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Il Conte Rosso

Piroscafo CONTE ROSSO

Piroscafo CONTE ROSSO

In onore di Amedeo VII di Savoia, Conte di Savoia e Conte d’Aosta, Moriana e Nizza dal 1383 al 1391 noto come il “Conte Rosso”- il Lloyd Sabaudo volle chiamare un piroscafo transatlantico di 180 metri di lunghezza, 22 di larghezza, 17.879 tonnellate di stazza lorda e circa 22.000 tonnellate di dislocamento, costruito nei cantieri scozzesi William Beardmore & Co a Dalmuir nei pressi di Glasgow. * A onor del vero, il primo tentativo di varo, avvenuto il 26 gennaio 1921, fallì perché la nave rimase ferma sullo scalo: in marineria, si sa, la superstizione domina e, forse, con un fondo di ragione. Invece lo scafo del piroscafo scese effettivamente in acqua il successivo 10 febbraio, ma trascorse più di un anno prima che i lavori finissero. Il “Conte Rosso” salpò, infatti, il 29 marzo 1922 per il suo viaggio inaugurale sulla rotta Genova-Napoli-Montevideo-Buenos Aires.

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Dai carteggi dei Lloyds risulta che dal 1922 al 1928 il transatlantico venisse impiegato sulla linea Genova-Napoli-New York e poi, fino al 1932 fu destinato a percorrere la rotta del suo primo viaggio verso il Sud America. In seguito alla fusione del Lloyd Sabaudo di Genova con due altre importanti compagnie di navigazione (Cosulich Line e Navigazione Generale Italiana) nella Società Italia e al riordino della risultante flotta, il Conte Rosso fu noleggiato al Lloyd Triestino – che poi l’acquistò un anno più tardi – e fu impiegato sulla rotta Trieste-Venezia-Brindisi-Suez-Bombay-Singapore-Shangai.

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Nel 1935, durante la Guerra d’Etiopia, il governo di Mussolini lo requisì per trasportare truppe italiane e coloni in Africa Orientale Italiana. L’anno successivo, rientratone in pieno possesso, il Lloyd Triestino l’affidò allo Stabilimento Tecnico Triestino per i necessari lavori di “ristrutturazione” ne fece sostituire l’apparato motore con un nuovo apparato motore, costruito dalla Franco Tosi di Legnano, che vantava una potenza di 25.000 HP utile al conseguimento di velocità sino a 20 nodi. Probabilmente fu proprio questa caratteristica innovativa a renderlo appetibile per il Ministero della Guerra e, in particolar modo, per la Marina Militare che lo requisì il 3 dicembre 1940 per adibirlo al trasporto di truppe in Libia: l’equipaggio civile del piroscafo dimostrò in numerose occasioni coraggio ed efficienza effettuando numerosi viaggi sulla rotta di guerra Roma – Tripoli e trasportando indenni parecchie migliaia di uomini (fra cui per esempio, l’8 febbraio 1941, reparti della Divisione Ariete), sino al 24 maggio 1941.

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All’alba del 24 maggio 1941 (alle ore 04.40, secondo il diario di bordo) il “Conte Rosso” salpò – assieme ai piroscafi passeggeri “Esperia”, al piroscafo misto “Marco Polo” e alla motonave passeggeri “Victoria”, anch’esse adibite al trasporto di truppe – da Napoli diretto a Tripoli con a bordo 280 uomini d’equipaggio civile al comando dal triestino Fabris e 2449 (altre fonti parlano di 247 e 2482) fra ufficiali, sottufficiali e soldati di tutte le Armi (avieri, carabinieri, carristi, fanti e genieri), per un totale di 2729 uomini degli 8.500 uomini destinati al fronte libico: tanto campionario umano annoverava gente in dimestichezza con il mare e gente che invece lo vedeva per la prima volta, richiamati delle classi anziane e giovanissimi volontari, spesso universitari né mancava qualche “clandestino” come l’allievo ufficiale Bartolotta del 4° Rgt.Carristi, che s’era nascosto in una scialuppa pur di seguire in Africa il proprio reparto, malgrado l’ordine di restare a terra. Il convoglio veloce (viaggiava a oltre 17 nodi) era scortato dalle torpediniere “Procione”, “Pegaso” e “Orsa” e dal cacciatorpediniere “Freccia” ed era comandato dal Contrammiraglio Francesco Canzoneri. Alle 15.15 i bastimenti iniziarono l’attraversamento dello Stretto di Messina e a loro si unirono intorno alle ore 16.00, come scorta a distanza, i cacciatorpediniere “Ascari”, “Corazziere” e “Lanciere” e gli incrociatori pesanti “Trieste” e “Bolzano” della Terza Divisione e, per incrementare la vigilanza antisommergibile, le  torpediniere “Calliope”, “Perseo” e “Calatafimi”, che però sarebbero rientrate in porto in serata.

Al tramonto del 24 maggio il convoglio di cui faceva parte il “Conte Rosso” si trovava dunque circa dieci miglia al largo di Augusta su due file, con la scorta diretta su entrambi i lati e gli incrociatori, sempre di poppa, ad un paio di miglia e qualche idrovolante in missione antisommergibile che lo sorvolava.  Zigzagando a circa diciotto nodi su un mare tranquillo, i bastimenti seguivano la rotta a levante della Sicilia, pericolosa per la vicinanza di Malta, ma più rapida dell’altra a ponente. Poco prima delle 20.30 circa le navi cessarono di zigzagare per poter fare il punto della situazione prima del buio, mentre i Cant-Z rientravano ad Augusta.

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Erano le 20.33 quando, poche miglia più al largo, il Luogotenente Malcolm David Wanklyn**, Comandante del sommergibile “HMS Upholder” della British Royal Navy appartenente alla Flottiglia di Malta, vide apparirgli nette nel periscopio le sagome delle navi che si stagliavano sullo sfondo del luminoso tramonto: era in mare già da venti giorni e, nonostante fino a quel momento gli fosse riuscito di affondare soltanto un piccolo piroscafo, gli erano rimasti solo due siluri. Wanklyn decise di lanciarli entrambi: gli ordigni sfiorarono il “Freccia”, caposcorta, che sparò il Very verde per dare l’allarme e mise barra a sinistra per dare caccia e, insieme al “Corazziere” e al “Lanciere”, fu subito sull’unità nemica e, in meno di diciannove minuti, la misero fuori gioco danneggiandola seriamente con molte delle 37 cariche di profondità lanciate andate a segno. Sul Conte Rosso, che gli navigava sulla dritta a poca distanza, il segnale però non fu avvertito o, se lo fu, mancò il tempo per reagire con la manovra: fecero prima i siluri, squarciando lo scafo sulla sinistra, a proravia. Sulle prime sembrò che le esercitazioni di salvataggio fatte all’inizio del viaggio dovessero dare i loro frutti: i militari, secondo le disposizioni, si erano rapidamente concentrati a poppa, dove corse anche il Terzo Ufficiale di Guardia Predonzan che racconta: <<Dopo cinque minuti la nave cominciò ad appruarsi. Risuonò sinistro il “Si salvi chi può!” e fu il caos. Urlai, allora, ai militari infagottati nel salvagente di buttarsi in acqua. Ne spinsi parecchi oltre la murata, ma altri, non sapendo nuotare, non trovavano la forza di muoversi e si accovacciarono, vinti, ad attendere la morte. Tutto l’equipaggio civile si prodigò per ridurre le dimensioni del disastro: molti marinai pagarono con la loro vita la salvezza di oltre 1300 soldati. Non erano passati 10 minuti dal siluramento, che il Conte Rosso aveva già la poppa rivolta al cielo con le eliche che giravano ancora lentamente, sempre più alte sull’acqua. Il mare intorno brulicava di zattere e di teste, tutta gente in lotta disperata per la vita, tesa ad allontanarsi dal bastimento per evitare il tanto temuto gorgo. Dalle fiancate, ormai quasi verticali, grappoli di uomini scivolavano giù, appesi a penzoloni in posizione innaturale. Poi vi fu come un tuono, un immane ultimo respiro della nave, fatto di sibili e di schianti: lo scafo andò a picco veloce e diritto, quasi senza gorgo, mentre enormi bolle d’aria e di nafta salivano a galla, portando con se alla salvezza uomini già condannati.>> Erano effettivamente trascorsi soltanto otto minuti dall’ordine di lancio da parte del comandante Wanklyn quando il “Conte Rosso” affondò di prua a circa 10 miglia per 83° da Capo Murro di Porco in Sicilia (al largo di Siracusa): il relitto del Conte Rosso giace in posizione 36°41′ N, 15°42′ E. qzqjw9  036702

Nessuno saprà mai quanta, tra la gente che era in acqua aggrappata ai rottami od alle zattere o sostenuta dal salvagente, perì prima di poter essere salvata: certo l’ingestione di nafta o il colpo dei sugheri alla carotide dovettero mietere subito molte vittime. Gran parte delle vittime non ebbe effettivamente il tempo di abbandonare la nave o fu strangolata dai propri giubbotti salvagente, dopo essersi tuffata da un’altezza di decine di metri: l’appruamento aveva infatti portato il Conte Rosso ad impennare la poppa molto al disopra della superficie. Il “Corazziere”, il “Lanciere”, la “Procione” e la “Pegaso”, quindi, presero a rastrellare il mare a lento moto, aiutandosi a tratti con i proiettori: le altre navi, invece, proseguirono con il convoglio, che giunse indenne a Tripoli il mattino seguente. Frattanto, da Augusta, salpavano in fretta una decina di pescherecci del dragaggio, diretti anch’essi verso la zona del disastro. Tra le navi soccorritrici giunse anche la nave ospedale “Arno”, che trasportava feriti da Bengasi (Libia) a Napoli e che alle ore 23.00 deviò la rotta verso il punto dell’affondamento. Tutto ciò, per centinaia di uomini, costituì quindi la differenza tra la morte e la vita: con esattezza per 1.432 di essi, tanti quanti furono i superstiti che, sin dalle prime ore del 25, cominciarono a sbarcare ad Augusta. Qui, il Comando della base navale era già in allarme, e pronto a riceverli, anche se il loro numero elevatissimo poneva subito dei problemi di natura logistica, ospedaliera e assistenziale. La città viveva, invece, ore ancora incerte: s’era saputo della tragedia, ma gliene sfuggivano le proporzioni e probabilmente soltanto quando una prima colonna di camion carichi di naufraghi passò in via Principe Umberto, diretta al Comando di Terravecchia, e la gente dai marciapiedi e dalle case poté vedere decine di giovani denudati sui cassoni, coperti dai soli teloni, con dipinta sul volto l’immagine della durissima prova sopportata, allora capì e si commosse. Da un balcone, una mano gettò su un camion un pane perché portasse un primo conforto ai naufraghi: fu l’inizio di una gara, che trovò il limite solo nelle ristrettezze d’un paese che non era ricco, non era grande, e per di più già risentiva delle restrizioni dovute alla guerra. <<Ricordo ancora la generosa popolazione di Augusta, che con le lacrime agli occhi ci fece una commovente accoglienza.>> scrive tal Eleuteri, un superstite, e Rustia, un altro la cui lettera sta in cornice nello studio del Sindaco: <<A noi naufraghi fu riservata un’accoglienza affettuosa e piena di attenzioni, che mai potremo dimenticare.>> Augusta praticamente li adottò: sia  i 1432 vivi, sia i 1297 morti. Duecentotrentanove salme, tra cui quella del Capitano di Vascello Enrico De Bellegarde comandante militare del “Conte Rosso” furono recuperate e deposte sulla banchina sommergibili, che stentava a contenerle e ai funerali partecipò tutta la cittadinanza, frammista ai militari superstiti, che seguivano i feretri infagottati nelle tenute di fatica dei “marò” in attesa che dai depositi giungessero le nuove divise. Quelle salme, metà delle quali proseguirono per Siracusa per motivi di spazio, ricevettero un omaggio assiduo da parte degli abitanti di Augusta anche negli anni successivi, fin quando, verso il 1960, non ne venne disposta la definitiva traslazione ai paesi d’origine o al Sacrario messinese dedicato al Cristo Re.

Funerali

L’affondamento della nave passeggeri “Conte Rosso”, adibita al trasporto truppe verso l’Africa Settentrionale, provocò il più alto numero di vittime umane in un singolo bastimento di tutta la Seconda Guerra Mondiale all’interno della Marina Italiana e David Wanklyn, comandante dell’ “HSM Upholder” fu decorato, per questo siluramento, con la Victoria Cross: sarebbe poi morto, disperso in mare, il 14 aprile 1942 al comando del suo sommergibile, affondato dalla torpediniera “Pegaso” mentre cercava di attaccare un altro convoglio italiano nella zona di Tripoli. Gli uomini del “Conte Rosso” sopravvissuti, quindici giorni dopo il naufragio, furono inviati – dopo una breve licenza – a combattere su tutti fronti, dall’Africa alla Russia dove patirono altre drammatiche prove. La guerra non poteva, infatti, avere riguardi per chi, seppur ancora scosso nell’intimo, era tutta via rimasto integro nel fisico.

Questo drammatico evento continua, anche a distanza di decenni, a essere oggetto di toccanti commemorazioni.

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Nel 2007 l’Amministrazione Comunale di Augusta (SR) decise di commemorare la tragedia con un concerto della Fanfara del 12° Battaglione Carabinieri “Sicilia”. La compagine musicale militare si esibì, diretta dal Maresciallo Capo Paolo Mario Sena, il 19 maggio 2007. L’emozionante esibizione, presentata da Mirca Viola, si aprì con l’Ouverture “1812” di Pëtr Il’ič Čajkovskij particolarmente adatta coi suoi toni cupi, tristi e solenni che fanno pensare alla preghiera mesta per le vittime, quei lampi di cannone che richiamano la guerra e la morte, quei triangoli di sottofondo che fanno pensare all’allarme sulla nave che sta affondando nella concitazione nei soccorsi e quel suono cupo e potente alla fine che evoca l’ultimo richiamo del bastimento a vapore immediatamente prima di colare a picco http://youtu.be/doeb1fh3aec

Nel filmato, alcuni di voi probabilmente riconosceranno, al corno, il Brigadiere Alessandro Conte, Vice Capo Fanfara della Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma, nella tradizione molto bella dello scambio fra musicisti delle Fanfare dell’Arma – che speriamo possa continuare – alla quale la Fanfara dei Carabinieri di Palermo si è sempre prestata con entusiasmo.

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* Con la medesima onomastica e per la stessa compagnia di navigazione, dai cantieri di Glasgow uscirono in breve periodo anche le navi Conte Biancamano, Conte Grande e Conte Verde: quest’ultima era un’unità similare al Conte Rosso, sebbene leggermente più piccola, mentre le altre due, di costruzione successiva, erano più grandi e presentavano varie differenze. http://transatlanticera.blogspot.it/2012/12/blog-post.html

** David_Wanklyn_VC_IWM_A_7293 http://en.wikipedia.org/wiki/David_Wanklyn

Fonti: Notiziario della Marina, Anno XXXI N.7, luglio 1984, a cura di Tullio Marcon; “Genova, città dei transatlantici” di Paolo Piccione;
“La guerra italiana sul mare. La Marina tra vittoria e sconfitta 1940-1943” di Giorgio Giorgerini; “Navi mercantili perdute (USMM)” di Rolando Notarangelo, Gian Paolo Pagano; http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2012/06/30/news/i-100-anni-di-luigi-superstite-del-conte-rosso-1.5343305http://www.galleriaroma.it/Eventi/2007/Immagini/Conte%20Rosso/Conte%20Rosso.htm; http://www.trentoincina.it/mostrapost.php?id=15 .

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Volo di note

Secondo una plurisecolare tradizione, la camera nella quale – a Nazareth in Galilea – la Vergine Maria nacque, fu educata e ricevette l’annuncio dell’ Arcangelo Gabriele era divenuto un piccolo santuario biblico, caduto in mano dei musulmani: per tale motivo questo venne traslato prima a Tarsatica in Dalmazia (1291), poi nella selva di Recanati e infine a Loreto (Ancona) nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294. La credenza popolare ha poi attribuito alla “mano di angeli” il trasporto a Loreto della Santa Casa.
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Papa Benedetto XV, accogliendo i desideri dei piloti della prima guerra mondiale (1914-1918), proclamò la Madonna di Loreto Celeste Patrona di tutti gli aviatori con il Breve Pontificio del 24 marzo 1920: il Santo Padre approvò anche la formula di benedizione degli aerei (costituita da tre orazioni speciali in cui si implora Dio affinché l’aereo serva alla sua gloria e al bene dell’umanità, si fanno voti di incolumità per coloro che se ne servono e si implora che la Vergine Maria e l’Angelo del Signore accompagnino i trasvolatori e li facciano arrivare incolumi alla meta) che fece inserire nel Rituale Romano. Il 12 Settembre 1920 si svolse dunque a Loreto una cerimonia religioso-patriottica per la proclamazione della Madonna di Loreto a Patrona e il 28 marzo 1923 venne ufficialmente fondata la Regia Aeronautica quale Forza Armata.
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Da allora, in tutti i Reparti si venera la Virgo Lauretana e ogni anno l’ Aeronautica Militare celebra tale legame particolare in varie occasioni.
Sabato 19 luglio 2014, per esempio, si è tenuto – grazie al patrocinio del Comune di Loreto e, soprattutto, all’instancabile impegno dei “ragazzi” della sezione “Gen. Giulio Douhet” * dell’ Associazione Arma Aeronautica – un bellissimo concerto intitolato Volo di note 2014.
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Dopo aver ascoltato i generosi e giovanissimi musicisti della Fanfara del Comando 1 Regione Aerea di Milano, diretti dal 1° Maresciallo Luogotenente Orchestrale Antonio Macciomei, siamo stati contagiati da tanto entusiasmo e gioiosità che stavamo per scrivere un titolo affettuosamente irriverente del tipo “Concerto della madonna in piazza della Madonna”, ma – state tranquilli – non lo scriverò. 😉
Scriverò soltanto che le note si sono librate in volo dai loro strumenti con tale eleganza e potenza da riempire una piazza grandissima sconfiggendo eco, rumori di vario genere, brusii, problemi di acustica di non poco conto…
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Scriverò soltanto che è stato emozionante vedere tanta gente battere le mani per tenere il tempo della bellissima Marcia d’ordinanza, che il Capitano della Regia Aeronautica Alberto Di Miniello – primo direttore del Corpo Musicale della Regia Aeronautica – compose nel 1937 ispirandosi al noto balletto “Amor” di Romualdo Marenco (un ballo kolossal in 2 atti e 16 scene che aveva riscosso un enorme successo sin dal suo debutto a La Scala di Milano nel 1886: 614 esecutori di cui 72 ballerine, 32 ballerini, 64 mimi, 48 corifee, 48 allieve, 350 comparse, 3100 costumi, 8000 oggetti, 12 cavalli, 2 buoi e un elefante).
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Scriverò solamente che è stato emozionante tornare fanciulla ascoltando le note della bellissima marcia sinfonica non priva di toni militareschi “Casertana” del M° Michele Lufrano** eseguite da musicisti tanto capaci quanto giovani, diretti dal sereno e determinato sorriso del Sergente Antonio Quaranta (apprezzato vice direttore).
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Scriverò soltanto che è stato emozionante ritrovarsi improvvisamente all’inizio degli Anni Venti – nel bel mezzo di un mercato persiano e in abiti principeschi – a danzare per amore di un califfo che passa con la sua carovana di guerrieri in groppa ai loro cammelli tutti bardati e circondata da giocolieri, incantatori di serpenti e mendicanti che chiedono l’elemosina con la loro tipica cantilena “Bakshish bakshish Allah empshi empshi” e poi improvvisamente sola e triste nel mercato ormai deserto di Albert William Ketèlbey…
Scriverò soltanto che è stato emozionante tornare ancora più indietro nel tempo – alla fine dell’Ottocento – e ritrovarsi seduta in un accampamento Lakota a sentire il discorso di un capo che si dice profondamente preoccupato dell’arrivo di tanti visi pallidi nel continente americano e contemporaneamente in mezzo a qualche sfarzoso ballo in una tenuta di qualche ricco latifondista degli Stati Confederati o durante una battaglia della Guerra d’Indipendenza o della Guerra di Secessione: merito della Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák e della saggia direzione del 1° Maresciallo Luogotenente Orchestrale Antonio Macciomei.
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ma anche dei timpani di Francesco Alemanno.

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Gli stessi timpani che ti fanno volare lontano lontano fino all’Europa del Nord nel XII secolo in mezzo a tanti nobili cavalieri medievali: suggestioni evocate dai “Carmina Burana” di Carl Orff.
…E pensare che questi giovanotti un po’ “scanzonati” non mi avevano ispirato grande fiducia nel loro talento musicale, mentre li osservavo scaricare i loro strumenti sul sagrato della Basilica della Santa Casa nella Piazza della Madonna di Loreto: mi sono dovuta ampiamente ricredere constatando un gran talento ed energia da vendere nei percussionisti Antonio Quaranta e Francesco Alemanno (Sergenti), Paolo Gravante (Aviere Capo) e Ferdinando Russo (1° Aviere Scelto, che solitamente suona la tromba!).
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Scriverò soltanto che è stato emozionante ritrovarsi nella Cuba degli Anni Cinquanta del Novecento, ma forse mi confondevo col Messico dei mariachi per colpa della “Conga del Fuego Nuevo” di Arturo Marquez e per merito del trombone ospite Giuseppe Boccucci, della tromba solista del Primo Aviere Fabio De Sario e del “piccolo” clarinetto in Mi bemolle del Primo Aviere Stefano Bove.
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Scriverò soltanto che è stato emozionante volare verso nord, superare i confini tra il Messico e il Nuovo Messico e dirigersi verso le Montagne Rocciose andando a ritroso nel tempo fino al 1862: può accadere se il flauto traverso dell’Aviere Scelto Irene Guido, il corno del 1° Aviere Angelo Ferraro e dell’ospite Martino Torquati, i clarinetti del Sergente Domenico Carratta e dell’Aviere Capo Ippazio Urro, la tromba dell’Aviere Capo Michelangelo Scarano e l’intera classe dei sassofoni della Fanfara del Comando 1^ Regione Aerea intonano le colonne sonore di “Once Upon A Time In The West” e di “The Good, The Bad And The Ugly” (composte dal Maestro Ennio Morricone e arrangiate da Johan De Meij nel suo medley “Moment for Morricone”) accompagnati dalla voce della mezzosoprano Lauren Holden…
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Scriverò soltanto che è stato emozionante ascoltare la voce di questa giovanissima mezzosoprano britannica cantare “New York, New York” e riuscire ad “arrivare” nei cuori di tutti gli spettatori nella grande Piazza della Madonna di Loreto, coprendo persino il rumore dell’acqua della fontana e mettendo a tacere i brusii del pubblico.
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Scriverò soltanto che è stato emozionante non riuscire a trattenere i piedi e lasciarli danzare al ritmo di “Ran kan Kan” di Tito Puente, “Quizas Quizas Quizas” di Osvaldo Farres e “Mambo Inn” di Mario Bauza – raccolti nel medley “Cuban sound” di Giancarlo Gazzani – dettato dagli ottimi percussionisti già citati, dalle trombe del Sergente Giuseppe D’Alessio, del 1° Aviere Scelto Antonio Bucci, dell’Aviere Capo Michelangelo Scarano e del 1° Aviere Fabio De Sario, dai tromboni dell’Aviere Scelto Innocenzo Fasano e degli eccezionali ospiti Giuseppe Boccucci e Daniele Guerrucci, dai sassofoni dei Sergenti Alessio Nicola Scalera e Carmine Aufiero e degli Avieri Samuele Cupellaro, Gaetano Pazienza e Antonio Potenza, dall’Euphonium del Sergente Antonio Damiano Manzari, dal Basso Tuba del Sergente Angelo Messina, dai clarinetti di Stefano Bove, Domenico Carratta, Daniele Simoniello, Ippazio Urro, Francesco Liquori, Alessia Rizzato, Domenicantonio Renzulli, Pasquale Piscitiello e Nicolò Molinini.
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Scriverò soltanto che è stato emozionante tornare nel tempo presente e nel luogo reale per assistere alla consegna di una targa ricordo da parte del Colonnello Giovanni Santilli – Presidente della sezione “Generale Giulio Douhet” di Loreto dell’Associazione Arma Aeronautica – al 1° Maresciallo Luogotenente Orchestrale Antonio Macciomei, che dirige con maestria i giovani musicisti della Fanfara del Comando 1^ Regione Aerea dopo una lunga esperienza da musicista nella Banda Musicale dell’Aeronautica Militare.
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Scriverò soltanto che è stato emozionante oltre ogni aspettativa cantare insieme a ciascuno di loro “Il canto degli Italiani” di Michele Novaro, che compose e scrisse l’inno nazionale della Repubblica Italiana basandosi su un poemetto di Goffredo Mameli, nella pregevole trascrizione del M° Fulvio Creux.
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Se volete emozionarvi anche voi, eccovi il resoconto filmato dell’intera esibizione musicale.

Il bello di essere blogger piuttosto che giornalista dipendente di qualche testata sta nel poter ringraziare questi talentuosi e generosi giovani musicisti, nel poter fare a tutti e a ciascuno di loro complimenti vivissimi e nel poterli salutare uno per uno con una vibrante stretta di mano e un vigoroso abbraccio.

P.s.: Non accusatemi di non possedere il dono della sintesi: io ve l’avevo detto che era stato un “concerto della madonna” in piazza della Madonna.

* douhet_g Giulio Douhet (Caserta, 30 maggio 1869 – Roma, 15 febbraio 1930) è stato un generale italiano, teorico della guerra aerea. Nel 1921 pubblicò il trattato “Il dominio dell’aria” che ebbe una grande influenza sui contemporanei ed ancora oggi è oggetto di studi di ambito aeronautico-militare.
http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Douhet#Biografia
** cache_2420014208 Michele Lufrano (Sant’Arcangelo, 15 aprile 1915 – Noci, 17 febbraio 1996) è stato un compositore e direttore d’orchestra. Lufrano. Egli imparò da bambino a suonare la tromba ed esordì nel glorioso Concerto Bandistico di Squinzano, allora diretto da Gennaro Abbate, e ne divenne poi vice direttore e – alla morte di Abbate – direttore. È stato direttore di varie Bande “da giro” molto importanti nel panorama delle bande civili italiane: Banda Sant’Arcangelo (1938), Storico Complesso Musicale “G. Tito” di Valsinni (1940), Banda di Cepagatti, Banda Città di Chieti, Banda musicale di Gravina in Puglia, Grande Orchestra di Fiati e Percussioni “Città di Manduria”, Filarmonica “Città di Campana Teano”, Banda Musicale “Giacomo Puccini” Carovigno (1950), Banda di Guardiagrele, Orchestra di Fiati “Fedele Fenaroli” Città di Lanciano (1952-1956 e 1960-1962), Grande Orchestra di Fiati “Giacchino Ligonzo” Città di Conversano (1957-1959), Banda Musicale Città di Mottola (1961-1963), Associazione Banda di Castellana Grotte (1964-1965), Associazione Musicale “Giuseppe Verdi” di Francavilla Fontana (1966-1978) e Banda di Pescara (1983-1988). Ha diretto per anni la Banda Militare del 2 ° reggimento di fanteria, all’epoca di stanza nella provincia di Arezzo.
http://nl.wikipedia.org/wiki/Michele_Lufrano

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Premio Roma

Nella serata del 10 luglio 2014 ad Alamari Musicali è stato concesso l’onore di partecipare alla cerimonia conclusiva della XV edizione del Premio Roma 2014. Quest’anno l’evento – organizzato e promosso dall’instancabile Presidente Aldo Milesi – si è svolto nell’ Aula Magna del Rettorato dell’ Università degli Studi La Sapienza di Roma. Lo scorso anno – come da tradizione pluriventennale – i narratori e i saggisti italiani e stranieri finalisti in gara per il Premio Roma erano stati presentati al pubblico del Teatro romano di Ostia Antica dalla spigliata conduttrice televisiva Paola Saluzzi Page, presente sul “palco” anche quest’anno nella sua accurata ed elegante semplicità. Nel corso della serata sono stati conferiti riconoscimenti a personalità del mondo artistico, scientifico e internazionale, tra i quali il magnifico Rettore Luigi Frati, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, il direttore del Dipartimento Italia della The Jerusalem Foundation Tamar Millo e l’Ambasciatore di Israele (Israel) in Italia Naor Gilon. Il Premio Roma si è svolto quest’anno in gemellaggio con la città di Gerusalemme, mentre l’anno scorso era stata la volta di London, United Kingdom (Londra). Ad aprire la serata, la meravigliosa Banda Musicale dell’ Arma dei Carabinieri schierata in formazione di media banda sotto la direzione del Tenente Colonnello M° Massimo Martinelli.

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La cerimonia di premiazione è stata doppiamente importante per la Banda – applauditissima per l’esecuzione della marcia d’ordinanza, dell’Inno europeo, degli inni nazionali d’Israele e d’Italia e dell’aria “Va’ pensiero” dal Nabucco di Giuseppe Verdi – poiché il magnifico rettore Luigi Frati ha consegnato uno speciale riconoscimento all’ Arma Dei Carabinieri in occasione del bicentenario della sua fondazione: il premio è stato ritirato, in nome e per conto di ciascuno dei suo uomini – dal Comandante Generale dell’Arma, Gen. C.A. Leonardo Gallitelli.

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Dopo di lui Anna Maria Tarantola, Presidente della Rai – Radiotelevisione Italiana, che ha ritirato il “Premio Roma Urbs Universalis” conferito all’emittente di Stato in occasione del novantesimo anniversario della radio e il sessantesimo della televisione. Francesco Liberati e Claudia Monti hanno invece ritirato il Premio Roma Speciale per la Solidarietà in rappresentanza – rispettivamente – della BCC Roma – Banca di Credito Cooperativo e dell’ Antea Associazione Onlus.

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La presentazione del premio letterario vero e proprio è stata invece condotta dalla simpatica e brava Roberta Lanfranchi: Clara Sánchez ha vinto il premio per la sezione Narrativa straniera col suo “Le cose che sai di me” edito da Garzanti Libri, Valerio Massimo Manfredi con “Il mio nome è Nessuno” edito da Libri Mondadori ha vinto nella sezione Narrativa italiana e Domenico De Masi nella sezione Saggistica si è classificato primo col suo ” Mappa Mundi” pubblicato da Rizzoli.

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Per questa edizione, dedicata allo Stato d’Israele e alla Città di Gerusalemme, è stato istituito il Premio Speciale “Roma – Gerusalemme” che è stato assegnato alla scrittrice israeliana Zeruya Shalev per il suo “Quel che resta della vita” pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli Editore.

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La parte finale della serata è stata co-condotta da Paola Saluzzi e Roberta Lanfranchi con l’assegnazione del Premio Speciale “per la promozione della canzone italiana nel mondo” al cantautore napoletano Gigi D’Alessio, che – accompagnandosi col pianoforte ha interpretato “Tu si’ ‘na cosa grande” (testo di Roberto Gigli e musica di Domenico Modugno) e ha cantato alcune sue canzoni.

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Il saluto militare da parte del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, mentre ci si dirigeva verso l’uscita dell’Ateneo, ci ha ripagati per i sacrifici economici e fisici che affrontiamo di volta in volta per voi…

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Monte Canino

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Il Monte Canin (Mont Cjanine in friulano, Kanin in sloveno, Cjanôn in resiano) è l’ultimo massiccio montuoso delle Alpi Giulie in territorio italiano: esso segna infatti l’odierno confine tra i comuni di Resia e Chiusaforte, facenti parte della provincia di Udine, e il comune di Plezzo, appartenente alla Slovenia. Il Canin non è una vera e propria vetta, ma è costituito da un colossale altopiano calcareo, formato da cime che raggiungono altezze variabili tra i milleottocento e i duemilatrecento metri, che culmina in una larga cresta che lo percorre in tutta la sua estensione e assume, a Sud, le sembianze di un grande mare di roccia. Le correnti umide meridionali portate principalmente dai venti di Libeccio e di Scirocco, non incontrando prima di esso alcun ostacolo, impattano direttamente con le rocce dell’altopiano causando precipitazioni di carattere piovoso molto intense, stimabili tra i tremila e i tremilacinquecento millimetri annui. All’alto tasso di piovosità corrispondono elevate frequenza e quantità di precipitazioni di tipo nevoso durante la stagione invernale: questa effettivamente rappresenta la zona più nevosa di tutto l’arco alpino, seconda soltanto ad alcune vette della non lontana Stiria. La continua opera di dissoluzione delle rocce da parte dell’acqua ha causato la formazione di caverne, foibe, grotte, orridi, pozzi e altri fenomeni carsici che hanno reso famosa la zona anche a livello internazionale: le sue abissali profondità che in alcuni casi raggiungono i mille metri, costituiscono infatti motivo di interesse per molti studiosi e speleologi. Sin dal 1521 le alte creste del Canin segnavano il confine tra i territori appartenenti alla Serenissima Repubblica di Venezia e quelli dipendenti dall’Impero Asburgico, ma fu dal 1861 che esse divennero linea di confine tra il Regno d’Italia e l’Impero Austroungarico e assunsero una sempre maggiore importanza dal punto di vista strategico per la difesa della Val di Resia e del Canal del Ferro. Il confine naturale italo-austriaco scendeva infatti dalle Alpi Carniche e Giulie fino al torrente Pontebbana – affluente del fiume Fella, che versa le sue acque nel Tagliamento – che rappresentava il confine di Stato vero e proprio e divideva letteralmente in due il centro abitato e l’importante snodo ferroviario di Pontebba: da una parte la Pontebba italiana e dall’altra la Pontafel austriaca, ognuna col suo fascio di binari. Le principali linee ferroviarie sul confine orientale erano la Ferrovia Destra Tagliamento  Casarsa-Spilimbergo-Pinzano-Gemona, la Wocheinerbahn Jesenice-Tolmino-Gorizia-Trieste, la Sudbahn Lubiana-Postumia-Pivka-Divaca-Sezana-Trieste e, soprattutto, la cosiddetta Rodolfiana o Pontebbana che si diramava in due tratte di grande importanza per il territorio austriaco Pontafel-Tarvisio-Fusine Val Romana-Kranjskagora-Lubiana e Pontafel-Udine-Tarvisio-Villach-Klagenfurt-Vienna e un ramo nel territorio italiano Pontebba-Carnia-Tolmezzo-Villa Santina da cui partivano le tramvie decauville a scartamento ridotto Villa Santina-Comeglians, Villa Santina-Ampezzo e Tolmezzo-Paluzza Moscardo che giungevano fin sotto le future retrovie del fronte carnico. Il patto militare stipulato a Vienna il 20 maggio 1882, col quale gli imperi di Austria e Germania accolsero il Regno d’Italia nella Duplice Alleanza che prese dunque il nome di Triplice Alleanza, proibiva la costruzione di nuovi edifici militari nelle rispettive aree di confine. Tale vincolo sfavoriva non poco la posizione italiana: gli Austriaci potevano infatti contare sui preesistenti Forti Hensel a Malborghetto, Kluze a Bovec (odierna Plezzo) e Raibl sul Passo Predil – costruiti in epoca napoleonica – e sul nuovo Forte Hermann sulla cima del Monte Rombon. Per eludere questa clausola del trattato, gli Italiani innalzarono alcuni edifici che denominavano ricoveri e che venivano descritti e dichiarati come ospedali. In realtà i ricoveri alpini costituivano il cosiddetto Ridotto Carnico: un vero e proprio sistema difensivo d’alta quota che venne realizzato, negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, per il presidio delle montagne delle Alpi Carniche e delle Alpi Giulie adiacenti il confine orientale lungo un percorso che andava dal massiccio del Canin a quello dello Zuc Dal Bor. Il principale di questi edifici, costruito a partire  dal 1904 a Chiusaforte, sarebbe effettivamente diventato sede del Comando Militare Italiano, da cui partivano i rifornimenti diretti alla Val Dogna, alla Val Raccolana, a Sella Nevea e al Canin. Sulla Sella Bila Pec fu invece realizzato dal regio esercito di un ricovero alpino su due piani con alloggi per circa centocinquanta persone e dotato di sistema idrico, servizi e magazzini che era possibile rifornire grazie a una teleferica. Tali costruzioni si devono soprattutto agli uomini dei reparti del Genio Militare, del Reggimento Minatori e del Reggimento Zappatori, che si trovavano ancora a operare in quei siti al momento dell’entrata in guerra dell’Italia nella primavera del 1915 (la Prima Guerra Mondiale scoppiò in realtà nel 1914). Al confine di Pontebba e nelle zone limitrofe era di stanza il I Reggimento Alpini: sulla linea di cresta Cule Tarond-Due Pizzi-Piper-Jof di Melegnot-Sella di Somdogna erano dislocate le “penne nere” dei battaglioni Gemona e Fella mentre in Val Raccolana e sulla Sella Nevea, al fianco dei reggimenti di Bersaglieri e di Artiglieri che sarebbero stati oltremodo impegnati per tutta la durata del conflittto, erano invece posizionati gli alpini dei battaglioni Pieve di Teco, Val Arroscia e Monte Canin. Proprio alle batterie da montagna e alle cosiddette “someggiate” – non soltanto le vettovaglie, ma anche gran parte degli armamenti compresi mitragliatrici, obici e cannoni venivano infatti portati in quota a spalla e a traino dai soldati o sulla soma di cavalli e muli, di cui erano dotate queste ultime – di tali battaglioni alpini venne dato l’ordine di assicurarsi il possesso dei punti chiave della linea di confine orientale. Nei primi giorni di guerra furono conquistate, dopo aspri combattimenti, le “selle” Prevala, Robon e Nevea poi il Monte Guarda, la Casera Caal e l’altopiano a sud del Canin fino alla Kaninhutte. A quegli stessi uomini toccò quindi il faticoso compito di costruire nuovi sistemi difensivi e nuovi ricoveri e di realizzare nuovi sentieri e gallerie che permettessero di raggiungere le linee di combattimento in quota. Particolare importanza avrebbero avuto il presidio fortificato sulla Sella Prevala – unico valico che collegava l’altopiano del Canin alla conca di Plezzo – e il sentiero dell’Aquila, che collegava la Sella Prevala al Monte Rombon*) Nel periodo primaverile e per tutta l’estate successiva perdurarono le ostilità: agguati nella nebbia, assalti notturni, fuoco incessante delle artiglierie, bombardamenti e cannoneggiamenti che sembravano infiniti poi terribili combattimenti corpo a corpo con pugnali e baionette…una vera barbarie che causò migliaia di vittime…ma la morte li trovava vivi! Arrivarono le piogge autunnali – di cui si parlava prima – che costringevano gli uni a rifugiarsi nelle caverne e nei ripari e gli altri a tentare inutili e snervanti assedii: molti dei sopravvissuti si ammalarono…ancora però non avevano fatto la conoscenza del solito Generale Inverno: le nevicate abbondanti e le violente tormente distrussero le teleferiche e le linee telefoniche e resero le strade e i sentieri impraticabili per settimane; le provviste si esaurirono; le temperature polari fecero il resto. La morte bianca decimò i soldati senza distinzione alcuna di grado nè di schieramento: dalle Alpi Carniche e Giulie essa portò via con sè oltre dodicimila uomini.

Era la neve l’unica cosa che davvero non sarebbe mancata, anche sotto l’incessante rombo dei cannoni, alle migliaia di Alpini che erano giunti, nel mese di aprile del 1915, sul massiccio montuoso del Canin dopo tre giorni di viaggio in treno e due giorni di cammino su per le sue erte rocciose: l’avevo presagito l’ignoto autore del canto alpino Monte Canino. Ricordare i propri affetti, bere la neve e cantare – nonostante tutto – con un pizzico di amara ironia significò per lui la salvezza: della vita e della dignità umana. Si accorse infatti che un centinaio di metri da lui c’era un uomo che come lui, seppure indossasse una divisa dal colore diverso e parlasse un’altra lingua, era sceso da un treno, probabilmente a Tarvisio, dopo un lungo viaggio ed era salito per un erta di montagna, probabilmente la Seebach per Predil fino al Deutsche Kanzel, ed anche lui era arrivato fin lassù per lo stesso motivo…e anche lui probabilmente, per farsi coraggio, stava tentando di ricordare la vita semplice – ma in confronto a ora agiata – e la giovinezza spensierata e la propria fidanzata lontana…e forse anche lui sta sussurrando tra sè e sè una timida canzone…

E così la mente dell’Alpino torna indietro nel tempo…

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Il rumore della ferraglia (ricordate La Tradotta?) che corre sui binari martella oramai da tre giorni il cervello dell’alpino: i suoi occhi, tra sbuffi di fumo, vedono ormai solo pianura e lontane cime con l’ultima neve di primavera…poi il frastuono si fa sordo perchè il treno sta passando sul ponte di uno dei grandi corsi che solcano la piana del Po’: l’Adda, l’Oglio, il Ticino… e poi l’Adige, il Brenta , il Piave e infine il Tagliamento e il convoglio punta verso i monti. Dapprima le alture sembrano dipinte di un timido verde poi si sale sulle Alpi Giulie e il bianco della neve si confonde con l’azzurro del cielo. I freni stridono ed i macchinisti fermano il treno ad una piccola stazione alla confluenza di due valli: il borgo è ordinato e incorniciato dai rettangoli di terra coltivata che danno da vivere ai suoi abitanti (siete mai stati in Veneto o in Friuli?). Gli Alpini scendono dai vagoni e la momentanea confusione viene ben presto interrotta dagli ordini secchi e precisi degli ufficiali: il reparto viene inquadrato e sistemato in ordine di marcia e le Compagnie, suddivise per Plotoni, iniziano il trasferimento a piedi. Il profumo dell’aria pulita gli fa dimenticare l’odore del carbone bruciato nella caldaia della locomotiva e nelle sue orecchie entra il ritmo cadenzato delle scarpe chiodate di dieci, cento, mille suoi simili: la lunga colonna di fanti sale la mulattiera in mezzo alle pinete prealpine e dopo un’ora transita davanti ad una postazione di artiglieria dove sono sistemati i quattro cannoni da 75 mm della batteria del monte Staulizze ed è il primo segnale che ricorda all’alpino il motivo della sua presenza in questo angolo delle Alpi (la guerra!). Il reparto prosegue e sosta agli stavoli di Ruschis:  pochi anziani e qualche donna iniziano i primi lavori di primavera e alcuni ragazzini, presi da naturale curiosità, corrono verso la colonna in marcia, vociando tra loro in una lingua tanto incomprensibile quanto basta a far pensare all’alpino di esser entrato in una terra straniera prima ancora di iniziare una guerra. I boschi appaiono ancora curati dalla mano dell’uomo il giallo del fiore di tarassaco annuncia l’arrivo della bella stagione come il canto del cuculo che scende da Plagna: ora la mulattiera si snoda lungo la catena displuviale tra il Canal del Ferro e la Val Resia. La marcia prosegue fino a Sella Sagata dove una seconda batteria di cannoni rinnova il monito agli Alpini. L’acqua fresca del torrente Brussin disseta i soldati che poi continuano a camminare attraverso il bosco alla volta del tornante di Cöpe disseminato di trincee e qui, dopo solo qualche rampa il profumo del bosco lascia il posto ad una follata di putrido vento gelido che, come uno schiaffo improvviso, percuote le narici in vista del pianoro di Ćänytaua, una piccola radura disseminata di croci e freschi tumuli di terra smossa, ingentilita con qualche raffazzonato mazzo di rododendro innalzato per dare una degna sepoltura ai primi eroici giovanotti che su quei monti hanno già donato, per la causa italiana, la loro tenera vita. Poco lontano si sentono i lamenti dei soldati feriti provenienti dalla prima linea e curati nell’angusto riparo di sasso adibito ad ospedale da campo sotto il Tulste Uar – cima montuosa alle spalle di Prato intrisa di sudore, fatica e sangue e ambìto punto strategico di osservazione da dove poter controllare ogni movimento nella valle di Resia e del Fella giù fino a Moggio e oltre. Ma non ci si può fermare: non c’è tempo da perdere! Bisogna raggiungere le postazioni sul fronte e dare il cambio a chi da troppo tempo è lassù…ma in un rio, approfittando della sosta per abbeverare i muli, qualcuno decide di lasciare un segno indelebile incidendo su una pietra il nome del reggimento alpini in transito verso Pust Gost. L’altopiano, molto ampio, è immerso nel primo verde delle faggete: quella che da Resiutta sembrava una cima lontana ora diventa imponente mentre i paesi a fondovalle sono rimpiccioliti. Il Canin ora è proprio davanti agli occhi dell’alpino ed è là ch’egli sta andando a “vivere”, combattere e morire. La mulattiera s’inerpica, il verde del faggio si trasforma e lascia posto al pino mugo ed a qualche sporadico larice: adesso la fatica si fa sentire anche nelle gambe di chi ha vent’anni. Un ultimo sforzo ancora e la Compagnia arriva a Sella Labuia: sopra una cresta affilata, in posizione alquanto ardita, c’è un’altra batteria di cannoni e sulla sella domina una costruzione fuori misura . Il nome Regina Margherita suona dolce come il riposo che si è meritato l’alpino: il sole affresca di effimero color rosa la Canina Alpe ed i soldati si apprestano a passare la notte nel grande rifugio. La mattina seguente, il sonno del soldato viene malamente interrotto dalla voce del sergente: SvegliaZaino e 91 in spalla! Si riparte! Il sentiero ora si snoda e taglia in mezzo i prati quasi verticali della cresta Indrinizza: i canaloni sono ancora carichi di neve e dopo una breve salita si fa vedere il maestoso versante meridionale del Sart. Un paesaggio quasi lunare gli si prospetta dinanzi, una distesa di roccia mista a neve che sembra non avere fine: il Foran dal Muss. Dall’altra parte della valle, sopra l’altipiano svetta la stupenda mole del Jof di Montasio. La colonna fa una sosta al nuovo ricovero di Sella Canin: sotto di loro si apre l’ampio vallone del Prevala immerso nella neve. La marcia prosegue verso Sella Prevala: reticolati e muri a secco, caverne e baraccamenti sono il segnale che al valico si vive e la guerra è molto più vicina. Gli Alpini marciano ancora: un paio di ore ancora sopra il Pian delle Lope poi sotto il Cergnala fino alla Cima Confine e la fila in grigioverde arriva a destinazione. Sella Robon: Zaino a terra! e dopo la fatica arrivano la fame e la sete. Il calcare del Canin lassù si beve tutta l’acqua per restituirla soltanto mille metri più in basso ed allora si scioglie un po’ di neve nella gavetta. Le salmerie non sono ancora arrivate e lo sguardo dell’alpino si perde verso lo Jof Fuart mentre un paio di grammi di tabacco avvolto in una cartina lo aiutano a pensare ad altro. L’impero degli Asburgo è dall’altra parte e lì si sta inchiodati uno di fronte all’altro per un tempo indefinito che non trascorre mai.

Questo è il Coro della Brigata Alpina Julia http://youtu.be/vy7fs_TDoUw

« Non ti ricordi quel mese d’aprile quel lungo treno che andava al confine e trasportava migliaia degli alpini su su correte è ora di partir. Dopo tre giorni di strada ferrata ed altri due di lungo cammino siamo arrivati sul monte Canino e a ciel sereno ci tocca riposar. Non più coperte, lenzuola pulite…non più l’ebrezza dei dolci tuoi baci…solo si sentono gli uccelli rapaci fra la tormenta e il rombo del cannon. Se avete fame guardate lontano, se avete sete la tazza alla mano…se avete sete la tazza alla mano che ci rinfresca la neve ci sarà.»

*) Dopo la disfatta di Caporetto dal Monte Rombon, proprio percorrendo il Sentiero dell’Aquila, una colonna dell’esercito austriaco raggiunse Sella Prevala. Gli Alpini opposero un’accanita resistenza ed erano pronti al contrattacco agli ordini del colonnello Cavarzerani, ma – a causa dell’avanzata delle truppe austro-tedesche sul fronte del fiume Isonzo e sul fronte di Sella Nevea – fu loro ordinato di lasciare il Canino e di ripiegare fino a Chiusaforte attraversando, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1917, le “selle” Bila Pec, Grubia e Buia.

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NOTA BENE: Si ringrazia Lorenzo Barbarino che con il suo Con gli alpini in marcia verso il monte Canin  ha accompagnato e ispirato il mio “lavoro” idealmente accanto a quei soldati di trincea improvvisati poeti.

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In alternativa al brano di cui sopra, propongo la versione eseguita dal coro della SAT  (Società Alpinisti Tridentini), che è il più celebre tra i cori maschili italiani comunemente chiamati “di montagna”. http://youtu.be/RDVBVtBiRyU

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The Butterfly Lovers

<<Una fanciulla cinese appartenente a una famiglia benestante è costretta a indossare abiti maschili e a fingersi uomo per poter studiare. Durante il periodo dei suoi studi ella ha modo di frequentare, come amico, un giovane e se ne innamora perdutamente e segretamente, non potendo rivelargli la sua vera identità di genere. Quando i genitori la richiamano a casa, il suo amico si offre di accompagnarla (anzi accompagnarlo) nel viaggio e la fanciulla ne approfitta per tentare di spiegargli la sua storia e cerca invano di fargli capire che colui che egli crede un amico è in realtà la donna che lo ama. Poiché il giovanotto non capisce la situazione, ella pensa a un’escamotage: parla di se stessa descrivendosi come la propria sorella minore e suggerisce all’amico di chiederla in moglie ai suoi genitori. Purtroppo, al suo arrivo nella casa paterna, la fanciulla scopre che suo padre l’ha già promessa al figlio di un ricco mercante. La situazione precipita e il giovane amico finalmente scopre la sua identità e si accorge di essere innamorato di lei, ma i due sono obbligati a rispettare le usanze e il volere dei genitori di lei e sono costretti a separarsi. Il giovane muore, col cuore spezzato dal dolore per la separazione forzata. Il giorno delle nozze, la fanciulla si reca sulla tomba dell’amato. Il cielo si incupisce al pari almeno dell’animo di lei. Un tuono sottolinea il suo turbamento e un fulmine colpisce la tomba del giovine, scoperchiandola. Ella vi si lascia cadere dentro, affranta. Un secondo fulmine colpisce dunque quel luogo di amore e morte: ne escono due farfalle che rappresentano le anime dei due giovani finalmente libere di volare insieme verso un comune destino d’amore.>>: questa la trama di “The Butterfly Lovers” di Hendrick Anna Christiaan Mertens altrimenti detto Hardy Martens. Per entrare nello spirito di questo racconto leggendario, Mertens si è avvalso di varie scene musicali che partono dal rombo del tuono finale e ripercorrono a ritroso le diverse fasi della vicenda sentimentale trasponendole in situazioni musicali: le farfalle sono rappresentate dal velato suono di particolari strumenti a percussione, mentre l’accorato suono del violino, imitando quello di antichi strumenti musicali orientali, descrive ansie, desideri, speranze e turbamenti della fanciulla. Il violino solista, che in questo caso è affidato a Elisabetta Cananzi, si mescola alle diverse voci della Banda Musicale dell’Esercito, ma questa si fa a tratti ritmica e aggressiva rappresentando di volta in volta l’oppressione esterna e la ribellione interiore dei due giovani. Nel momento conclusivo del brano torna la “farfalla”, ma soltanto per svanire nel sogno lasciando l’ascoltatore immerso nel silenzio della propria anima.

Sarebbe stato bello e auspicabile poter ascoltare per l’appunto in silenzio questo brano molto bello e particolare,

ma non di facilissimo ascolto…ma molte delle spettatrici presenti al concerto hanno dovuto portarsi appresso i bambini anche molto piccoli, che ovviamente hanno portato del tenero scompiglio in platea disturbando la registrazione audiovisiva del brano: noi ve la proponiamo quasi integralmente perché in fondo i colpetti di tosse o i pianti dei bambini piccoli fanno parte integrante della vita delle donne ed è giusto che se ne dia conto in qualche modo.

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Concerto in memoria di Olivio Di Domenico

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Nel corso del 2013 lo “studente” Alessandro Celardi (*) – iscritto alla Scuola di strumentazione e direzione per banda del Conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone – scelse come argomento della propria tesi di laurea del biennio specialistico – di “concerto” con la docente M° Antonia Sarcina (**) – un personaggio assai noto nel mondo della musica militare italiana: il M° Olivio Di Domenico.

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Il Maestro Olivio Di Domenico nacque a Sacrofano (***) – cittadina che sorge nella zona detta del Parco di Veio situata a nord di Roma, tra la via Cassia e la via Flaminia – il 22 ottobre 1925. Nel 1959 succedette al Maestro Antonio D’Elia (un uomo, un mito) alla direzione della Banda Musicale della Guardia di Finanza, che seppe riorganizzare mostrando un eccezionale acume artistico e spessore umano e che condusse in numerose e applauditissime tournée in Italia e in Europa  fino al 1979, anno in cui si congedò dal Corpo per dedicarsi all’insegnamento. Nel 1980 divenne infatti Docente di Composizione e Strumentazione per Banda al Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma dove ricoprì anche l’ambito incarico di Vice Direttore. Egli scrisse musica didattica, musica da camera, musica d’occasione, inni e marce. Per molti anni fu anche direttore della storica Banda Municipale degli Autoferrotranvieri di Roma (A.T.A.C.):  egli la guidò durante l’esibizione al cospetto di papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo nel 2000 e continuò a condurla fino al suo scioglimento, nel 2004. Il Maestro Di Domenico morì, per l’anagrafe, il 20 maggio 2010: in realtà le sue indubbie qualità artistiche, morali e professionali pervadono la musica frizzante e divertente, composta ispirandosi alle tecniche del dodecafonismo di Anton Webern e di Paul Hindemith, che ci ha lasciato in eredità e con essa egli continua a vivere.

Probabilmente questo motivo ha spinto il M° Alessandro Celardi, che nel frattempo ha conseguito la laurea di biennio presso il Conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone, a revisionare alcuni brani del suo repertorio quali Concerto per banda  e Strutture 70 adattandoli all’organico moderno di tipo standard per renderli più fruibili da tutti i complessi bandistici militari e civili dei giorni nostri.

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Dobbiamo dunque a questo brillante giovane direttore e all’impegno del M° Antonia Sarcina la “riscoperta” di questo patrimonio musicale italiano che non deve andare perduto: ottima, a tale scopo, l’idea di organizzare un concerto aperto al pubblico anziché ai soli “addetti ai lavori”. E il pubblico ha dimostrato il proprio gradimento accorrendo numeroso, nonostante la concomitanza dell’evento con il Festival della Canzone Italiana di Sanremo e della partita di calcio Bologna – Roma, presso il bellissimo Teatro Palladium (****) (altro pezzo della storia di Roma situato nel quartiere della Garbatella) che l’Università degli Studi Roma Tre ha intelligentemente messo a disposizione dell’evento.

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Fortunatamente per noi il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ha concesso che all’evento prendesse parte la Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma. E così tra il folto pubblico – insieme alla vedova del Maestro Olivio Di Domenico, ad autorità civili e militari, a docenti universitari, a docenti dei conservatori di musica di Frosinone e di Roma, a musicisti militari (per l’occasione in abiti civili poiché in veste di spettatori) e direttori di bande delle forze armate e dei corpi di polizia (in particolare abbiamo notato la presenza di Giovanni Maria Narduzzi, direttore Banda Musicale del Corpo della Polizia Locale di Roma Capitale, e di Fulvio Creux e Antonella Bona, rispettivamente direttore e vicedirettore della Banda Musicale dell’Esercito) – siamo finiti anche noi di Alamari Musicali.

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Grazie alla gentile concessione degli Enti e delle persone sopra citate abbiamo avuto modo di assistere all’esecuzione dei suddetti tre brani composti da Olivio Di Domenico (Gli Accademisti http://youtu.be/x5p4D5o3NlU, Strutture 70 http://youtu.be/dQHJjW66-rE e Concerto per banda http://youtu.be/–557SYt0UY) eseguiti dalla Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma, diretta per l’occasione dal giovane M° Alessandro Celardi e arricchiti dalla presenza di alcuni ottimi musicisti provenienti dal medesimo conservatorio di musica e di una bravissima collega della Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri. Tra questi il più interessante, almeno per me che lo conoscevo poco o niente (Ahimé! Confesso: passione e conoscenza della musica non solo militare nel mio caso sono inversamente proporzionali), è stato l’ultimo. Concerto per banda fu composto dal M° Di Domenico nel 1967 e venne eseguito per la prima volta in occasione del 193° anniversario della fondazione del Corpo della Guardia di Finanza: i tre movimenti di cui esso è costituito – definiti dall’autore Introduzione, Romanza e Finale – mi richiamano alla mente il patchwork di un tappeto indiano in cui ogni riquadro sembra una parte a se stante sebbene il disegno sia fatto su un pezzo unico e non dato dalla cucitura di parti diverse, ma probabilmente sarebbe meglio definirli come una visione onirica o un racconto di Halloween narrato con la tecnica del “flusso di coscienza” e trasformato in un film… Probabilmente, però, un vero critico musicale lo definirebbe così: <<L’Introduzione sviluppa un tema brillante che si intreccia in un vivace gioco contrappuntistico attraverso episodi sempre che si concludono in ampie linee sonore. La Romanza inizia con indefiniti arpeggi di flauti, celesta e vibrafono per svolgersi poi, con linguaggio semplice, in temi essenzialmente espressivi. Il Finale ha carattere scherzoso e burlesco: prende come pretesto la scala di Fa Maggiore, tema nel quale si avvicendano le varie famiglie strumentali in una gara sempre più intensa fino al termine della composizione.>>

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Dopo un intervallo interessante almeno quanto il concerto, durante il quale si è parlato dello stretto rapporto che ha legato le origini dei primi complessi bandistici agli istituti da cui sono derivati dagli attuali conservatorii di musica, la Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma è tornata sul palco del Teatro Palladium – con il suo abituale organico costituito da quarantacinque musicisti – sotto la direzione del Maresciallo Capo Danilo Di Silvestro, che si è diplomato in Strumentazione per banda nel 2012 presso il suddetto Conservatorio di Frosinone proprio con il M° Antonia Sarcina.

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Essi hanno deliziato i presenti con alcuni brani del loro abituale repertorio: Marcia, Danza Finale del secondo atto dell’opera Aida di Giuseppe Verdi http://youtu.be/5GD0KpLGIAg, Sinfonia dall’opera Tancredi di Gioachino Rossini http://youtu.be/M-jCpvneli8, l’arrangiamento per banda scritto dall’olandese Jan Van Der Heyden dei temi principali delle colonne sonore che John Williams ha composto per la tetralogia cinematografica interpretata da Harrison Ford Indiana Jones selection http://youtu.be/8oMFDCSU2q4.

A gran voce gli spettatori hanno richiesto un bis, che il Maresciallo Capo Danilo Di Silvestro ha concesso molto volentieri: ha potuto così cogliere l’occasione per presentare un nuovo brano – scritto appositamente per l’organico della Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma dal M° Filippo Cangiamila (*****), Vice Direttore della Banda Musicale del Corpo della Polizia Penitenziaria – dal titolo affettuosamente ironico CICCI’ con chiaro riferimento all’acronimo solitamente utilizzato per appellare i Carabinieri e alle iniziali della Casa Circondariale, in cui gli agenti della Polizia Penitenziaria si trovano a operare ogni giorno con notevole sacrificio http://youtu.be/q_bJmhhJjcM. Non potevano certo mancare, in chiusura di concerto, La Fedelissima marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri dal 1929 composta da Luigi Cirenei http://youtu.be/wlauBfG5s54 e Il canto degli Italiani composto da Michele Novaro http://youtu.be/0im8Ud6g3-I adottato come inno nazionale della Repubblica Italiana sin dal 1946.

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Dopo uno scrosciante applauso, che sembrava non volesse finire, le lucerne coi pennacchi biancorossi hanno lasciato il palcoscenico e, dopo un breve rinfresco, le abbiamo viste lasciare piazza Bartolomeo Romano per fare ritorno alla caserma di via Carlo Alberto Dalla Chiesa…”perché, si sa, ogni cosa bella finisce”.

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(*) Alessandro Celardi nel 2013 ha portato l’Orchestra di fiati Città di Ferentino alla vittoria nel Campionato del Mondo per Bande da concerto che si è svolto, come da tradizione, a Kerkrade (Olanda) dal 4 al 28 Luglio 2013.

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(**) Antonia Sarcina è nata a Trieste nel 1963 e si e’ stabilita sin da giovanissima a Roma dove ha compiuto gli studi musicali ed umanistici, conseguendo il diploma di maturità classica e i diplomi in pianoforte, composizione e strumentazione per banda, direzione d’orchestra e ha seguito corsi di perfezionamento sia in Italia sia in Russia. E’ docente di composizione e strumentazione per banda e direzione d’orchestra (2001 Conservatorio Nino Rota di Monopoli (BA), 2002-2007 San Pietro a Majella di Napoli, 2007-2010 Santa Cecilia di Roma, dal 2010 titolare di cattedra di orchestrazione per banda e direzione di banda presso il Licinio Refice di Frosinone) e da diversi anni si dedica alla ricerca e alla diffusione delle opere delle compositrici italiane ed estere. Nel 2011 ha tenuto una Masterclass sul repertorio italiano originale per banda presso il Conservatorio olandese di Maastricht. Vanta una lunga carriera concertistica di successo che l’ha portata in giro per l’Italia e per l’Europa: alcuni suoi recitals al pianoforte sono stati registrati per la Radio Vaticana e per emittenti radiofoniche e televisive private e nazionali italiane. Ha iniziato a scrivere musica in giovanissima età e molte sue composizioni – che comprendono arrangiamenti e trascrizioni di vario genere e musiche di scena per il teatro classico oltre a musica bandistica. didattica, lirica, sacra, sinfonica e da camera – sono state pubblicate in Italia, Germania e Stati Uniti d’America, oppure hanno vinto primi premi in importanti concorsi nazionali ed internazionali di composizione e sono regolarmente eseguite sia in Italia sia all’estero. E’ stata il primo direttore d’orchestra donna a prendere parte ai concorsi nazionali per la nomina del Maestro Direttore delle Bande Musicali della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza e della Marina Militare. In qualità di direttore d’orchestra ospite ha diretto la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri e la Banda Musicale della Guardia di Finanza oltre a bande musicali militari del Brasile e del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

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(***) http://www.lcnet.it/reticiviche/sacrofano/paese.html

(****) http://www.romaeuropa.net/it/opificio/presentazione.html http://www.romaeuropa.net/images/pdf/dossieropificio.pdf

(*****) Filippo Cangiamila è nato a Palermo nel 1980. E’ laureato in trombone, strumentazione per banda, composizione e direzione d’orchestra. Ha ottenuto, in qualità di strumentista, idoneità o collaborazioni con diverse orchestre ed enti (tra cui Arena di Verona, Accademia di Santa Cecilia, Teatro Vittorio Emanuele di Messina, Teatro Lirico di Cagliari, Teatro alla Scala di Milano, Orchestra di Stato di Cipro, Teatro San Carlo di Napoli, Teatro La Fenice di Venezia, Orchestra Sinfonica Abruzzese, Orchestra Haydn di Bolzano e Trento) ed è stato – tra il 2002 e il 2007 – dapprima II e poi I Trombone nell’Orchestra Sinfonica di Roma con la quale si è esibito in prestigiosi teatri di Roma (Teatro Argentina, Teatro Sistina, Auditorium Parco della Musica, Auditorium di via della Conciliazione)  e del mondo (San Pietroburgo, Belgrado, Berlino, Madrid, Londra, Atene, Brasilia, Rio de Janeiro). Nel 2007 ha vinto il concorso nazionale per titoli ed esami presso la Banda Musicale della Guardia di Finanza in Roma e di questo organico ha fatto parte come strumentista fino al 2012. Come compositore si è distinto in numerosi concorsi – Premio Licinio Refice (II, 1998), Premio Oreste Sindici (III, 2004), Premio Valentino Bucchi (I, 2004), Premio Contemporaneamente (II, 2006), Premio Giovanni Palatucci (II, 2010) – e alcune delle sue composizioni per banda sono edite dalle case editrici Scomegna e Wicky. Nel 2012, vincendo un concorso pubblico per titoli ed esami, è divenuto Maestro Vice Direttore della Banda Nazionale del Corpo di Polizia Penitenziaria.

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Un buon “noncompleanno” a teeeeeeeeeeee: 29 febbraio 1792 – 2014

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Voglio pubblicamente ringraziare un tale Vivazza – musicista della Banda cittadina di Lugo di Romagna (sua terra natìa) nonché fervente sostenitore della Rivoluzione Francese, che tanta importanza ha avuto sull’origine stessa delle bande militari che mi propongo di continuare a seguire per amore e solo per amore  – per aver chiesto un bel dì in isposa la cantante urbinate Anna Guidarini.

Voglio ringraziare una fantastica nonna (quale nonna non è di per sé fantastica per il semplice fatto di essere null’altro che due volte mamma!?) romagnola e una mamma paziente sempre pronta a seguire il marito nelle sue peregrinazioni tra Ravenna, Ferrara e Bologna nel tentativo di sfuggire alla cattura da parte delle truppe pontificie, tornate al potere dopo la Restaurazione.

Voglio ringraziare i fratelli Malerbi di Lugo, insegnanti di musica e – in particolare – di canto e un certo Maestro Prinetti per aver saputo dare al nostro “enfant prodige” i primi rudimenti nel campo della musica, del canto e della spinetta.

Voglio ringraziare gli insegnanti del Liceo musicale bolognese, presso il quale il “tedeschino” si appassionò tanto allo studio di Joseph Haydn e, soprattutto, di Wolfgang Amadeus Mozart (con il quale si può quasi immaginare un “passaggio del testimone” tra anime poiché la nascita del festeggiato seguì di soli tre mesi la sua morte).

Voglio ringraziare il direttore del il Teatro San Moisè di Venezia che scelse di dare fiducia a un giovanissimo compositore che presentò nel 1810 La cambiale di matrimonio, un’opera dal titolo più che mai attuale, e il Teatro del Fondo – oggi Teatro Mercadante – di Napoli che gli concesse il palco per rappresentare con successo la prima versione in musica della tragedia shakesperiana di Otello ossia l’Africano di Venezia (Giuseppe Verdi ne avrebbe scritta un’altra più drammatica tempo dopo).

Voglio ricordare con affettuosa e rinnovata meraviglia la gradevolissima e frizzante – sotto ogni aspetto – aria di Como e la bellezza serena della Villa Pliniana presso cui il Cigno compose la bellissima opera Tancredi.

Voglio regalare un ombrello agli imbecilli e agli invidiosi che, proprio nella mia città, decretarono con fischi, frizzi e lazzi il clamoroso e incredibile insuccesso de Il barbiere di Siviglia in occasione della prima che si tenne presso il Teatro Argentina e voglio invece regalare un fiore ai miei concittadini che l’applaudirono al Teatro Valle quando ebbero il privilegio di assistere alla prima di Cenerentola

Voglio ringraziare il San Carlo di Napoli per aver avuto il coraggio di affidargli addirittura la direzione del Teatro, permettendo così la messa in scena di opere quali La pietra del paragone, La gazza ladra, L’italiana in Algeri e Semiramide.

Voglio ringraziare la soprano spagnola Isabella Colbran, che del celebre compositore italiano fu per alcuni anni musa ispiratrice e consorte.

Voglio ringraziare Parigi che l’accolse senza la sua notoria “puzzetta sotto il naso” e ne comprese il genio e la grandezza: e come avrebbe potuto altrimenti dinanzi a  Le Comte Ory e al mirabile capolavoro Guillaume Tell.

Voglio persino ringraziare nuovamente la summenzionata cantante spagnola perché durante la fase depressiva in cui egli entrò probabilmente in seguito a problemi coniugali risoltisi in parte con una separazione egli compose un bellissimo Stabat Mater, che riuscì a concludere in realtà soltanto alla morte del padre Giuseppe (il Vivazza di cui sopra).

Mi sento, seppure con qualche egoistica difficoltà, di ringraziare la sua seconda compagna di vita Olympe Pélissier, che lo supportò nella sua scelta di non comporre più musica, se non i Péchés de vieillesse per se stesso e pochi intimi, e di ritirarsi nella campagna francese di Passy: in fondo quegli anni avrebbero portato alla composizione di una memorabile Petite messe solennelle: d’altro canto non dev’essere stato facile non solo supportare, ma anche sopportare un uomo che definire “dalle mille sfaccettature” potrei considerarlo un eufemismo visto che egli fu al tempo stesso collerico e gioviale, ipocondriaco e amante della buona tavola, umorale e appassionato corteggiatore di belle donne, depresso e bon vivant, apatico eppure appassionato genio culinario sempre pronto a sperimentare nuove ricette, profondamente pigro eppure musicalmente iperattivo e molto altro…tanto che egli scrisse e riscrisse non so quante volte i finali delle sue stesse opere alternandone versioni a lieto fine e a versioni con finale che più drammatico non avrebbe potuto nemmeno Giuseppe Verdi (e, con tutto il rispetto per il venerabile Maestro raffigurato sulla nostra amata banconota da “millelire”, ho detto tutto…vero!?).

Voglio ringraziare la Serenissima Repubblica di San Marino, cui sono molto legata per “affinità elettive” e per affetto nei confronti della Banda Militare al gran completo, per aver concesso al genio italico (temo non sarebbe del tutto corretto definire italiano qualcuno nato e vissuto per la maggior parte del proprio tempo prima che l’Italia stessa nascesse) il titolo di nobile poiché di certo egli ha contribuito grandemente a nobilitare la musica.

Voglio ringraziare il Regno di Prussia che gli attribuì la sua più alta onorificenza, nominandolo Cavaliere “Pour le Mérite für Wissenschaften und Künste”, e il Regno di Francia che fece altrettanto, riconoscendogli il titolo di Grand’Ufficiale dell’Ordine della “Légion d’honneur”.

Voglio ringraziare il governo italiano per averne preteso la restituzione delle spoglie dalla terra di Francia (ciò avvenne in tempi biblici poiché egli morì di cancro – anche in questo caso: che modernità! – nel 1868, ma si dovette attendere sino al 1887) e alla magnifica Firenze per averle accolte nel “tempio dell’Itale glorie” (il monumento funebre realizzato da Giuseppe Cassioli e inaugurato nel 1900) presso la Basilica di Santa Croce: in tal modo ho potuto in qualche modo rendergli omaggio in occasione della mia visita a Firenze, ove mi ero recata per ascoltare e riprendere i concerti natalizi della Fanfara della Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri.

Voglio ringraziare Pesaro, che il “nostro” nominò erede universale delle sue ingenti fortune poiché ivi era nato nel 1792, per aver utilizzato tali fondi per l’istituzione di un Liceo Musicale cittadino, poi divenuto nel 1940 Conservatorio Statale di Musica a lui intitolato.

Voglio ringraziare la Fondazione, erede dell’Ente Morale a cui erano state conferite proprietà e gestione del suo asse ereditario, per il il contributo che continua a dare allo studio e alla diffusione nel mondo della figura, della memoria e delle opere del celeberrimo compositore pesarese – anche attraverso l’annuale Opera Festival a lui intitolato e, soprattutto, per il sostegno che offre all’attività del Conservatorio che ha preparato alcuni dei migliori musicisti che io conosca (tra cui l’attuale direttore della Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a Cavallo che è anche fine oboista nella Banda Musicale del Corpo della Gendarmeria Vaticana e debuttò giovanissimo nella prestigiosa European Union Youth Orchestra).

Voglio ringraziare Giuseppe Mazzini, uno dei padri spirituali della mia Nazione e della stessa Europa, che nel suo Filosofia della musica ebbe a definirlo «Titano di potenza e di audacia: il Napoleone d’un’epoca musicale.» e, data l’altissima considerazione che egli aveva di Napoleone non avrebbe potuto fargli complimento più grande.

Voglio ringraziare Marie-Henri Beyle, meglio noto come Stendhal (e scusate se è poco) per aver saputo mirabilmente sintetizzare il suo pensiero sul genio pesarese nella sua biografia – probabilmente romanzata e non del tutto attendibile, ma intrigante – nella prefazione: «Lo invidio più di chiunque abbia vinto il primo premio in denaro alla lotteria della natura poiché, a differenza di quello, egli ha vinto un nome imperituro, il genio e, soprattutto, la felicità.» (ha un sapore di menagramo visto che il Maestro era ancora vivo quando il francese ne scrisse la Vita).

Ora, probabilmente, avete sin qui pensato ch’io volessi commemorare tristemente l’assenza, giustificata per precoce “scomparsa” dovuta a un “brutto male” che ha “spento” il Maestro (*)…..ahiahiahi! ma allora non avete capito alcunché del carattere dello straordinario Giovacchino Antonio…ops! Mi perdoni, Maestro: chiedo venia….avevo dimenticato ch’ella preferisca essere chiamato semplicemente Gioachino (con un “c” sola, vero? Glielo dica ai miei lettori più pignoli!). Io qui voglio festeggiare il duecentoventiduesimo (avete letto bene: sono 222 candeline da spegnere) di Gioachino Rossini!!! Siccome siamo entrambi molto generosi, vi invitiamo tutti quanti a un mega party: il Maestro ha realizzato uno spettacolare menù (in confronto, miei cari, i giurati di Masterchef sono iscritti al primo anno della scuola alberghiera) per la cena e io mi metto alla consolle…voi dovete soltanto gustarvi la festa…e magari ballare.

L’ultimo brano era non solo l’ultimo in ordine cronologico che ho trovato in rete, ma rappresenta anche un momento per finire in calma e serenità la serata….altrimenti rischiate di essere colti dalla frenesia de La Danza e di continuare a ballare per tutta la notte: la maggior parte di noi non ha più l’età per queste “follie”.

Questo, invece, è il mio personalissimo augurio al Maestro: più azzeccato di così…al suo carattere e al suo modo di affrontare la musica e la vita, secondo me non ne trovereste manco doveste campare anche voi dueceventidue anni e più…

Eh, già! Non vorrete mica davvero considerarlo morto: quelli come lui sono immortali!!!! Se fosse morto, non gli avrei mica dedicato un pomeriggio…

P.s.: Voglio ringraziare l’attuale direttore della Banda Musicale dell’Esercito per avermi letto nel pensiero (in questo caso si possono definire “affinità e-lettive”) e avermi inviato i codici di accesso ad alcuni dei video di cui sopra, che spero abbiano fatto apprezzare a tutti voi l’estrema brillantezza ritmica che rasenta la frenesia – segnando un netto stacco rispetto allo stile degli operisti del Settecento, dai quali comunque ricavò stilemi e convenzioni formali – e l’assoluta genialità del famoso «crescendo rossiniano» che dona alla musica un tratto surreale che mi ha richiamato alla mente la favola e il film da cui ho ricavato il mio messaggio di auguri finale e che riesce a combinarsi perfettamente tanto con argomenti tratti dal teatro comico quanto con i soggetti tragici che Rossini scelse per le sue opere. A proposito di opere….tanto per darvi un’idea della sua proverbiale “pigrizia” eccovene l’elenco – spero completo, ma non ci giurerei:

Opere liriche (tra parentesi luogo e data della prima rappresentazione):

La cambiale di matrimonio (Teatro San Moisè, Venezia, 3 novembre 1810), L’equivoco stravagante (Teatro del Corso, Bologna 26 ottobre 1811), L’inganno felice (Teatro San Moisè, Venezia 8 gennaio 1812), Demetrio e Polibio (Teatro Valle, Roma, il 18 maggio 1812), Ciro in Babilonia ossia La caduta di Baldassare (Teatro comunale, Ferrara, 14 marzo 1812), La scala di seta (Teatro San Moisè, Venezia, 9 maggio 1812), La pietra del paragone (Teatro alla Scala, Milano, 26 settembre 1812), L’occasione fa il ladro ossia Il cambio della valigia (Teatro San Moisè, Venezia, 24 novembre 1812), Il signor Bruschino ossia Il figlio per azzardo (Teatro San Moisè, Venezia, 27 gennaio 1813), Tancredi (Gran Teatro La Fenice, Venezia, 6 febbraio 1813), L’Italiana in Algeri (Teatro San Benedetto, Venezia, 22 maggio 1813), Aureliano in Palmira (Teatro alla Scala, Milano, 26 dicembre 1813), Il Turco in Italia (Teatro alla Scala, Milano, 14 agosto 1814), Sigismondo (Teatro La Fenice, Venezia, 26 dicembre 1814), Elisabetta, Regina d’Inghilterra (Teatro di San Carlo, Napoli, 4 ottobre 1815), Torvaldo e Dorliska (Teatro Valle, Roma 26 dicembre 1815), Il barbiere di Siviglia (Teatro Argentina, Roma, 20 febbraio 1816, col titolo Almaviva ossia l’inutile precauzione), La gazzetta (Teatro dei Fiorentini, Napoli, 26 settembre 1816), Otello ossia L’Africano di Venezia (Teatro del Fondo, Napoli, 4 dicembre 1816), La Cenerentola ossia La bontà in trionfo (Teatro Valle, Roma, 25 gennaio 1817), La gazza ladra (Teatro alla Scala, Milano, 31 maggio 1817), Armida (Teatro San Carlo, Napoli, 11 novembre 1817), Adelaide di Borgogna (Teatro Argentina, Roma, 27 dicembre 1817), Mosè in Egitto (Teatro San Carlo, Napoli, 5 marzo 1818), Ricciardo e Zoraide (Teatro San Carlo, Napoli, 3 dicembre 1818), Ermione (Teatro San Carlo, Napoli, 27 marzo 1819), Eduardo e Cristina (Teatro San Benedetto, Venezia, 24 aprile 1819), La donna del lago (Teatro San Carlo, Napoli, 24 ottobre 1819), Bianca e Falliero ossia Il consiglio dei Tre (Teatro alla Scala, Milano, 26 dicembre 1819), Maometto II (Teatro San Carlo, Napoli, 3 dicembre 1820), Matilde di Shabran ossia Bellezza e cuor di ferro (Teatro Apollo, Roma, 24 febbraio 1821), Zelmira (Teatro San Carlo, Napoli, 16 dicembre 1822), Semiramide (Teatro La Fenice, Venezia, 3 febbraio 1823), Ugo Re d’Italia (progettata a Londra nel 1824, forse ne compose un atto – perduta), Il viaggio a Reims, ossia L’albergo del giglio d’oro (Théâtre des Italiens, Parigi, 19 giugno 1825), Adina (Teatro Reale São Carlos, Lisbona, 22 giugno 1826), Ivanhoé (Teatro dell’Odéon, Parigi 15 settembre 1826, pastiche), Le siège de Corinthe rifacimento di Maometto II (Académie Royale de Musique=Opéra, Parigi, 9 ottobre 1826), Moïse et Pharaon ou Le passage de la Mer Rouge, rifacimento di Mosè in Egitto (Académie Royale de Musique, Parigi, 26 marzo 1827), Le Comte Ory (Académie Royale de Musique, Parigi, 20 agosto 1828), Guillaume Tell (Académie Royale de Musique (Opéra), Parigi, 3 agosto 1829), Robert Bruce, pastiche con musiche di Rossini sulla figura di Roberto I di Scozia (Académie Royale de Musique, Parigi 3 dicembre 1846)

Musiche di scena
Edipo a Colono, prima del 1817: musiche per l’Edipo a Colono di Sofocle della traduzione fattane da Giambattista Giusti

Cantate
Il pianto d’Armonia sulla morte di Orfeo (1808), Dalle quiete e pallid’ ombre (1812), Egle ed Irene conosciuta anche come Non posso, oh Dio, resistere (1814), L’Aurora (1815), Le nozze di Teti, e di Peleo (prima esecuzione 1816), La morte di Didone (1818),Omaggio umiliato a Sua Maestà dagli… (1819), Cantata da eseguirsi la sera del dì 9 maggio 1819… (esecuzione 09/05/1819), La riconoscenza (1821), La Santa Alleanza (1822), Il vero omaggio (1822), Omaggio pastorale (1823), Il pianto delle Muse in morte di Lord Byron (1824), Cantata per il battesimo del figlio del banchiere Aguado (1827), Giovanna D’Arco (1832), Cantata in onore del Sommo Pontefice Pio IX (01/01/1847),

Inni e cori
Inno dell’Indipendenza: “Sorgi, Italia, venuta è già l’ora” (1815), De l’Italie et de la France (1825), Coro in onore del Marchese Sampieri (1830), Coro per il terzo centenario della nascita del Tasso “Santo Genio de l’itala terra” (1844), Grido di esultazione riconoscente al Sommo Pontefice Pio IX “Su fratelli, letizia si canti” (1846), Coro delle Guardia Civica di Bologna “Segna Iddio né suoi confini” (1848), Inno alla Pace “È foriera la Pace ai mortali” (1850), Hymne à Napoléon III et à son Vaillant Peuple “Dieu tout puissant” (1867),

Musica sacra
Messa (Bologna 1808), Messa (Ravenna 1808), Messa (Rimini 1809), Messa (Lugo primi anni dell’Ottocento), Laudamus
Quoniam (1813), Miserere Messa di Gloria (Napoli 1820), Preghiera “Deh tu pietoso cielo” (1820), Tantum ergo (1824), Stabat Mater (1832/42), Trois chœures religieux: La Foi, L’Espérance, La Charité (1844), Tantum ergo (1847), O salutaris hostia (1857), Laus Deo (1861), Petite messe solennelle (1863), Dixit Domino.

Musica vocale
Se il vuol la molinara (1801), Dolce aurette che spirate (1810), La mia pace io già perdei (1812), Qual voce, quai note (1813), Alla voce della gloria (1813), “Amore mi assisti” Pezzi per il Quinto Fabio (1817), Il Trovatore “Chi m’ascolta il canto usato” (1818), Il Carnevale di Venezia “Siamo ciechi, siamo nati” (1821), Beltà crudele “Amori scendete propizi al mio cuore” (1821), Canzonetta spagnuola “En medio a mis colores” o “Piangea un dì pensando” (1821), Infelice ch’io son (1821), Addio ai viennesi “Da voi parto, amate sponde” (1822), Dall’oriente l’astro del giorno (1824), Ridiamo, cantiamo che tutto sen va (1824), In giorno sì bello, Tre quartetti da camera, Les adieux à Rome “Rome pour la dernière fois”, Orage et beau temps “Sur le flots incostants” (1829-30), La passeggiata Anacreontica “Or che di fior adorno” (1831), La dichiarazione “Ch’io mai vi possa lasciar d’amare” (1834), Soirées musicales Collezione di 8 ariette e 4 duetti. (1830-1835), Deux nocturnes (1835), Nizza “Nizza, je puis sans peine” (1836), L’ame délaissée “Mon bien aimé” (1844), Inno popolare a Pio IX (1846), Francesca da Rimini “Farò come colui che piange e dice” (1848), La separazione “Muto rimase il labbro” (1857), Deux nouvelles compositions (1861).

Musica strumentale
Sei sonate a quattro (1804), Duetti per corno, Sinfonia in Re maggiore (1808), Sinfonia in Mi bemolle maggiore (1809), Variazioni in Fa maggiore a più strumenti obbligati (1809), Variazioni in Do maggiore per clarinetto obbligato e orchestra (1809), Andante e tema con variazioni per clarinetto (1812), Andante e tema con variazioni per arpa e violino (1815-22), Passo doppio per banda militare (1822), Valzer in Mi bemolle maggiore (1823), Serenata (1823), Duetto per violoncello e contrabbasso (1824), Rendez-vous de chasse (1828), Fantasia per clarinetto e pianoforte (1829), Mariage de S.A.R. le Duc d’Orléans: Trois marches militaires (1837), Scherzo per pianoforte, in la minore (1843 e 1850), Tema originale di Rossini variato per violino da Giovacchino Giovacchini (1845), Marcia (pas-redoublé) (1852), Thème de Rossini suivi de deux variations et coda par Moscheles Pere (1860), La Corona d’Italia (1868)

Péchés de vieillesse (raccolta di vari pezzi distribuiti in 14 volumi)
Volume I – Album italiano, Volume II – Album français, Volume III – Morceaux réservés, Volume IV – Quatre hors-d’œuvres et quatre mendiants, Volume V – Album pour les enfants adolescents, Volume VI – Album pour les enfants dégourdis, Volume VII – Album de chaumière, Volume VIII – Album de château, Volume IX – Album pour piano, violon, violoncello, harmonium et cor, Volume X – Miscellanée pour piano, Volume XI – Miscellanée de musique vocale, Volume XII – Quelques rien pour album, Volume XIII – Musique anodine, Volume XIV – Altri péchés de vieillesse.

(*) Avete caso che sui mezzi di comunicazione di massa non dicono “E’ morto” oppure “E’ defunto”, ma cercano sempre nuovi contorsionismi linguistici? Mah!

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La tradotta diretta al Piave

Waiblingen-neustadt-1899

Una cartolina del 1899 dedicata a tutti, ma in particolare a chi ha dimenticato la storia della nostra Nazione e a coloro per i quali il 1899 rappresenta soltanto l’anno di fondazione della fabbrica di automobili FIAT o della squadra di calcio MILAN.

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Inni e marcette hanno accompagnato per decenni le truppe in armi durante le marce di spostamento e i momenti trascorsi in trincea nella pausa tra una battaglia e l’altra: erano – in fondo – utili a lenire le angustie di una guerra lunga e massacrante. Le cosiddette “truppe di pianura” preferivano le strofette spregiudicate e burlesche atte a denunciare il rancio sempre scarso e a prendersi gioco di qualche ufficiale imboscato o di qualche maggiore promosso al grado di colonnello “grazie al sangue dei poveri fantaccini che colorava il parapetto della trincea nemica”. Nelle trincee scavate nelle montagne del Veneto, del Trentino e della Carnia chi portava le stellette era invece solito condividere i rischi delle cannonate e dei congelamenti in alta quota e si accompagnava col soldato semplice nel precario isolamento forzato tra rocce e ghiacciai. Nei testi intonati dagli Alpini si leggono dunque note di tristezza per la precarietà dell’esistenza umana imposta dal conflitto e – per contro – di romanticismo e di amore per le valli e le vette. Per dirla come lo scrittore e reduce Paolo Monelli: <<In queste canzoni si sente un odor di paese, di castagne arrosto bevute col vino nuovo, di ragazze branciate dietro le siepi autunnali con oneste intenzioni matrimoniali; perché l’alpino incantona sì spesso la ragazza; ma poi la sposa; e vuole una sposa che sappia fare il pane e i biciolan; e attacchi per bene i bottoni al marito ca li taca in na maniera, ca li taca par dabon.>>
Canzoni stupende ancor più apprezzabili “allo stato grezzo” senza l’ausilio di elaborati arrangiamenti poichè in certi casi le parole da sole rendevano meglio di qualunque strumento musicale l’atmosfera, i pensieri, i rumori, i sentimenti e i suoni vissuti dalle Penne Nere. Un loro canto, magari nato durante la trepidante vigilia di un assalto o subito dopo una sanguinosa e spossante battaglia riesce a descrivere, meglio di una statistica ufficiale o di un saggio e persino di un diario, ciò che accadde quasi un secolo fa (il 2014 rappresenta il centesimo anniversario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale , ma per l’Italia la Grande Guerra ebbe inizio l’anno successivo) e rimane come unica testimonianza capace di superare le barriere del tempo per serbarne il vivo ricordo della tragedia acché essa mai più si ripeta. Anche durante il conflitto quei canti di guerra servirono a richiamare alla mente dei combattenti non soltanto le doti e le virtù militari, ma anche la ragione ultima per la quale si soffriva, si combatteva e si sognava un rientro nella società civile della pace: l’ideale della Pace aiutò i combattenti a sopportare fatiche, privazioni e dolori, mentre il senso del dovere coadiuvò gli sforzi per realizzarlo. Le “Canzoni” della Grande Guerra furono ordinate per la prima volta nel 1919 a cura di Piero Jahier e poi nel 1930, a cura di Cesare Carvaglios: esse possono suddividersi in canti di esaltazione patriottica, di marcia, di dolore e di protesta. Al terzo di questi “gruppi” di canti di guerra è indubbiamente ascrivibile La tradotta che parte da Torino. L’analisi del testo le “affido” a Piercarla, un’alunna della classe V della Scuola Elementare di Verolengo (TO), mentre mi sono riservata la scrittura di qualche piccola precisazione ad uso di chi non ha dimestichezza coi termini militari né con la guerra:

La tradotta* che parte da Torino, a Milano non si ferma più ma la va diretta al Piave**, ma la va diretta al Piave. La tradotta* che parte da Torino, a Milano non si ferma più ma la va diretta al Piave**, ma la va diretta al Piave.cimitero della gioventù.  Siam partiti, siam partiti in ventinove ed in sette siam tornati qua. E gli altri ventidue? E gli altri ventidue? Siam partiti, siam partiti in ventinove ed in sette siam tornati qua e gli altri ventidue son rimasti tutti a San Donà***. Cara suora****, cara suora son ferito: a domani non c’arrivo più se non c’è qui la mia mamma*****, se non c’è qui la mia mamma. Cara suora, cara suora son ferito: a domani non c’arrivo più. Se non c’è qui la mia mamma, un bel fiore me lo porti tu. A Nervesa******, a Nervesa c’è una croce: mio fratello sta sepolto là. Io c’ho scritto su Ninetto*******, io c’ho scritto su Ninetto. A Nervesa, a Nervesa c’è una croce mio fratello******** è sepolto là: io c’ho scritto su Ninetto che la mamma lo ritroverà.

<<Questa canzone parla dei soldati che andavano in guerra: salivano su questo treno, la tradotta, che partiva da Torino e si dirigeva ai campi di battaglia vicino al fiume Piave che era come un cimitero di giovani ragazzi. Dei 27 che sono partiti, solo 5 fanno ritorno a casa e gli altri sono sepolti a S. Donà un paese sul fronte. Io penso a questi ragazzi che muoiono così giovani e alle loro mamme e provo pena per loro.>> Piercarla

* tradotta: convoglio ferroviario adibito al trasporto dei soldati;

** il fronte si era spostato sul fiume Piave dopo la disfatta di Caporetto;

*** San Donà di Piave (VE): <<Nella zona di San Dona’ di Piave, contrastata dalla nostra 3° armata, opero’ la 12° Divisione, inquadrata nell’Isonzo Armee. La fortuna dapprima arrise agli austro-ungarici, i quali riuscirono a passare il Piave in più’ punti, nonostante la resistenza opposta. Le forze italiane resistettero strenuamente ed una piena del Piave impedì di gettare dei ponti per garantire un regolare afflusso di rinforzi agli attaccanti. I successivi contrattacchi portarono alla riconquista del territorio già’ in mano austriaca. Alla fine della battaglia, poi detta del Solstizio, il fronte correva lungo il Piave Nuovo e tutto l’estuario era sotto controllo della terza Armata. Nell’autunno di quell’anno venne lanciata l’offensiva italiana contro l’ormai fatiscente esercito austro-ungarico ed il 31 ottobre San Dona’ era in mani italiane. Sin qui i principali fatti d’arme, ma cosa fu del territorio in quell’anno di battaglie? La risposta si può avere dalla decisione che ad un certo momento venne presa dalle autorità centrali di abbandonare del tutto la zona, considerando impossibile porre rimedio alle devastazioni compiute.>> Museo della Bonifica della città di San Donà di Piave

**** suora infermiera in servizio presso l’ospedale da campo

.***** non dimentichiamo che gran parte dei soldati che la tradotta portò da Torino direttamente alla linea del fronte sul fiume Piave anziché a Milano, dov’era una sorta di centro di addestramento, erano a malapena diciottenni – quando la maggiore età si raggiungeva al compimento dei ventuno anni – e nulla avevano a che vedere con gli “scafati” diciottenni del terzo millennio. Eppure quei “mammoni” sono i ragazzi nati nel 1899: proprio loro! Sono diventati famosi nel mondo per il motto “Classe 1899: classe di ferro” per la capacità di sopportare con coraggio e spirito di abnegazione battaglie (contro il nemico e contro le proprie comprensibili paure) e sacrifici inenarrabili per noi oggi assolutamente inconcepibili.

******Nervesa della Battaglia (TV): «Centro strategicamente importante tra il Piave ed il Montello, durante la prima guerra mondiale, fu teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono la morte di numerosi concittadini e la totale distruzione dell’abitato. La popolazione costretta allo sfollamento e all’evacuazione, nonché all’abbandono di tutti i beni personali, dovette trovare rifugio in zone più sicure, tra stenti e dure sofferenze. I sopravvissuti seppero reagire, con dignità e coraggio, agli orrori della guerra e affrontare, col ritorno alla pace, la difficile opera di ricostruzione. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio» Medaglia d’oro al Merito Civile a Nervesa della Battaglia, 1915-1918

******* Ninetto è il ferito che chiedeva alla suora che l’assisteva di portare un fiore sulla sua tomba, qualora – come egli stesso presumeva – fosse morto lontano dalla propria mamma.

Planika

******** qui la suggestione è moderna e duplice: potete pensare a Band of Brothers se volete ritenere che la parola “fratello” si riferisca al sentimento di fratellanza che si sviluppò inevitabilmente tra i combattenti, ma dovete tenere conto che per molti di loro l’esperienza (o meglio l’inesperienza) al fronte durò pochissimo e non ebbero tutti modo di affratellarsi davvero; vi suggerisco pertanto di pensare a Saving Private Ryan http://youtu.be/mYF1V9oOBk4

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Non mi resta, dopo quanto sopra dichiarato, che proporvi La tradotta interpretata dal Coro della Brigata Alpina “Cadore”

Vorrei soltanto aggiungere, ad uso del Coro Polifonico Salvo D’Acquisto che sta preparando questo brano per il concerto che si terrà presso il Museo Storico della Fanteria di Roma, una postilla sulla “genialità” di chi ha armonizzato la versione scelta per voi: tecnicamente è forse più difficile di quelle che avete sin qui ascoltato, ma risulta assolutamente più suggestiva per chi ascolta. Gian Paolo Dal Dosso, infatti, è riuscito a mantenere l’atmosfera di struggente malinconia che aleggia su questo canto di guerra inserendo nella prima strofa ritmi e suoni caratteristici dello sferragliare del treno su un vecchio binario, con tanto di rallentamenti in salita e accelerazioni in pendio e trasmettendo proprio il senso di angosciante sorpresa per quei ragazzini che pensavano di essere portati con la tradotta militare al centro di addestramento nei pressi di Milano e invece si ritrovarono immediatamente sulla prima linea del fronte. La differenza di tempo tra la prima e la seconda parte nelle strofe successive serve a sottolineare la nostalgia per la vita povera, ma serena lasciata a casa e la rapidità con cui la guerra quella vita te la strappa via di dentro. In fondo, però, chi canta è ancora vivo e, nonostante tutto, ha persino la forza di cantare, combattere e continuare a vivere: che ci sia di stimolo acché la vita non ci trovi già morti dentro bensì la morte – quando giungerà (il più tardi possibile, ovviamente!) – ci trovi vivi davvero! Glielo dobbiamo ai ragazzi della classe di ferro 1899!