Era il 4 Novembre, dopotutto!

4 novembre locandina

Lo scorso 4 Novembre si è ripetuto il consueto calendario di appuntamenti e celebrazioni. Lontani dai fasti della reggenza La Russa del ministero della Difesa e dalle caratteristiche esposizioni di mezzi e installazioni espositive, sono tornate quanto meno in auge – sebbene in forma più contenuta, per adeguarsi alla “spending review” – l’apertura delle caserme e i concerti di bande e fanfare militari in molte piazze d’Italia.

Nella Capitale d’Italia, alla tradizionale deposizione della corona d’alloro al sacello del Milite ignoto sull’Altare della Patria (resa ancora più solenne dalle note musicali della Banda Musicale dell’Esercito, diretta dal Cap. M° Antonella Bona) è seguita, poche ore dopo, una nuova cerimonia in piazza del Quirinale. Lo spirito che ci si era prefissati per questa seconda manifestazione era quello dell’incontro tra militari e cittadini in un comune abbraccio, all’ombra del Quirinale, in concomitanza dell’inaugurazione di un’opera scultorea dedicata ai Caduti: una lunga lapide che reca i nomi dei centosettantacinque militari italiani caduti nelle missioni di pace del secondo dopo guerra, dalla guerra di Corea – in cui l’Italia inviò rappresentanze ed assetti del Corpo militare CRI – fino ai monti dell’Afghanistan. L’opera, articolata su diversi pannelli, fa certamente riflettere…specie in termini di proporzione: la prima lunga schiera di caduti – tutti nella stessa data – sono gli aviatori di Kindu; seguono, alla spicciolata, casi sporadici di incidenti considerabili, seppur nella loro tragicità, “di routine”; il marò Filippo Montesi, caduto in Libano nel 1982, apre il triste capitolo delle missioni fuori area degli ultimi trent’anni; seguono i nomi dei caduti nei Balcani, l’equipaggio di Lyra 34 e via via fino ai Caduti a Nassirya, in Iraq e in Afghanistan (tra i quali c’è anche il nome di DAVID – e non DAVIDE! – Tobini).

david tobini

L’opera “Angeli degli Eroi” di Flavio Favelli, con l’auspicio di non doverne aggiornare la tragica contabilità, è stata poi traslata nel sacrario delle bandiere del vittoriano dove sono esposte le bandiere di tutti i reparti militari sciolti dopo le guerre o dopo i recenti “salassi” di bilancio. Sebbene significativa, la lapide e il suo significato appaiono fin troppo ispirati all’analogo muro in granito nero che – a Washington DC – reca i nomi dei quasi centomila caduti americani nella guerra del Vietnam, ma – a differenza dell’installazione che l’ha ispirata – essa non sarà all’aperto bensì rimarrà custodita in un simulacro certamente significativo, ma sconosciuto ai più e destinato a rimanere tale. Se non altro sarà al riparo dagli atti vandalici che l’opera omologa della capitale americana non rischia, essendo affidata ad un popolo che persino nelle sconfitte evita di trascinare la propria bandiera nell’incandescenza delle polemiche. Data la natura di quest’opera, erano presenti alla cerimonia moltissimi parenti dei caduti e a loro è stato riservato un posto di prima importanza nello schieramento in piazza del Quirinale. Dopo la deposizione del cuscino di fiori il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si è intrattenuto, rientrando nel palazzo, con alcuni reduci e con i parenti di alcuni caduti e ha ricevuto una sonora contestazione da uno di essi, rimasto anonimo e allontanatosi subito dopo. Momenti di tensione per il cerimoniale, dunque, che non ha trovato modo alcuno di lenire lo sfogo di questo giovane parente, con gli occhiali scuri sotto ai quali asciugava costantemente lacrime con la mano, che lamentava qualcosa come una medaglia mancata e la disparità di trattamento tra il “suo” caduto e quelli degli altri. Nulla si è saputo di più e, nel frattempo – com’è d’uso in questi casi – il Capo dello Stato e il Ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno proseguito a salutare i bambini delle scolaresche, simulando indifferenza. Sono questi i rischi che si corrono a comprimere la società civile nel cerimoniale militare e cristallizzare il dolore privato di tante famiglie nel dominio pubblico delle date solenni. Serva di lezione! Rientrate le autorità nel Palazzo del Quirinale, sono state tolte le transenne e – come previsto dallo spirito della manifestazione – i parenti e gli altri civili hanno raggiunto i militari che avevano animato la cerimonia. I parenti dei caduti hanno potuto avvicinarsi alla grande lapide: l’hanno contemplata in silenzio, accarezzando il nome dei figli, e alcuni tra loro non riuscivano a trattenere le lacrime. E, a pochi metri, la Banda Musicale Interforze eseguiva marcette briose… L’atmosfera era quantomeno surreale.

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La banda interforze è una compagine musicale che nasce dall’esigenza di non fare torti a nessuna delle principali bande militari, che – per motivi di bilancio – non ci sarebbe modo di far suonare tutte insieme poiché ciascuna di esse è composta da un centinaio di orchestrali. Vengono quindi chiamati in servizio una manciata di musicisti da ognuna delle bande militari cosiddette “ministeriali” o “centrali” (Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Esercito e Marina Militare) per comporne una di una quarantina di strumentisti, diretti – a rotazione – dal Maestro Direttore di una delle suddette bande musicali.

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Il Ten.Col. M° Patrizio Esposito, direttore della Banda Musicale dell’Aeronautica Militare, ha pertanto diretto quella composta per il 4 Novembre. Tale formazione musicale, data la solennità dell’occasione in questione e delle altre a cui viene solitamente impegnata, ha indossato l’alta uniforme, esponendo pertanto una variopinta gamma di pennacchi, chepì e lucerne, giacche verdi della Finanza, code di rondine dei Carabinieri, code blu e oro della Marina e l’uniforme – indubbiamente troppo “da serata di gala” – dell’Aeronautica (frac e papillon). L’assortimento casuale della Banda Interforze e la rotazione, secondo le esigenze dei complessi musicali di appartenenza e secondo i turni di servizio, dei suoi musicisti comporta l’impossibilità di effettuare prove e di collaudare arrangiamenti ed esecuzioni: questo rende inevitabile e persino opportuno il dover ripiegare la scelta su pochi brani standard, che non sempre risultano consoni con l’occasione.

Il concerto – durato una ventina di minuti – che ha concluso la cerimonia dello scorso 4 novembre ha infatti sacrificato infatti il repertorio musicale tradizionale italiano in favore della ballabile Carmen di George Bizet, dell’onnipresente Guillaume Tell di Gioachino Rossini e delle tipiche marce americane di John Philip Sousa (dal sapore, forse, un po’ commerciale data la loro internazionalità), lasciando nella “lista dei desideri” brani certamente più adatti magari tratti dal canzoniere risorgimentale o dai canti della Grande Guerra e, in particolare, “Le Campane di San Giusto” (era il 4 novembre, dopotutto!).

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Soltanto la grande professionalità e l’ottima preparazione accademica e artistica degli orchestrali e del maestro direttore hanno fatto si che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione fosse buona. I musicisti militari (peraltro applauditissimi dalle ormai immancabili scolaresche, composte soprattutto da alunni della Scuola Primaria) hanno tamponato le sbavature di una cerimonia altrimenti improvvisata e concettualmente un po’ confusa tra festa e ricordo, brio e commozione, lacrime e rabbia…

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Sorvoliamo…come la straordinaria Pattuglia Acrobatica Nazionale delle Frecce Tricolori! Viva l’Italia! Viva la Repubblica! Viva le Forze Armate! Viva gli Italiani!

Articolo di Marco Potenziani e Claudia Giannini per Alamari Musicali

Filmati di Marco Potenziani per Alamari Musicali

Fotografie di Paolo Giandotti, Marco Potenziani e Davide Fracassi per Alamari Musicali

Ciao dal 2 Giugno 2015

Sbadigli in tribuna autorità, applausi della tantissima gente e delirio alle prove.
La Parata dello scorso due giugno ha presentato qualche novità rispetto alle edizioni precedenti. Il morale delle truppe certamente è stato alto sin dalle prove, sia a Guidonia che soprattutto quelle notturne del 29 maggio ai Fori Imperiali, dove le ore di ozio che hanno preceduto l’ammassamento e il defilamento sono state condite da goliardici sfottò e una gioia molto diffusa, specialmente dai paracadutisti che hanno trovato un’ottima spalla nella fanfara della Taurinense e dai corpi civili, ammassati invece pochi metri più in fondo alle Terme di Caracalla. https://youtu.be/306NVcvrcTU La fanfara dei Bersaglieri e i Forestali hanno animato l’intero settore prendendo letteralmente in ostaggio Crocerossine e Corpo Militare CRI. Più silenziosi i militari della Marina, dopo l’indicibile affair “gavettone” dello scorso anno che si credeva fosse l’unico motivo dell’assenza del Comsubin dalla parata. Ci avevamo creduto anche noi che un gavettone tirato dai giganti verdi della Marina all’indirizzo del Capo di Stato Maggiore della Marina fosse l’unico motivo della loro mancata partecipazione, ma poi ci siamo guardati un po’ intorno. Le forze speciali mancavano praticamente ovunque: Il 9° Col Moschin e gli Alpini del 4° Parà sono rimasti altrettanto in caserma. Tra le forze di Polizia una fila per uno tra NOCS e GIS, che erano impersonati da uomini di altre specialità data la loro contenuta mole corporea. Il perchè di tale scelta resta misterioso: c’è chi parla di addestramento delle forze speciali in vista delle operazioni contro gli scafisti in Libia e chi di eccessivo buonismo.
Ad ogni modo noi che abbiamo sempre esecrato le polemiche sul due giugno, non inizieremo certo a farne oggi.

Osserviamo però, oltre alla giusta attenzione – che sempre si poteva dare – agli atleti militari e a quelli paralimpici, che l’iniziativa degli ombrelli colorati dei bambini, che hanno occupato metà della tribuna fotografi ammassando gli operatori dell’informazione in una tonnara, non si sa bene quale contributo abbiano aggiunto. Dallo scorso anno il ritorno delle Frecce Tricolori, rimaste nell’hangar per le edizioni 2012 e 2013 sotto al loden di Mario Monti che la sarta aveva riadattato anche un po’ ad Enrico Letta, ha esercitato uno straordinario effetto traino per la partecipazione popolare che è stata altissima, a livello delle parate dell’era Ciampi. Qualche polemica l’ha suscitata l’autore dei testi che sono stati distribuiti sia alla stampa – inclusi i cronisti della Rai – che letti dall’annunciatore ufficiale su via dei Fori. La Musica d’Ordinanza dei Granatieri ha sfilato nel grigio verde della Grande Guerra ed è stata venduta per la tenuta del 1848. La data di fondazione del primo Reggimento, scritta chiaramente sui tamburi in 1659 è stata letta per 1748 mentre la fondazione dei Corazzieri è stata anticipata al 1540 rispetto al 1868. L’affronto più grave è stato inferto alla Brigata Sassari che è stata accorpata ai Granatieri di Sardegna. L’accuratezza dei testi in una parola: un disastro. Tra le altre cose, ben tornate divise storiche. Sono uscite dai magazzini quelle confezionate per la parata del 2011 dei 150 anni dell’Unità, tra cui le prime file della compagnia storica della Guerra di Liberazione in divisa inglese del CIL, cosa che probabilmente non è nemmeno conosciuta da chi ha scritto i testi ma che il consulente militare che stava in cabina di commento Rai, solitamente il generale Fogari, non mancava di sottolineare. Un ultimo appunto sulle divise storiche del ’15-’18: non abbiamo capito bene di che colore fossero dato che ogni reparto, a seconda della sartoria ch ha preso l’appalto, ne aveva repliche di tinte sensibilmente diverse. Solo quelle dei Sassarini erano ineccepibili. Per il resto, dato il budget che le viene dedicato, la parata non è destinata ad avere novità di rilievo, sebbene il sapore di molti dei tagli che le hanno inferto è di sapore decisamente demagogico. Vadano i carri armati e i sorvoli aerei, ma se ogni corpo civile sfilasse con la sua banda e la parata durerebbe mezz’ora in più di sola musica. Quale sarebbe il costo? Il lucido per gli ottoni?

All’anno prossimo.

MARCO POTENZIANI per ALAMARI MUSICALI

Fango e Gloria, i colori e i suoni della Grande Guerra.

Della Grande Guerra iniziata letteralmente cento anni fa, di materiale video inedito ce n’è davvero poco; le immagini sbiadite, il bianco e nero dai contrasti forti delle pellicole di un secolo fa e le inquadrature granulose sono state mostrate infinite volte in ricostruzioni e documentari. Quello che però ha fatto con grande successo il regista Leonardo Tiberi col suo lungometraggio “Fango e Gloria” è andato ben oltre la semplice colorazione dei vecchi filmati.

Il film “Fango e Gloria” del regista Leonardo Tiberi, prodotto con il sostegno della Regione del Veneto da Maurizio e Manuel Tedesco per Baires Produzioni in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà, andrà in onda su Rai 1 domenica 24 maggio, alle ore 21.30, esattamente nel giorno in cui cento anni fa l'Italia entrava in guerra.

Il film “Fango e Gloria” del regista Leonardo Tiberi, prodotto con il sostegno della Regione del Veneto da Maurizio e Manuel Tedesco per Baires Produzioni in collaborazione con Istituto Luce – Cinecittà, andrà in onda su Rai 1 domenica 24 maggio, alle ore 21.30, esattamente nel giorno in cui cento anni fa l’Italia entrava in guerra.

Il film è un esperimento ingegnoso e riuscitissimo di sonorizzazione e montaggio del materiale dell’Istituto Luce intervallato a parti di pura fiction.

A guidare lo spettatore è Mario - un giovane che ha vissuto in prima persona la tragica esperienza della Guerra - che racconta la sua vita, le  passioni e quelle speranze coltivate quando da studente viveva in una tranquilla cittadina della riviera romagnola. Mario parla dei mesi della neutralità, mentre tutta l’Europa era già in fiamme e nel nostro Paese continuava a sopravvivere una flebile speranza di pace, per poi ripercorrere gli anni del conflitto durante i quali impara a convivere con una quotidianità fatta di paura, di fango, di freddo e di morte. E’ Mario il nostro testimone, il ragazzo timido, senza nome e senza medaglie che da quel momento rappresenterà per tutti gli italiani il loro Milite Ignoto.  

A guidare lo spettatore è Mario – un giovane che ha vissuto in prima persona la tragica esperienza della Guerra – che racconta la sua vita, le  passioni e quelle speranze coltivate quando da studente viveva in una tranquilla cittadina della riviera romagnola.
Mario parla dei mesi della neutralità, mentre tutta l’Europa era già in fiamme e nel nostro Paese continuava a sopravvivere una flebile speranza di pace, per poi ripercorrere gli anni del conflitto durante i quali impara a convivere con una quotidianità fatta di paura, di fango, di freddo e di morte.

La storia di Mario ed Emilio, arruolati uno in fanteria e l’altro in marina, l’intreccio amoroso con Agnese inseguita da entrambi e le istanze della loro alta borghesia durante la guerra, stanno sullo sfondo senza ingombrare troppo la narrazione del conflitto attraversato dalle loro vicende immaginarie nelle sue fasi salienti. I tre personaggi vivono vicende umane realmente esistite ispirate da autentiche lettere, alcune tra quei quattro miliardi di missive di corrispondenza privata che hanno fatto la spola tra le prime linee e le case nei tre anni della guerra italiana. Questo enorme patchwork di vicende umane è il filo narrante del film, letto in una metaforica staffetta tra i tre personaggi ed arricchito da immagini originali, colorate, sonorizzate e in alcuni casi anche doppiate con plausibile interpretazione dei labiali dei veri soldati italiani, muti da cent’anni nelle bobine dell’Istituto Luce. Così alpini del ’99 che a spalla trainano un obice a tremila metri di quota tornano a dire “Si, siòr capitano” mentre Luigi Rizzo ordina il perentorio “Via” all’equipaggio del suo M.A.S. per lanciare il siluro che spegnerà nella pancia della Santo Stefano le velleità marinaresche dell’impero asburgico.

Nicola Zabaglia e Mario, interpretati da Alberto Lo Porto e da

Nicola Zabaglia e Mario, interpretati da Alberto Lo Porto e da Eugenio Franceschini

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Eugenio Franceschini (Mario) e Valentina Corti (Agnese)

Eugenio Franceschini (Mario) e Valentina Corti (Agnese)

Il grigioverde delle uniformi si mostra virtualmente per la prima volta dopo un secolo di grigio, così come le code tricolori degli aerei Caproni nel cui hangar di costruzione lavora Agnese, una delle tante donne assorbite dall’industria bellica mentre gli uomini sono al fronte. Il racconto della Grande Guerra arriva alla sua conclusione logica, con il viaggio in treno del milite ignoto dalla basilica di Aquileia all’Altare della Patria.


Fango e Gloria è un bel documento di grande effetto, nato forse senza troppe pretese e umile nel budget, limite quest’ultimo che non si coglie dalla qualità dell’opera, ma dalla pressoché artigianale distribuzione che se da un lato lo ha reso un prodotto di nicchia preservandolo dal vasto pubblico che non lo avrebbe compreso, dall’altro lo ha reso sinora difficile da trovare per appassionati e cultori del genere. Dal 21 maggio 2015, però, sarà finalmente in vendita on line e in tutte le librerie e il 24 maggio 2015 alle ore 21:30, in occasione del Centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Marco Potenziani

CAST:  Eugenio Franceschini (Mario),  Valentina Corti (Agnese), Domenico Fortunato (Il padre), Francesco Martino (Emilio), Alberto Lo Porto (Nicola Zabaglia), Michele Vigilante (Ufficiale Alpino) et cetera et cetera

CAST: Eugenio Franceschini (Mario), Valentina Corti (Agnese), Domenico Fortunato (Il padre), Francesco Martino (Emilio), Alberto Lo Porto (Nicola Zabaglia), Michele Vigilante (Ufficiale Alpino) et cetera et cetera

TA PUM

<<L’ordine era di conquistare quota 2105. La nostra trincea distava poche decine di metri da quella austriaca….., diedi una nota ad ogni sospiro della mia anima, nacque così l’accorato e disperato canto, tra i lugubri duelli delle artiglierie, il balenio spettrale dei razzi di segnalazione e il gemito dei feriti. Dal tiro infallibile dei cecchini nemici che riecheggiava a fondo valle scaturiva il micidiale Ta-pum, ta-pum, ta-pum. Furono 20 giorni d’inferno, senza che nessuno ci venisse a dare il cambio, l’inno venne cantato in quei giorni dai miei commilitoni.>>: queste le parole con cui Nino Piccinelli, ottimo musicista e ardito bombardiere volontario del I° conflitto combattente sul Monte Ortigara* confidò a un giornalista l’origine di uno tra i più noti motivi della Prima Guerra Mondiale.

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Il titolo stesso del canto alpino TA PUM altro non è che il nome con cui i soldati italiani nelle trincee chiamavano il rumore provocato dai micidiali tiri dei cecchini austriaci, che sparavano da lontano grazie al Fucile Mannlicher M95 (ricamerato in calibro 8x56R), il più lungo tra quelli della serie M95: prima si sentiva lo schianto della pallottola TA, poi arrivava il rumore della detonazione PUM.

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Questo è il testo principale dell’inno TA PUM:

Venti giorni sull’Ortigara  senza il cambio per dismontà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). E domani si va all’assalto soldatino non farti ammazzar; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Quando poi si discende a valle battaglione non hai più soldà;  ta pum ta pum ta pum (2 volte). Nella valle c’è un cimitero, cimitero di noi soldà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Ho lasciato la mamma mia, l’ho lasciata per fare il soldà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Quando portano la pagnotta, il cecchino comincia a sparar; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Battaglione di tutti i Morti, noi giuriamo l’Italia salvar /a Milano quanti imboscà; ta pum ta pum ta pum (2 volte).

Nel corso degli anni il testo ha subito numerosi rimaneggiamenti: in particolare, nella celeberrima versione del Coro S.A.T. e degli alpini, le strofe risultano modificate e la canzone ristretta.

TA PUM

Venti giorni sull’Ortigara*, senza il cambio per dismontà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Quando poi ti discendi al piano, battaglione non hai più soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pùm. Quando sei dietro a quel muretto, soldatino non puoi più parlà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Ho lasciato la mamma mia, l’ho lasciata per fare il soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pùm. Dietro al ponte c’è un cimitero, cimitero di noi soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovar; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta ta.

Questo testo, armonizzato da M. Tiberi, è particolarmente evocativo e dunque assai commovente. Il “ritornello” infatti si sviluppa in modo diverso per le differenti strofe: la prima, la terza e la quinta si concludono con un “ta pum m m m m” che rappresenta l’eco finale del suono di uno sparo partito dal Mainlicher M95 austriaco che, evidentemente, ha colpito un bersaglio distante dalla voce narrante; la seconda e la quarta strofa terminano con un “ta pum ta pùm” evidentemente breve e accentato poiché il tiratore austriaco ha colpito un bersaglio umano vicinissimo alla voce narrante; la sesta strofa, infine, si conclude con un drammatico e suggestivo “ta pum ta ta” che ci comunica, come fosse un bollettino di guerra, l’avvenuta uccisione di colui che stava riflettendo sul destino proprio e dei suoi commilitoni **.

* Il Monte Ortigara è una montagna delle Alpi, alta 2.105 metri, situata lungo il confine fra Veneto e Trentino-Alto Adige, nella parte settentrionale dell’Altopiano dei Sette Comuni: la competenza amministrativa è del Comune di Asiago, in realtà la proprietà è del Comune di Enego. Prima della Grande Guerra, sembra fosse più alta di ben otto metri: si sarebbe abbassata a causa dei continui bombardamenti che la videro teatro di sanguinosissime battaglie.

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Il Monte, effettivamente, fu teatro di una terribile battaglia, che si combatté fra il 10 e il 29 giugno 1917 e vide impiegati complessivamente 400.000 soldati per la conquista di quota 2105: per avere un’idea della violenza degli attacchi che qui si svolsero, basta pensare che gli austriaci consumarono, in una sola mezza giornata, ben 200 tonnellate di munizioni. Gli italiani schierarono 22 battaglioni alpini, 4 reggimenti di fanteria e 1 reggimento bersaglieri nel tentativo della conquista dell’ Ortigara occupata dalla prima linea austroungarica. I morti, sul Passo dell’ Agnella, furono numerosissimi: nell’Altopiano di Asiago dovettero essere eretti addirittura quarantuno Cimiteri di guerra dell’Altopiano dei Sette Comuni. Il Monte fu da allora chiamato “calvario degli Alpini”.

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Nel settembre 1920, oltre 2.000 persone s’inerpicarono sulla cima per deporvi una colonna mozza a memoria dei caduti, recante la scritta “Per non dimenticare”: quella rappresenta dunque la prima Adunata nazionale degli Alpini.

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** Non vi sembri un paragone irrispettoso la citazione di un brano di musica leggera presentato al Festival delle Rose del 1966: Franco Migliacci (autore del testo), Mauro Lusini (autore della musica) ed Ennio Morricone (autore dell’arrangiamento) utilizzarono il medesimo espediente nella versione di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” portata al successo da Gianni Morandi, quando la censura li costrinse a eliminare il suono della Machine Gun, 7.62mm, M60 e della Пулемет Калашникова PK – meglio note come mitragliatrici M60 e PK Kalašnikov, rispettivamente usate dalle truppe statunitensi e dalle truppe filosovietiche durante la Guerra del Vietnam – ed essi lo sostituirono con gli arcinoti “M’han detto va nel Viet-nam e spara ai Viet-cong tatatatatatatatata” e “Nel petto un cuore più non ha, ma due medaglie o tre tatatatatatatatatatata”. Purtroppo l’effetto si perse quasi del tutto nelle successive versioni del brano, sempre meno “beat” e sempre più melenso. http://youtu.be/rOJQuTD73Wk