (Padova)/ soldato Soto Ignazio (Chieti)“. A destra, sul versante della collina esposto a mezzogiorno, erano state sistemate le sepolture che originariamente erano tumulate nei cimiteri militari di Serravalle, Nago, Santa Margherita e Marco. A sinistra, erano state sistemate le salme dei cimiteri di Vo, Avio, Borghetto e Pilcante, nella parte più alta di quest’ultimo riquadro era stata innalzata una grande croce di ferro illuminata nelle ore notturne. Una lapide in marmo, murata tra blocchi di tufo, recava incisa una epigrafe, dettata dal Capitano dei Bersaglieri Giannino Antona Traversi: “Dalle nude zolle di Pilcante ove ebbero prima sepoltura tra il rombo e le fiamme, Qui fraterna pietà volle composte queste salme gloriose in più degna cuna di pace meta per tutto l’avvenire ai devoti della Patria“. Piccoli viali separavano i singoli campisanti, ricostruiti esattamente come erano nelle località di origine rispettandone proporzioni e simmetrie. Nel cimitero di Santa Maria era stata eretta una cappella votiva dedicata alla Madonna che custodiva un’artistica statua in bronzo della Vergine, illuminata da una lampada votiva. Completavano il versante meridionale della collina i cimiteri di Mori, Lizzana e Besagno. A destra del viale centrale erano situati i cimiteri di Coni Zugna, Santi Maurizio e Lazzaro, Santa Barbara e San Matteo, mentre a sinistra erano il Cimitero del Redentore e il Cimitero di Santa Giovanna d’Arco. Elmetti, croci, bossoli e filo spinato ornavano, con altri oggetti cari alla memoria dei combattenti, le semplici sepolture dei soldati. Nel versante a Est della collina, oltre ad alcuni riquadri nei quali erano tumulati i caduti della Legione Cecoslovacca, vi erano i cimiteri di San Giorgio, dell’Addolorata, di Crosano, di San Valentino e di Brentonico. Nel mezzo della spianata, si ergeva una cappella recante la frase – semplice, ma oltremodo significativa – PAX VOBIS e, all’interno del sacro tempio, erano stati sistemati un semplice altare e un’acquasantiera (realizzata con materiale bellico). Tra queste sepolture si aggirò la Commissione per procedere all’esumazione di un Soldato sconosciuto


All’epoca – in quello che era il maggior cimitero di guerra del Trentino, in località Lizzana, vicino a Rovereto – erano tumulate settemilaottocentoquarantanove salme provenienti da circa duecento cimiteri più piccoli, disseminati nella regione: tra queste, ben tremilaottocento appartenevano a Caduti non identificabili. Un numero che indigna, scandalizza, spaventa. Vale la pena, d’altro canto, ricordare che – durante la guerra – i caduti venivano tumulati (se e quando possibile!) in piccoli cimiteri, allestiti a ridosso delle trincee, e senza che venissero adottate particolari cautele: i cadaveri, infatti, venivano sepolti nella nuda terra (talvolta in fosse singole, ma molto spesso in fosse comuni). Non di rado, dopo intensi combattimenti, il campo di battaglia rimaneva in mano allo schieramento nemico pertanto la eventuale sepoltura dei morti era affidata al buon cuore degli uccisori.
Tra quei seimila caduti ignoti fu presumibilmente esumata la prima delle undici salme tra cui sarebbe stata scelta quella del Milite Ignoto. Lo scavo venne eseguito a mano: pian piano vennero portate alla luce le diverse parti del corpo e, alla fine, <<…apparve un fante in atto di tranquillo e sereno riposo, vestito della sua uniforme e con indosso le giberne…>>

Ricomposti i resti su un lenzuolo, gli indumenti e gli oggetti personali del caduto furono accuratamente esaminati alla ricerca di un qualsiasi possibile elemento che ne consentisse l’identificazione, ma non venne rinvenuto nulla che potesse permettere di presumere una sua possibile identificazione: si trattava, senz’alcun dubbio, di un soldato ignoto. Più volte, nel suo scritto, il Tenente Tognasso, ha evidenziato la speranza (propria e di tutti i membri della Commissione e di tutti gli addetti allo scavo e al trasporto delle salme) che i resti esumati presentassero un qualsiasi segno che, consentendone l’identificazione, desse alle famiglie dei Caduti una pur minima consolazione. In quel caso, non fu possibile. Don Pietro, il cappellano, benedì la salma. Nel ricomporre la salma dentro una delle undici casse (fatte appositamente allestire a Gorizia), la mano pietosa di un soldato provvide a mettere rami di abete sotto la testa del caduto, come si trattasse di un cuscino. Inchiodato il coperchio, la cassa venne avvolta nel Tricolore e caricata su uno dei mezzi a disposizione della Commissione. Le auto ripercorsero la strada in direzione di Trento. Giunti nei pressi di Rovereto, una moltitudine di gente, che aveva pacificamente e silenziosamente invaso la sede stradale, costrinse i veicoli a fermarsi: erano cittadini di Rovereto, per lo più ex combattenti, che pregarono il generale Paolini affinché consentisse al mezzo che portava le spoglie del Soldato sconosciuto di attraversare la cittadina trentina a velocità ridotta, in modo che la popolazione potesse tributargli i doverosi onori. Nonostante la cittadinanza di Rovereto fosse, in qualche modo, venuta a conoscenza della presenza della Commissione solo poche ore prima, l’intera città fu completamente imbandierata e la quasi totalità degli abitanti si assiepò lungo le strade per far ala al passaggio del feretro. Giunta a Trento, la cassa venne sistemata su un affusto di cannone trainato da una pariglia di cavalli e trasferita sino al locale cimitero cittadino. Prima di essere sistemata per la notte sull’altare di una piccola cappella, la cassa contenente i resti mortali di quel Soldato Ignoto ricevette gli onori militari da parte di un reparto e l’omaggio di autorità e di semplici cittadini. L’indomani, alle prime luci dell’alba, la Commissione con il primo feretro mosse per la seconda tappa del suo pellegrinaggio alla ricerca della seconda delle undici salme. I mezzi si diressero ancora una volta verso Rovereto e – attraversando la Vallarsa, Pian delle Fugazze e le Porte del Pasubio – la Commissione giunse nel cuore del Massiccio che fu pilastro del sistema difensivo italiano durante la Grande Guerra.

Non sapremo mai chi descrisse tanto bene quei momenti all’assisiate Giovanni Papi (*) – che di Rovereto avrebbe diretto la Banda nel 1928 e di cui pochissimo si sa (solo grazie al prezioso archivio della Casa Editrice Tito Belati e alle ricerche di Giorgio Cannistrà) – ma questi luoghi e l’atmosfera che vi si respira e le immagini di quel corteo funebre si ritrovano nella sua PREGHIERA AL MILITE IGNOTO https://youtu.be/xZXpV0HsRWs : una meditazione, una preghiera intrisa di dolcezza che oserei dire materna…della dolcezza di tutte quelle madri, addolorate e fiere, al di qua e al di là delle Alpi che avevano perso i propri figli in guerra e che in qualche modo lo ritrovarono in quel soldato ignoto…della dolcezza della terra, altrettanto addolorata e fiera, in difesa della quale tanti giovani caddero combattendo. Di quella dolcezza – nulla si perde grazie alla giusta intonazione e alla espressione adeguata – in questa esecuzione da parte dei musicisti della Fanfara della Brigata Alpina “Julia” (di cui lo stesso Giorgio Cannistrà é insostituibile elemento) impeccabilmente diretti dal Sergente Maggiore Flavio Mercorillo.

Il Maestro Fulvio Creux – direttore emerito della Banda Musicale della Guardia di Finanza e della Banda Musicale dell’Esercito Italiano – ne ha detto un gran bene: <<Ascoltando questo brano si ha l’impressione che, più che alla tradizione bandistica italiana, appartenga a un gusto d’oltralope, sulla scia di importanti compositori di quei tempi. Si deduce questo dall’interesse delle armonie, dai frequenti cromatismi e dall’andamento generale, che porta il brano a essere più una meditazione che non, come sovente succede in questo genere, una marcia funebre. Il recupero ad opera di Giorgio Cannistrà si rivela utile per tutti quei complessi che vogliono presentare qualcosa di originale e diverso nei loro concerti legati a questo tema. Anche l’esecuzione del brano, abilmente diretto da Flavio Mercorillo, si evidenzia per la dolcezza, intonazione e l’adeguata espressione.>>

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"Celeritate ac virtute", il motto del 7° reggimento Bersaglieri dell'Esercito italiano ora è pure scritto su muri della caserma "Trizio". Per iniziativa del colonnello Giovanni Ventura, comandante del reggimento, due writers di Altamura, Donato Lorusso e Mattia Pellegrino, hanno realizzato dei murales in cui, oltre al motto dello spirito bersaglieresco, hanno impresso una sfilata di bersaglieri. Un modo per fare crescere ulteriormente il già elevato spirito bersaglieresco esistente tra i leggendari bersaglieri e a valorizzare l'area esterna e periferica della città.
Il motto del 7° rgt. Bersaglieri e sfilata di bersaglieri: murales di Donato Lorusso e Mattia Pellegrino nella caserma “Felice Trizio” ad Altamura

La storia del Corpo dei Bersaglieri é iniziata nel 1836. Il “Settimo” (che sta per 7° reggimento) nacque, invece, nel 1871 a Verona: Per il valore dimostrato sul campo durante la seconda guerra mondiale viene definito “leggendario”. Come molte altre unità delle forze armate italiane esso si sciolse, in seguito all’Armistizio di Cassibile, l’8 settembre 1943. Il 7° reggimento fu ricostituito nel 1992 e, nel 2012, venne trasferito da Bari ad Altamura nella caserma “Felice Trizio”. Il 7° reggimento Bersaglieri – il cui motto è “Celeritate ac virtute” – é una unità “combat” dell’Esercito italiano (assegnata al Comando delle Forze Operative Sud) che contribuisce, con il proprio operato, alle quattro missioni assegnate alle forze armate italiane: difesa degli interessi vitali del Paese;, salvaguardia degli spazi euro-atlantici, contributo alla gestione delle crisi internazionali, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e intervento in caso di pubblica calamità.

In questi giorni si sono svolte – all’interno della caserma “Trizio”, per le vie di Altamura e nel Teatro “Mercadante” – le celebrazioni per i 150 anni del Settimo reggimento Bersaglieri. II programma, molto ricco, dedicato allo storico anniversario ha ottenuto il patrocinio dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, dei Comuni di Altamura, Acquaviva delle Fonti, Poggiorsini e Matera, della Città metropolitana di Bari e della Regione Puglia. Il fotografo Daniele Bai ha seguito tutti i momenti di questa emozionante “due giorni”, a cominciare dalla corsa – simbolica – dei bersaglieri per le vie di Altamura lungo un percorso che li ha portati (con il sostegno musicale da parte della loro fanfara) dal Palazzo comunale alla caserma https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742151974131&show_text=true&width=500 .

In una sala della caserma, sempre nella giornata del 30 giugno 2021, si é svolta un’affettuosa cerimonia con alcuni dei “bersaglieri per sempre” congedati che hanno fatto dono del cappello piumato di un eroe ai bersaglieri in armi https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742178734800&show_text=true&width=500 .

Nella giornata del 1 luglio, in cui – oltre ai centocinquant’anni e sei mesi esatti del “leggendario Settimo” – si ricordava il settantanovesimo anniversario dell’episodio ricordato dal cippo “Mancò la fortuna, non il valore”: il reggimento riuscì ad avanzare sino a soli 111 km da Alessandria e in quel luogo, nei pressi di El-Alamein, vi è ancora oggi il cippo commemorativo che ricorda la eroica resilienza dei Bersaglieri in terra d’Africa. Ai Caduti, di quella e di tante altre Campagne, sono stati resi gli onori in una toccante cerimonia presenziata dalla fanfara https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742209895579&show_text=true&width=500 .

Tra gli eroici uomini “cresciuti” nel Settimo, non si può dimenticare il Maggiore Giuseppe La Rosa, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria, caduto a Farah (Afghanistan) nel 2013, dov’era in servizio con il 3° reggimento. A sua imperitura memoria é stato dedicato, nel parco della caserma “Felice Trizio”, un busto in bronzo https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742249816577&show_text=true&width=500 : la fanfara del 7° reggimento ha reso la cerimonia ancor più commovente e “sentita”. La cerimonia assume ancora più importanza alla luce del fatto che si é, proprio negli stessi giorni, conclusa la missione di pace della International Security Assistance Force in Afghanistan. La missione italiana – cominciata il 30 ottobre del 2001 – dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul (ch’era stata, da poco, liberata), si trasferì stabilmente a Herat, da dove per venti anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’addestramento delle truppe dell’esercito afghano. Nel corso di questi “Vent’anni” (che é anche il titolo di un noto canto bersaglieresco), la missione italiana – cui hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) – é costata la vita di cinquantatre militari italiani, caduti perlopiù in seguito ad attacchi e attentati.

La giornata é proseguita con altri momenti d’incontro tra i bersaglieri in armi e i bersaglieri in congedo https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742296737750&show_text=true&width=500 .

Nel pomeriggio, nel bellissimo Teatro “Saverio Mercadante” di Altamura (che al grande compositore diede i natali), si é svolto un interessante convegno – trasmesso in diretta dall’Associazione Nazionale Bersaglieri https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F325713609054158%2F&show_text=false&width=560&t=0 – intitolato “Il Settimo reggimento bersaglieri nel suo 150° anniversario dalla costituzione”.

All’evento, moderato dal giornalista Onofrio Bruno, sono intervenuti il Comandante delle Forze Operative Sud, Generale di Corpo d’Armata Giuseppenicola Tota, il Comandante della Brigata meccanizzata “Pinerolo”, Generale di Brigata Luciano Antoci, autorità politiche e religiose locali, tra le quali, il Prefetto di Bari, dott.ssa Antonia Bellomo, il vescovo di Altamura S.E. Monsignor Ricchiuti, i sindaci dei comuni di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti e Poggiorsini e i rappresentanti delle locali Associazioni Bersaglieri. Il Colonnello Ventura, Comandante del 7° Reggimento Bersaglieri, ha aperto i lavori salutando e ringraziando tutti i convenuti e i relatori che hanno aderito al convegno. Nel corso del suo intervento ha rievocato la storia del 7° Bersaglieri, che ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale in Africa Settentrionale, dove proprio il 1° luglio del 1942 (79° anniversario) il Settimo avanzò sino a 111 km da Alessandria e in quel luogo, nei pressi di El-Alamein, vi è ancora oggi il cippo commemorativo che riporta la storica frase “Mancò la fortuna non il Valore”. Il Comandante di reggimento ha voluto ricordare i caduti di tutte le guerre e le operazioni all’estero, tra i quali il Maggiore Medaglia d’Oro al Valor Militare Giuseppe La Rosa, vittima di un attentato in Afghanistan nel 2013, che è stato per un lungo periodo in servizio al 7° Reggimento. In suo onore è stato inaugurato alla caserma “Trizio” un busto in bronzo a lui dedicato, inaugurato con una significativa cerimonia alla presenza dei familiari del militare caduto. Il Generale Tota, nel corso del suo intervento, ha dato merito ai militari del 7° per il lavoro che svolgono ogni giorno al servizio del Paese, di cui hanno dato spiccata prova di professionalità e capacità durante i 6 mesi di impegnativo lavoro nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure” in Campania. L’Alto Ufficiale ha infine rivolto un ringraziamento alle autorità locali per la loro presenza e vicinanza al Reggimento, evidenziando quanto sia importante la sinergia tra istituzioni locali che operano per il bene dei cittadini. A conclusione del convegno è stato consegnato al Sindaco di Altamura, Avv. Rosa Melodia, un attestato di “Caporale dei bersaglieri ad honorem”, per la sinergia creatasi nel corso degli anni tra il Reggimento e la città, e un riconoscimento a due militari che si sono particolarmente distinti nel corso della recente Operazione “Strade Sicure/Terra dei Fuochi”. Il 18 giugno è, infatti, terminato il semestre dei bersaglieri di Altamura, guidati dal colonnello Giovanni Ventura, in due operazioni in Campania: “Strade sicure” e “Terra dei fuochi”: oltre 1200 donne e uomini dell’Esercito sono stati impiegati nel contrastare la criminalità, garantire la sicurezza di obiettivi sensibili, controllare il territorio, prevenire e contrastare la condotta di reati ambientali, operando in sinergia con le Prefetture e le Questure di Napoli, Caserta e Salerno (in sintesi sono stati 46.050 i pattugliamenti svolti, 224 le attività produttive ispezionate e 8 le persone denunciate). https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742427181011&show_text=true&width=500

Nel corso del convegno, si é esibita in più momenti la fanfara in armi del 7° reggimento Bersaglieri, diretta dal 1° Mar. Giovanni Carrozzo. Particolarmente significativa la esecuzione – in anteprima assoluta mondiale – di un brano “evocativo” composto dal Bersagliere Giovanni Zarola in onore e in ricordo agli eroi del “Leggendario Settimo” che combatterono a “El Alamein” (é proprio questo il titolo del brano) https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F164749882377535%2F&show_text=false&width=560&t=0 .

Il giorno dopo, 2 luglio, una corsa mattutina in caserma https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdaniele.bai%2Fposts%2F10218742632466143&show_text=true&width=500 : i musicisti della fanfara del Settimo hanno suonato correndo e, al termine della corsa, avevano ancora il fiato necessario per eseguire un intero e interessante concerto insieme ai ragazzi del “Symbola Percussion Ensemble” https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fassobersaglieri%2Fvideos%2F937579200355266%2F&show_text=false&width=560&t=0

Stando a quanto riferisce Onofrio Bruno su Altamura Life, al 7° reggimento Bersaglieri verrà conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Poggiorsini che, in data 11 agosto 2021, andrà ad aggiungersi a quella già concessa tempo addietro dal Comune di Altamura. A Dio piacendo, poi, dal 24 al 26 agosto é previsto il tradizionale “Pellegrinaggio Cremisi” al santuario di Maria Santissima del Buoncammino (nella frazione Madonna del Buoncammino del Comune di Altamura). La “Madonna del Buoncammino” (o Buon cammino) detta anche “Odegitria” è, infatti, patrona del Corpo nazionale dei Bersaglieri e ad essa è dedicata anche una preghiera del bersagliere. http://www.bersaglieridiroma.it/?page_id=371#:~:text=Preghiera%20del%20bersagliere%20e%20la%20Santa%20Protettrice

Era il 4 Novembre, dopotutto!

4 novembre locandina

Lo scorso 4 Novembre si è ripetuto il consueto calendario di appuntamenti e celebrazioni. Lontani dai fasti della reggenza La Russa del ministero della Difesa e dalle caratteristiche esposizioni di mezzi e installazioni espositive, sono tornate quanto meno in auge – sebbene in forma più contenuta, per adeguarsi alla “spending review” – l’apertura delle caserme e i concerti di bande e fanfare militari in molte piazze d’Italia.

Nella Capitale d’Italia, alla tradizionale deposizione della corona d’alloro al sacello del Milite ignoto sull’Altare della Patria (resa ancora più solenne dalle note musicali della Banda Musicale dell’Esercito, diretta dal Cap. M° Antonella Bona) è seguita, poche ore dopo, una nuova cerimonia in piazza del Quirinale. Lo spirito che ci si era prefissati per questa seconda manifestazione era quello dell’incontro tra militari e cittadini in un comune abbraccio, all’ombra del Quirinale, in concomitanza dell’inaugurazione di un’opera scultorea dedicata ai Caduti: una lunga lapide che reca i nomi dei centosettantacinque militari italiani caduti nelle missioni di pace del secondo dopo guerra, dalla guerra di Corea – in cui l’Italia inviò rappresentanze ed assetti del Corpo militare CRI – fino ai monti dell’Afghanistan. L’opera, articolata su diversi pannelli, fa certamente riflettere…specie in termini di proporzione: la prima lunga schiera di caduti – tutti nella stessa data – sono gli aviatori di Kindu; seguono, alla spicciolata, casi sporadici di incidenti considerabili, seppur nella loro tragicità, “di routine”; il marò Filippo Montesi, caduto in Libano nel 1982, apre il triste capitolo delle missioni fuori area degli ultimi trent’anni; seguono i nomi dei caduti nei Balcani, l’equipaggio di Lyra 34 e via via fino ai Caduti a Nassirya, in Iraq e in Afghanistan (tra i quali c’è anche il nome di DAVID – e non DAVIDE! – Tobini).

david tobini

L’opera “Angeli degli Eroi” di Flavio Favelli, con l’auspicio di non doverne aggiornare la tragica contabilità, è stata poi traslata nel sacrario delle bandiere del vittoriano dove sono esposte le bandiere di tutti i reparti militari sciolti dopo le guerre o dopo i recenti “salassi” di bilancio. Sebbene significativa, la lapide e il suo significato appaiono fin troppo ispirati all’analogo muro in granito nero che – a Washington DC – reca i nomi dei quasi centomila caduti americani nella guerra del Vietnam, ma – a differenza dell’installazione che l’ha ispirata – essa non sarà all’aperto bensì rimarrà custodita in un simulacro certamente significativo, ma sconosciuto ai più e destinato a rimanere tale. Se non altro sarà al riparo dagli atti vandalici che l’opera omologa della capitale americana non rischia, essendo affidata ad un popolo che persino nelle sconfitte evita di trascinare la propria bandiera nell’incandescenza delle polemiche. Data la natura di quest’opera, erano presenti alla cerimonia moltissimi parenti dei caduti e a loro è stato riservato un posto di prima importanza nello schieramento in piazza del Quirinale. Dopo la deposizione del cuscino di fiori il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si è intrattenuto, rientrando nel palazzo, con alcuni reduci e con i parenti di alcuni caduti e ha ricevuto una sonora contestazione da uno di essi, rimasto anonimo e allontanatosi subito dopo. Momenti di tensione per il cerimoniale, dunque, che non ha trovato modo alcuno di lenire lo sfogo di questo giovane parente, con gli occhiali scuri sotto ai quali asciugava costantemente lacrime con la mano, che lamentava qualcosa come una medaglia mancata e la disparità di trattamento tra il “suo” caduto e quelli degli altri. Nulla si è saputo di più e, nel frattempo – com’è d’uso in questi casi – il Capo dello Stato e il Ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno proseguito a salutare i bambini delle scolaresche, simulando indifferenza. Sono questi i rischi che si corrono a comprimere la società civile nel cerimoniale militare e cristallizzare il dolore privato di tante famiglie nel dominio pubblico delle date solenni. Serva di lezione! Rientrate le autorità nel Palazzo del Quirinale, sono state tolte le transenne e – come previsto dallo spirito della manifestazione – i parenti e gli altri civili hanno raggiunto i militari che avevano animato la cerimonia. I parenti dei caduti hanno potuto avvicinarsi alla grande lapide: l’hanno contemplata in silenzio, accarezzando il nome dei figli, e alcuni tra loro non riuscivano a trattenere le lacrime. E, a pochi metri, la Banda Musicale Interforze eseguiva marcette briose… L’atmosfera era quantomeno surreale.

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La banda interforze è una compagine musicale che nasce dall’esigenza di non fare torti a nessuna delle principali bande militari, che – per motivi di bilancio – non ci sarebbe modo di far suonare tutte insieme poiché ciascuna di esse è composta da un centinaio di orchestrali. Vengono quindi chiamati in servizio una manciata di musicisti da ognuna delle bande militari cosiddette “ministeriali” o “centrali” (Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Esercito e Marina Militare) per comporne una di una quarantina di strumentisti, diretti – a rotazione – dal Maestro Direttore di una delle suddette bande musicali.

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Il Ten.Col. M° Patrizio Esposito, direttore della Banda Musicale dell’Aeronautica Militare, ha pertanto diretto quella composta per il 4 Novembre. Tale formazione musicale, data la solennità dell’occasione in questione e delle altre a cui viene solitamente impegnata, ha indossato l’alta uniforme, esponendo pertanto una variopinta gamma di pennacchi, chepì e lucerne, giacche verdi della Finanza, code di rondine dei Carabinieri, code blu e oro della Marina e l’uniforme – indubbiamente troppo “da serata di gala” – dell’Aeronautica (frac e papillon). L’assortimento casuale della Banda Interforze e la rotazione, secondo le esigenze dei complessi musicali di appartenenza e secondo i turni di servizio, dei suoi musicisti comporta l’impossibilità di effettuare prove e di collaudare arrangiamenti ed esecuzioni: questo rende inevitabile e persino opportuno il dover ripiegare la scelta su pochi brani standard, che non sempre risultano consoni con l’occasione.

Il concerto – durato una ventina di minuti – che ha concluso la cerimonia dello scorso 4 novembre ha infatti sacrificato infatti il repertorio musicale tradizionale italiano in favore della ballabile Carmen di George Bizet, dell’onnipresente Guillaume Tell di Gioachino Rossini e delle tipiche marce americane di John Philip Sousa (dal sapore, forse, un po’ commerciale data la loro internazionalità), lasciando nella “lista dei desideri” brani certamente più adatti magari tratti dal canzoniere risorgimentale o dai canti della Grande Guerra e, in particolare, “Le Campane di San Giusto” (era il 4 novembre, dopotutto!).

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Soltanto la grande professionalità e l’ottima preparazione accademica e artistica degli orchestrali e del maestro direttore hanno fatto si che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione fosse buona. I musicisti militari (peraltro applauditissimi dalle ormai immancabili scolaresche, composte soprattutto da alunni della Scuola Primaria) hanno tamponato le sbavature di una cerimonia altrimenti improvvisata e concettualmente un po’ confusa tra festa e ricordo, brio e commozione, lacrime e rabbia…

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Sorvoliamo…come la straordinaria Pattuglia Acrobatica Nazionale delle Frecce Tricolori! Viva l’Italia! Viva la Repubblica! Viva le Forze Armate! Viva gli Italiani!

Articolo di Marco Potenziani e Claudia Giannini per Alamari Musicali

Filmati di Marco Potenziani per Alamari Musicali

Fotografie di Paolo Giandotti, Marco Potenziani e Davide Fracassi per Alamari Musicali

Vairanum acriter impugnans, in nullo profecit

Nel giorno del 155° anniversario del famoso “incontro a Teano” tra il generale Giuseppe Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele II, è bene ricordare ch’esso si svolse a Vairano Patenora.

Alamari Musicali

La fortezza e il borgo di Vairano Patenora (CE) La fortezza e il borgo di Vairano Patenora (CE)

La fortezza di Vairano Patenora resiste lassù dalla fine del IX secolo. Il suo nome entrò nella storia agli inizi del secolo successivo, all’epoca del sovrano normanno Guglielmo II e dell’imperatore Enrico VI di Svevia, che lo assegnò all’abate di Montecassino, Roffredo dell’Isola, il 20 maggio 1191. Scontenti della decisione regia, i Vairanesi – fieri eredi degli antichi popoli degli Opici, dei Sanniti, dei Sidicini vissuti nelle “Terre di Vario” e passati dalla dominazione romana a quella longobarda senza mai farsi completamente annientare – decisero di opporsi a tale opposizione e, affidatisi alla guida del conte Ruggero di Chieti, resistettero all’assedio posto alla loro città e sconfissero, durante la battaglia della notte tra il 7 e l’8 agosto 1193, le truppe alleate dell’abate Roffredo e dell’imperatore Enrico VI scoraggiando definitivamente le loro mire. Negli anni successivi, invece, la fortezza di Vairano…

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Ciao dal 2 Giugno 2015

Sbadigli in tribuna autorità, applausi della tantissima gente e delirio alle prove.
La Parata dello scorso due giugno ha presentato qualche novità rispetto alle edizioni precedenti. Il morale delle truppe certamente è stato alto sin dalle prove, sia a Guidonia che soprattutto quelle notturne del 29 maggio ai Fori Imperiali, dove le ore di ozio che hanno preceduto l’ammassamento e il defilamento sono state condite da goliardici sfottò e una gioia molto diffusa, specialmente dai paracadutisti che hanno trovato un’ottima spalla nella fanfara della Taurinense e dai corpi civili, ammassati invece pochi metri più in fondo alle Terme di Caracalla. https://youtu.be/306NVcvrcTU La fanfara dei Bersaglieri e i Forestali hanno animato l’intero settore prendendo letteralmente in ostaggio Crocerossine e Corpo Militare CRI. Più silenziosi i militari della Marina, dopo l’indicibile affair “gavettone” dello scorso anno che si credeva fosse l’unico motivo dell’assenza del Comsubin dalla parata. Ci avevamo creduto anche noi che un gavettone tirato dai giganti verdi della Marina all’indirizzo del Capo di Stato Maggiore della Marina fosse l’unico motivo della loro mancata partecipazione, ma poi ci siamo guardati un po’ intorno. Le forze speciali mancavano praticamente ovunque: Il 9° Col Moschin e gli Alpini del 4° Parà sono rimasti altrettanto in caserma. Tra le forze di Polizia una fila per uno tra NOCS e GIS, che erano impersonati da uomini di altre specialità data la loro contenuta mole corporea. Il perchè di tale scelta resta misterioso: c’è chi parla di addestramento delle forze speciali in vista delle operazioni contro gli scafisti in Libia e chi di eccessivo buonismo.
Ad ogni modo noi che abbiamo sempre esecrato le polemiche sul due giugno, non inizieremo certo a farne oggi.

Osserviamo però, oltre alla giusta attenzione – che sempre si poteva dare – agli atleti militari e a quelli paralimpici, che l’iniziativa degli ombrelli colorati dei bambini, che hanno occupato metà della tribuna fotografi ammassando gli operatori dell’informazione in una tonnara, non si sa bene quale contributo abbiano aggiunto. Dallo scorso anno il ritorno delle Frecce Tricolori, rimaste nell’hangar per le edizioni 2012 e 2013 sotto al loden di Mario Monti che la sarta aveva riadattato anche un po’ ad Enrico Letta, ha esercitato uno straordinario effetto traino per la partecipazione popolare che è stata altissima, a livello delle parate dell’era Ciampi. Qualche polemica l’ha suscitata l’autore dei testi che sono stati distribuiti sia alla stampa – inclusi i cronisti della Rai – che letti dall’annunciatore ufficiale su via dei Fori. La Musica d’Ordinanza dei Granatieri ha sfilato nel grigio verde della Grande Guerra ed è stata venduta per la tenuta del 1848. La data di fondazione del primo Reggimento, scritta chiaramente sui tamburi in 1659 è stata letta per 1748 mentre la fondazione dei Corazzieri è stata anticipata al 1540 rispetto al 1868. L’affronto più grave è stato inferto alla Brigata Sassari che è stata accorpata ai Granatieri di Sardegna. L’accuratezza dei testi in una parola: un disastro. Tra le altre cose, ben tornate divise storiche. Sono uscite dai magazzini quelle confezionate per la parata del 2011 dei 150 anni dell’Unità, tra cui le prime file della compagnia storica della Guerra di Liberazione in divisa inglese del CIL, cosa che probabilmente non è nemmeno conosciuta da chi ha scritto i testi ma che il consulente militare che stava in cabina di commento Rai, solitamente il generale Fogari, non mancava di sottolineare. Un ultimo appunto sulle divise storiche del ’15-’18: non abbiamo capito bene di che colore fossero dato che ogni reparto, a seconda della sartoria ch ha preso l’appalto, ne aveva repliche di tinte sensibilmente diverse. Solo quelle dei Sassarini erano ineccepibili. Per il resto, dato il budget che le viene dedicato, la parata non è destinata ad avere novità di rilievo, sebbene il sapore di molti dei tagli che le hanno inferto è di sapore decisamente demagogico. Vadano i carri armati e i sorvoli aerei, ma se ogni corpo civile sfilasse con la sua banda e la parata durerebbe mezz’ora in più di sola musica. Quale sarebbe il costo? Il lucido per gli ottoni?

All’anno prossimo.

MARCO POTENZIANI per ALAMARI MUSICALI

Roma: celebrata la giornata della Marina Militare

-Military News from Italy-

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Roma, 10 giugno 2015 – Si è celebrata oggi, a Palazzo Marina, la Giornata della Marina Militare. Presenti alla manifestazione il ministro della Difesa, senatrice Roberta Pinotti, e il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano.

A riceverli il capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio di squadra Giuseppe De Giorgi.

Presenti alla cerimonia numerose autorità civili, militari, ecclesiastiche e associazione d’arma della Marina.


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Dopo l’arrivo delle istituzioni è entrata la banda della marina Militare che ha sfilato insieme ai marinai. Subito dopo militari della Marina si sono esibiti nel Silent Drill, tecnica di marcia di precisione ed esecuzione di manovre con le armi senza l’utilizzo di ordini verbali. Una tecnica di addestramento del 3° Reggimento San Marco per le attività di alta rappresentanza che evidenzia grande disciplina, massima destrezza e precisione esecutiva, fierezza dei movimenti e dignità dello spirito militare.

È stata poi portata la bandiera…

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201 candeline per i Carabinieri – di Alessandro Pino (FOTOGALLERY)

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L’Arma dei Carabinieri ha festeggiato il cinque giugno i duecento e uno anni dalla propria fondazione con una cerimonia tenutasi presso la caserma “Salvo d’Acquisto” di Roma, in forma più dimessa rispetto all’anniversario “importante” del 2014 ma sempre di grande effetto, soprattutto per le evoluzioni dei reparti a cavallo con lo storico Carosello e la Carica che evoca quella vittoriosa a Pastrengo nel 1848. Sulle tribune, i ministri della Difesa Roberta Pinotti, della Giustizia Angelino Alfano e dei Beni Culturali Dario Franceschini. Per una volta di parole ne usiamo poche lasciando spazio all’ampia galleria di immagini, porgendo un sentito ringraziamento al Luogotenente in congedo Salvatore Veltri che ha voluto fossimo presenti anche noi tra gli inviati delle testate più importanti.

Alessandro Pino

Car20 Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti

Car5 Dimostrazione di ubbidienza simulando il riparo di cavallo e cavaliere in battaglia

Car19 Il palco con il pubblico e le autorità

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L’Aquila torna a volare… col passo dell’alpino!

A quasi una settimana dalla conclusione dell’88° Adunata degli Alpini​, a L’Aquila​ si parla sommessamente di “depressione post Adunata”. Complice un’ecosistema sociale fragile dovuto allo spargimento della comunità cittadina nelle new town post terremoto, la città torna a riaprire i cantieri – chiusi da un’ordinanza del sindaco Massimo Cialente​ per tutta la settimana che ha preceduto la tre giorni alpina – e alla vita di sempre. In tanti hanno rivisto una città nuovamente viva, con un centro storico quotidianamente quasi deserto, insolitamente invaso da migliaia di persone in festa. Una città illuminata a giorno e traboccante di gente come non la si vedeva almeno da 6 anni.

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Un punto di ritrovo per i quasi 400 mila alpini arrivati nel capoluogo abruzzese che hanno invaso pacificamente, come nella tradizione delle adunate, il centro storico anche con mezzi di locomozione (trattori, carri, motocicli d’epoca) addobbati ad hoc tra bandiere e botti, e bottiglie di vino. Momenti che quasi tutti rimpiangono ora, sebbene nei giorni precedenti l’ Adunata Alpini L’Aquila​, a prevalere era la preoccupazione per i disagi che si sarebbero vissuti. La macchina organizzativa ha funzionato in puro stile alpino; dato che l’A.N.A. è uno dei pilastri della Protezione Civile​, non sono certo mancate tecnologie, infrastrutture ed impianti per far sorgere tendopoli in tutte le contrade e nei borghi limitrofi a L’Aquila (Abruzzo)​. In questi veri e propri accampamenti, che data l’enormità della loro popolazione hanno vissuto di vita propria alternativamente alla città, sono stati molti i momenti di folklore: a Paganica​ per far mangiare quattromila alpini è stato arrostito sulla griglia ricavata da una rete di letto matrimoniale un toro intero. Le dieci ore di sfilata di domenica 17 maggio sono la prova dell’enorme partecipazione popolare e dello spirito di corpo degli Alpini, dai più giovani ai più anziani, che sono discesi dalle loro valli, o saliti dalle loro isole per la sezione Isole e Meridione, spesso marciando tenendo in mano un cuscino funebre col cappello di un amico, “andato avanti” recentemente.
E poi le bande e le fanfare: decine e decine (N.d.R.: nelle nostre foto la Fanfara dei congedati della Brigata alpina “Orobica”​, la Fanfara del Gruppo Alpini di Castel Sant’Angelo (comune)​( Rieti​), la Fanfara Alpina della sezione di Scanzorosciate​ Bergamo​ e la Fanfara regionale del Molise​).

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L’abilità e la spontaneità degli Alpini ha fatto si che il cerimoniale ufficiale della tre giorni alternasse sapientemente momenti di “sacro” e altri di “profano”. Nel cerimoniale ufficiale non sono mancate occasioni come la messa in suffragio ai caduti tenutasi il sabato nella appena restaurata Basilica Di San Bernardino Da Siena – L’aquila​, l’incontro commovente tra il sindaci de L’Aquila e quello di Gemona del Friuli​ (terremoto del maggio 1976) e quello di Finale Emilia​ (terremoto maggio 2012). Il profano ha visto una enorme “oktober fest” in chiave patriottica fatta di convivialità tra commilitoni,di aneddoti della naja e di soddisfazione per quei tanti alpini ormai nella protezione civile che videro L’Aquila nelle drammatiche settimane del sisma e che l’hanno rivista ora, con le sue tante ferite, ma anche con i suoi ormai evidenti – sebbene ancora in minoranza tra ponteggi ed impalcature – segni di ricostruzione. D’altra parte si sa, quando il terreno è impervio, si va avanti solo col passo dell’alpino.

Adunata_Alpini_L'Aquila_Marco Potenziani_Alamari Musicali (18)
Marco Potenziani per Alamari Musicali​

P.s.: Grazie a Forze Armate – Parata 2 Giugno​ per la cortese collaborazione.