Monte Canino

Matajur-M.Nero

Il Monte Canin (Mont Cjanine in friulano, Kanin in sloveno, Cjanôn in resiano) è l’ultimo massiccio montuoso delle Alpi Giulie in territorio italiano: esso segna infatti l’odierno confine tra i comuni di Resia e Chiusaforte, facenti parte della provincia di Udine, e il comune di Plezzo, appartenente alla Slovenia. Il Canin non è una vera e propria vetta, ma è costituito da un colossale altopiano calcareo, formato da cime che raggiungono altezze variabili tra i milleottocento e i duemilatrecento metri, che culmina in una larga cresta che lo percorre in tutta la sua estensione e assume, a Sud, le sembianze di un grande mare di roccia. Le correnti umide meridionali portate principalmente dai venti di Libeccio e di Scirocco, non incontrando prima di esso alcun ostacolo, impattano direttamente con le rocce dell’altopiano causando precipitazioni di carattere piovoso molto intense, stimabili tra i tremila e i tremilacinquecento millimetri annui. All’alto tasso di piovosità corrispondono elevate frequenza e quantità di precipitazioni di tipo nevoso durante la stagione invernale: questa effettivamente rappresenta la zona più nevosa di tutto l’arco alpino, seconda soltanto ad alcune vette della non lontana Stiria. La continua opera di dissoluzione delle rocce da parte dell’acqua ha causato la formazione di caverne, foibe, grotte, orridi, pozzi e altri fenomeni carsici che hanno reso famosa la zona anche a livello internazionale: le sue abissali profondità che in alcuni casi raggiungono i mille metri, costituiscono infatti motivo di interesse per molti studiosi e speleologi. Sin dal 1521 le alte creste del Canin segnavano il confine tra i territori appartenenti alla Serenissima Repubblica di Venezia e quelli dipendenti dall’Impero Asburgico, ma fu dal 1861 che esse divennero linea di confine tra il Regno d’Italia e l’Impero Austroungarico e assunsero una sempre maggiore importanza dal punto di vista strategico per la difesa della Val di Resia e del Canal del Ferro. Il confine naturale italo-austriaco scendeva infatti dalle Alpi Carniche e Giulie fino al torrente Pontebbana – affluente del fiume Fella, che versa le sue acque nel Tagliamento – che rappresentava il confine di Stato vero e proprio e divideva letteralmente in due il centro abitato e l’importante snodo ferroviario di Pontebba: da una parte la Pontebba italiana e dall’altra la Pontafel austriaca, ognuna col suo fascio di binari. Le principali linee ferroviarie sul confine orientale erano la Ferrovia Destra Tagliamento  Casarsa-Spilimbergo-Pinzano-Gemona, la Wocheinerbahn Jesenice-Tolmino-Gorizia-Trieste, la Sudbahn Lubiana-Postumia-Pivka-Divaca-Sezana-Trieste e, soprattutto, la cosiddetta Rodolfiana o Pontebbana che si diramava in due tratte di grande importanza per il territorio austriaco Pontafel-Tarvisio-Fusine Val Romana-Kranjskagora-Lubiana e Pontafel-Udine-Tarvisio-Villach-Klagenfurt-Vienna e un ramo nel territorio italiano Pontebba-Carnia-Tolmezzo-Villa Santina da cui partivano le tramvie decauville a scartamento ridotto Villa Santina-Comeglians, Villa Santina-Ampezzo e Tolmezzo-Paluzza Moscardo che giungevano fin sotto le future retrovie del fronte carnico. Il patto militare stipulato a Vienna il 20 maggio 1882, col quale gli imperi di Austria e Germania accolsero il Regno d’Italia nella Duplice Alleanza che prese dunque il nome di Triplice Alleanza, proibiva la costruzione di nuovi edifici militari nelle rispettive aree di confine. Tale vincolo sfavoriva non poco la posizione italiana: gli Austriaci potevano infatti contare sui preesistenti Forti Hensel a Malborghetto, Kluze a Bovec (odierna Plezzo) e Raibl sul Passo Predil – costruiti in epoca napoleonica – e sul nuovo Forte Hermann sulla cima del Monte Rombon. Per eludere questa clausola del trattato, gli Italiani innalzarono alcuni edifici che denominavano ricoveri e che venivano descritti e dichiarati come ospedali. In realtà i ricoveri alpini costituivano il cosiddetto Ridotto Carnico: un vero e proprio sistema difensivo d’alta quota che venne realizzato, negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, per il presidio delle montagne delle Alpi Carniche e delle Alpi Giulie adiacenti il confine orientale lungo un percorso che andava dal massiccio del Canin a quello dello Zuc Dal Bor. Il principale di questi edifici, costruito a partire  dal 1904 a Chiusaforte, sarebbe effettivamente diventato sede del Comando Militare Italiano, da cui partivano i rifornimenti diretti alla Val Dogna, alla Val Raccolana, a Sella Nevea e al Canin. Sulla Sella Bila Pec fu invece realizzato dal regio esercito di un ricovero alpino su due piani con alloggi per circa centocinquanta persone e dotato di sistema idrico, servizi e magazzini che era possibile rifornire grazie a una teleferica. Tali costruzioni si devono soprattutto agli uomini dei reparti del Genio Militare, del Reggimento Minatori e del Reggimento Zappatori, che si trovavano ancora a operare in quei siti al momento dell’entrata in guerra dell’Italia nella primavera del 1915 (la Prima Guerra Mondiale scoppiò in realtà nel 1914). Al confine di Pontebba e nelle zone limitrofe era di stanza il I Reggimento Alpini: sulla linea di cresta Cule Tarond-Due Pizzi-Piper-Jof di Melegnot-Sella di Somdogna erano dislocate le “penne nere” dei battaglioni Gemona e Fella mentre in Val Raccolana e sulla Sella Nevea, al fianco dei reggimenti di Bersaglieri e di Artiglieri che sarebbero stati oltremodo impegnati per tutta la durata del conflittto, erano invece posizionati gli alpini dei battaglioni Pieve di Teco, Val Arroscia e Monte Canin. Proprio alle batterie da montagna e alle cosiddette “someggiate” – non soltanto le vettovaglie, ma anche gran parte degli armamenti compresi mitragliatrici, obici e cannoni venivano infatti portati in quota a spalla e a traino dai soldati o sulla soma di cavalli e muli, di cui erano dotate queste ultime – di tali battaglioni alpini venne dato l’ordine di assicurarsi il possesso dei punti chiave della linea di confine orientale. Nei primi giorni di guerra furono conquistate, dopo aspri combattimenti, le “selle” Prevala, Robon e Nevea poi il Monte Guarda, la Casera Caal e l’altopiano a sud del Canin fino alla Kaninhutte. A quegli stessi uomini toccò quindi il faticoso compito di costruire nuovi sistemi difensivi e nuovi ricoveri e di realizzare nuovi sentieri e gallerie che permettessero di raggiungere le linee di combattimento in quota. Particolare importanza avrebbero avuto il presidio fortificato sulla Sella Prevala – unico valico che collegava l’altopiano del Canin alla conca di Plezzo – e il sentiero dell’Aquila, che collegava la Sella Prevala al Monte Rombon*) Nel periodo primaverile e per tutta l’estate successiva perdurarono le ostilità: agguati nella nebbia, assalti notturni, fuoco incessante delle artiglierie, bombardamenti e cannoneggiamenti che sembravano infiniti poi terribili combattimenti corpo a corpo con pugnali e baionette…una vera barbarie che causò migliaia di vittime…ma la morte li trovava vivi! Arrivarono le piogge autunnali – di cui si parlava prima – che costringevano gli uni a rifugiarsi nelle caverne e nei ripari e gli altri a tentare inutili e snervanti assedii: molti dei sopravvissuti si ammalarono…ancora però non avevano fatto la conoscenza del solito Generale Inverno: le nevicate abbondanti e le violente tormente distrussero le teleferiche e le linee telefoniche e resero le strade e i sentieri impraticabili per settimane; le provviste si esaurirono; le temperature polari fecero il resto. La morte bianca decimò i soldati senza distinzione alcuna di grado nè di schieramento: dalle Alpi Carniche e Giulie essa portò via con sè oltre dodicimila uomini.

Era la neve l’unica cosa che davvero non sarebbe mancata, anche sotto l’incessante rombo dei cannoni, alle migliaia di Alpini che erano giunti, nel mese di aprile del 1915, sul massiccio montuoso del Canin dopo tre giorni di viaggio in treno e due giorni di cammino su per le sue erte rocciose: l’avevo presagito l’ignoto autore del canto alpino Monte Canino. Ricordare i propri affetti, bere la neve e cantare – nonostante tutto – con un pizzico di amara ironia significò per lui la salvezza: della vita e della dignità umana. Si accorse infatti che un centinaio di metri da lui c’era un uomo che come lui, seppure indossasse una divisa dal colore diverso e parlasse un’altra lingua, era sceso da un treno, probabilmente a Tarvisio, dopo un lungo viaggio ed era salito per un erta di montagna, probabilmente la Seebach per Predil fino al Deutsche Kanzel, ed anche lui era arrivato fin lassù per lo stesso motivo…e anche lui probabilmente, per farsi coraggio, stava tentando di ricordare la vita semplice – ma in confronto a ora agiata – e la giovinezza spensierata e la propria fidanzata lontana…e forse anche lui sta sussurrando tra sè e sè una timida canzone…

E così la mente dell’Alpino torna indietro nel tempo…

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MerzliAlpini alpini in posa

Il rumore della ferraglia (ricordate La Tradotta?) che corre sui binari martella oramai da tre giorni il cervello dell’alpino: i suoi occhi, tra sbuffi di fumo, vedono ormai solo pianura e lontane cime con l’ultima neve di primavera…poi il frastuono si fa sordo perchè il treno sta passando sul ponte di uno dei grandi corsi che solcano la piana del Po’: l’Adda, l’Oglio, il Ticino… e poi l’Adige, il Brenta , il Piave e infine il Tagliamento e il convoglio punta verso i monti. Dapprima le alture sembrano dipinte di un timido verde poi si sale sulle Alpi Giulie e il bianco della neve si confonde con l’azzurro del cielo. I freni stridono ed i macchinisti fermano il treno ad una piccola stazione alla confluenza di due valli: il borgo è ordinato e incorniciato dai rettangoli di terra coltivata che danno da vivere ai suoi abitanti (siete mai stati in Veneto o in Friuli?). Gli Alpini scendono dai vagoni e la momentanea confusione viene ben presto interrotta dagli ordini secchi e precisi degli ufficiali: il reparto viene inquadrato e sistemato in ordine di marcia e le Compagnie, suddivise per Plotoni, iniziano il trasferimento a piedi. Il profumo dell’aria pulita gli fa dimenticare l’odore del carbone bruciato nella caldaia della locomotiva e nelle sue orecchie entra il ritmo cadenzato delle scarpe chiodate di dieci, cento, mille suoi simili: la lunga colonna di fanti sale la mulattiera in mezzo alle pinete prealpine e dopo un’ora transita davanti ad una postazione di artiglieria dove sono sistemati i quattro cannoni da 75 mm della batteria del monte Staulizze ed è il primo segnale che ricorda all’alpino il motivo della sua presenza in questo angolo delle Alpi (la guerra!). Il reparto prosegue e sosta agli stavoli di Ruschis:  pochi anziani e qualche donna iniziano i primi lavori di primavera e alcuni ragazzini, presi da naturale curiosità, corrono verso la colonna in marcia, vociando tra loro in una lingua tanto incomprensibile quanto basta a far pensare all’alpino di esser entrato in una terra straniera prima ancora di iniziare una guerra. I boschi appaiono ancora curati dalla mano dell’uomo il giallo del fiore di tarassaco annuncia l’arrivo della bella stagione come il canto del cuculo che scende da Plagna: ora la mulattiera si snoda lungo la catena displuviale tra il Canal del Ferro e la Val Resia. La marcia prosegue fino a Sella Sagata dove una seconda batteria di cannoni rinnova il monito agli Alpini. L’acqua fresca del torrente Brussin disseta i soldati che poi continuano a camminare attraverso il bosco alla volta del tornante di Cöpe disseminato di trincee e qui, dopo solo qualche rampa il profumo del bosco lascia il posto ad una follata di putrido vento gelido che, come uno schiaffo improvviso, percuote le narici in vista del pianoro di Ćänytaua, una piccola radura disseminata di croci e freschi tumuli di terra smossa, ingentilita con qualche raffazzonato mazzo di rododendro innalzato per dare una degna sepoltura ai primi eroici giovanotti che su quei monti hanno già donato, per la causa italiana, la loro tenera vita. Poco lontano si sentono i lamenti dei soldati feriti provenienti dalla prima linea e curati nell’angusto riparo di sasso adibito ad ospedale da campo sotto il Tulste Uar – cima montuosa alle spalle di Prato intrisa di sudore, fatica e sangue e ambìto punto strategico di osservazione da dove poter controllare ogni movimento nella valle di Resia e del Fella giù fino a Moggio e oltre. Ma non ci si può fermare: non c’è tempo da perdere! Bisogna raggiungere le postazioni sul fronte e dare il cambio a chi da troppo tempo è lassù…ma in un rio, approfittando della sosta per abbeverare i muli, qualcuno decide di lasciare un segno indelebile incidendo su una pietra il nome del reggimento alpini in transito verso Pust Gost. L’altopiano, molto ampio, è immerso nel primo verde delle faggete: quella che da Resiutta sembrava una cima lontana ora diventa imponente mentre i paesi a fondovalle sono rimpiccioliti. Il Canin ora è proprio davanti agli occhi dell’alpino ed è là ch’egli sta andando a “vivere”, combattere e morire. La mulattiera s’inerpica, il verde del faggio si trasforma e lascia posto al pino mugo ed a qualche sporadico larice: adesso la fatica si fa sentire anche nelle gambe di chi ha vent’anni. Un ultimo sforzo ancora e la Compagnia arriva a Sella Labuia: sopra una cresta affilata, in posizione alquanto ardita, c’è un’altra batteria di cannoni e sulla sella domina una costruzione fuori misura . Il nome Regina Margherita suona dolce come il riposo che si è meritato l’alpino: il sole affresca di effimero color rosa la Canina Alpe ed i soldati si apprestano a passare la notte nel grande rifugio. La mattina seguente, il sonno del soldato viene malamente interrotto dalla voce del sergente: SvegliaZaino e 91 in spalla! Si riparte! Il sentiero ora si snoda e taglia in mezzo i prati quasi verticali della cresta Indrinizza: i canaloni sono ancora carichi di neve e dopo una breve salita si fa vedere il maestoso versante meridionale del Sart. Un paesaggio quasi lunare gli si prospetta dinanzi, una distesa di roccia mista a neve che sembra non avere fine: il Foran dal Muss. Dall’altra parte della valle, sopra l’altipiano svetta la stupenda mole del Jof di Montasio. La colonna fa una sosta al nuovo ricovero di Sella Canin: sotto di loro si apre l’ampio vallone del Prevala immerso nella neve. La marcia prosegue verso Sella Prevala: reticolati e muri a secco, caverne e baraccamenti sono il segnale che al valico si vive e la guerra è molto più vicina. Gli Alpini marciano ancora: un paio di ore ancora sopra il Pian delle Lope poi sotto il Cergnala fino alla Cima Confine e la fila in grigioverde arriva a destinazione. Sella Robon: Zaino a terra! e dopo la fatica arrivano la fame e la sete. Il calcare del Canin lassù si beve tutta l’acqua per restituirla soltanto mille metri più in basso ed allora si scioglie un po’ di neve nella gavetta. Le salmerie non sono ancora arrivate e lo sguardo dell’alpino si perde verso lo Jof Fuart mentre un paio di grammi di tabacco avvolto in una cartina lo aiutano a pensare ad altro. L’impero degli Asburgo è dall’altra parte e lì si sta inchiodati uno di fronte all’altro per un tempo indefinito che non trascorre mai.

Questo è il Coro della Brigata Alpina Julia http://youtu.be/vy7fs_TDoUw

« Non ti ricordi quel mese d’aprile quel lungo treno che andava al confine e trasportava migliaia degli alpini su su correte è ora di partir. Dopo tre giorni di strada ferrata ed altri due di lungo cammino siamo arrivati sul monte Canino e a ciel sereno ci tocca riposar. Non più coperte, lenzuola pulite…non più l’ebrezza dei dolci tuoi baci…solo si sentono gli uccelli rapaci fra la tormenta e il rombo del cannon. Se avete fame guardate lontano, se avete sete la tazza alla mano…se avete sete la tazza alla mano che ci rinfresca la neve ci sarà.»

*) Dopo la disfatta di Caporetto dal Monte Rombon, proprio percorrendo il Sentiero dell’Aquila, una colonna dell’esercito austriaco raggiunse Sella Prevala. Gli Alpini opposero un’accanita resistenza ed erano pronti al contrattacco agli ordini del colonnello Cavarzerani, ma – a causa dell’avanzata delle truppe austro-tedesche sul fronte del fiume Isonzo e sul fronte di Sella Nevea – fu loro ordinato di lasciare il Canino e di ripiegare fino a Chiusaforte attraversando, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1917, le “selle” Bila Pec, Grubia e Buia.

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NOTA BENE: Si ringrazia Lorenzo Barbarino che con il suo Con gli alpini in marcia verso il monte Canin  ha accompagnato e ispirato il mio “lavoro” idealmente accanto a quei soldati di trincea improvvisati poeti.

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In alternativa al brano di cui sopra, propongo la versione eseguita dal coro della SAT  (Società Alpinisti Tridentini), che è il più celebre tra i cori maschili italiani comunemente chiamati “di montagna”. http://youtu.be/RDVBVtBiRyU

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