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La leggenda del Piave

Nel marzo 1918 Arz von Straussenburg – capo di stato maggiore dell’esercito austroungarico – aveva rassicurato Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff – capo di stato maggiore dell’esercito tedesco – circa il supporto strategico all’offensiva prevista per la successiva estate sul fronte italiano. I rapporti tra i due Imperi centrali erano infatti divenuti difficili da qualche tempo: da una parte l’Impero asburgico, ormai alle soglie della carestia alimentare, dipendeva fortemente dagli aiuti tedeschi che si erano rivelati indispensabili e risolutivi in occasione dello sfondamento a Caporetto, ma allo stesso tempo l’eccessiva intransigenza degli alti comandi tedeschi minava le possibilità di sopravvivenza dell’Impero asburgico. Per tali motivi, nell’aprile del 1918, Carlo I d’Austria aveva tentato di ottenere segretamente una pace separata nel 1917, ma i contenuti di tale progetto di accordo col nemico erano divenuti pubblici e nel maggio 1918 l’esercito tedesco aveva per questo costretto le truppe austroungariche a entrare in posizione subordinata nell’intesa pangermanica. Per recuperare la fiducia da parte dei tedeschi, i vertici dell’esercito austroungarico avevano deciso di sferrare un intenso attacco sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l’esercito italiano, demoralizzato reduce dalla sconfitta di Caporetto, e ordinarono pertanto alle truppe della Landwehr (esercito imperiale austriaco) di raggrupparsi nella vicinanza delle località venete delle Grave di Papadopoli e del Monte Montello con il chiaro obiettivo strategico di sfondare le linee difensive, raggiungere la fertile pianura padana, impossessarsi delle scorte italiane, costringere il nemico all’armistizio e liberare forze da concentrare, in un secondo momento, sul fronte franco-tedesco della Prima Guerra Mondiale. L’offensiva era stata preparata con grande cura e larghezza di mezzi dagli austriaci (oltre sessanta divisioni!), la fiducia negli esiti di tale azione era elevata e il morale dell’esercito austroungarico era alto, nonostante la penuria di beni di prima necessità. Il piano d’attacco, a dire il vero, risentiva un poco degli scontri, personali e ideologici, tra i comandanti dei due corpi d’armata (Conrad e Boroević) ed era stato suddiviso in tre operazioni distinte: un iniziale attacco diversivo sul Passo del Tonale doveva anticipare i successivi attacchi da parte delle armate X e XI di Conrad (operazione Radetzky: dall’altopiano di Asiago verso Vicenza) e da parte delle armate V e VI di Boroević (operazione Albrecht: attraverso il Piave verso Treviso) che avrebbero costituito i bracci di una tenaglia da chiudersi nella zona di Padova. Gli italiani, grazie ai Servizi di Informazione attivati dal generale Armando Diaz, conoscevano in anticipo i piani del nemico tanto che nella zona del Monte Grappa e dell’Altopiano dei Sette Comuni i colpi di cannone delle artiglierie italiane anticiparono l’attacco degli austriaci, lasciandoli disorientati: le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro al punto tale che gli Alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l’intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico. Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono, tanto che i gendarmi riuscirono a bloccare i fuggitivi solamente nella piana di Villach.

Sull’altro fronte della battaglia, arrivando da Pieve di Soligo e Falzè di Piave la mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci erano riusciti a conquistare il Montello e il paese di Nervesa: la loro avanzata era continuata sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall’artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte ad intervenire, in caso di bisogno. Il Servizio Aeronautico italiano mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l’avanzata: durante tale battaglia aerea il maggiore Francesco Baracca, asso dell’aviazione italiana, venne ucciso per mano di un aviatore austriaco, come risulta dai registri dell’aviazione asburgica recentemente resi pubblici. Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci furono incessantemente bombardate dall’aviazione italiana e ciò comportò per gli austroungarici un rallentamento nelle forniture di armi e viveri ed essi, costretti sulla difensiva da una settimana di intensi combattimenti, decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti. L’improvvisa piena del fiume uccise, durante la notte, centinaia di soldati dell’esercito asburgico.  Questo evento contribuì non poco a dare nuova e decisiva forza alla resistenza delle Forze armate del Regno d’Italia.

Le truppe austro-ungariche tentarono di riattraversare il Piave. La mattina dell’attacco, sino dalle ore 4.00, il Feldmaresciallo Boroevic osservava, dalla cima di un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l’effetto dei proiettili oltre Piave: durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono duecentomila granate lacrimogene ed asfissianti e quasi seimila cannoni austriaci spararono sino a S.Biagio di Callalta e Lancenigo e giunsero a colpire Treviso con proiettili da 750 kg di peso. Dall’altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d’acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni che martellavano incessantemente le avanguardie nemiche e le passerelle poste sul fiume dagli austriaci per traghettare materiali e truppe, facendo loro mancare i rifornimenti tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave. Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile per impedire agli austriaci ogni ulteriore tentativo di avanzata e dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina (Jesolo). Il punto di massima avanzata degli austriaci fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso, ma qui gli Arditi – le truppe d’assalto italiane che non facevano prigionieri e che terrorizzavano il nemico andando all’attacco con il pugnale tra i denti – ricacciarono definitivamente gli austriaci sulla riva del Piave da cui erano venuti.

L’offensiva austriaca si rivelò dunque una pesantissima disfatta: l’Impero asburgico perse quasi centocinquantamila uomini tra morti, feriti e prigionieri. Le perdite italiane ammontarono a circa novantamila uomini, ma persino il generale croato Boroevic, comandante delle truppe austriache del settore e fautore dell’offensiva, capì che ormai l’Italia aveva superato la disfatta di Caporetto. La battaglia del Solstizio era l’ultima possibilità per gli austriaci di volgere a proprio favore le sorti della guerra e il suo fallimento, con un bilancio così pesante per le disastrose condizioni socio-economiche in cui versava l’Impero, significò l’inizio della fine: appena quattro mesi dopo giunse, infatti, la vittoria finale dell’Italia a Vittorio Veneto. A onor del vero vanno ricordati anche i numerosi combattenti francesi, statunitensi e britannici e, soprattutto, i soldati cecoslovacchi che combatterono dalla parte dell’esercito italiano: essendo infatti questi ultimi cittadini dell’Impero austro-ungarico, se catturati venivano giustiziati poiché considerati traditori della patria (ne vennero impiccati a decine sul viale alberato che portava da Conegliano a San Vendemiano). *

Subito dopo la Battaglia del Solstizio, Giovanni Ermete Gaeta** compose La leggenda del Piave, che ben presto i soldati conobbero grazie al cantante Enrico Demma. L’inno, pubblicato con lo pseudonimo di E. A. Mario a guerra ultimata, contribuì a ridare morale alle truppe italiane al punto tale che il capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano inviò un telegramma all’autore: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!».

Grazie a Marco Potenziani possiamo ascoltarne una bellissima versione cantata dal Coro dell’Associazione Nazionale Alpini di Milano con l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano http://youtu.be/_nZxY7DptqU

La leggenda del Piave
I Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio: l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera. Muti passaron quella notte i fanti: tacere, bisognava, e andare avanti. S’udiva intanto dalle amate sponde, sommesso e lieve, il tripudiar de l’onde: era un passaggio dolce e lusinghiero. Il Piave mormorò: “NON PASSA LO STRANIERO”.

IIMa in una notte triste si parlò di un fosco evento*** e il Piave udiva l’ira e lo sgomento. Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto, per l’onta consumata a Caporetto! Profughi, ovunque, dai lontani monti venivan a gremir tutti i suoi ponti. S’udiva allor dalle violate sponde, sommesso e triste, il mormorio de l’onde, come un singhiozzo in quell’affanno nero. Il Piave mormorò: “RITORNA LO STRANIERO”.

E ritornò il nemico: per l’orgoglio e per la fame, volea sfogar tutte le sue brame. Vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora sfamarsi e tripudiare come allora…NO!” disse il Piave. “NO! – dissero i fanti – mai più il nemico faccia un passo avanti!” Si vide il Piave rigonfiar le sponde e come i fanti combattevan l’onde. Rosso del sangue del nemico altero, il Piave comandò: “INDIETRO VA’ STRANIERO!”

IVE indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento, e la Vittoria sciolse le ali al vento. Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti risorgere Oberdan, Sauro e Battisti. Infranse alfin l’italico valore le forche e l’armi dell’impiccatore. Sicure l’Alpi, libere le sponde…e tacque il Piave, si placaron l’onde. Sul patrio suol, vinti i torvi imperi, la pace non trovò NE’ OPPRESSI, NE’ STRANIERI.

Questa è stata invece eseguita dal Coro Polifonico Salvo D’Acquisto diretto dal M° Massimo Martinelli in occasione del Concerto di canti della Patria svoltosi presso il Teatro Comunale di Cagli (PU) il 1° luglio 2012 http://youtu.be/-arlWep52GA

Nella prima strofa, il fiume Piave assiste al concentramento silenzioso di truppe italiane avvenuto durante la notte tra il 23 e 24 maggio 1915, quando L’Italia dichiarò guerra all’Impero asburgico e sferrò il primo attacco contro l’Imperial regio Esercito austro-ungarico: era l’occasione per completare il processo di unità nazionale e liberare il Trentino e la Venezia Giulia dal dominio austriaco. Il nostro esercito, nel marciare coraggioso e silenzioso verso la frontiera con l’Austria, passò sul fiume Piave, che espresse poeticamente la sua gioia con il tripudio delle onde. La strofa termina con l’ammonizione Non passa lo straniero riferita, appunto, agli austro-ungarici.

La seconda strofa accenna alla disfatta di Caporetto e descrive la calata del nemico fino al fiume e la fuga degli sfollati e dei profughi provenienti da ogni parte del circondario. Era il 24 ottobre del 1917 quando  il nemico ruppe il fronte orientale italiano a Caporetto e tutte le nostre forze ebbero l’ordine di arretrare onde evitare l’accerchiamento: le perdite furono pesanti e ad esse si accompagnarono le polemiche. Si dovettero poi richiamare le riserve e arruolare persino i giovani (all’epoca la maggiore età era fissata a 21 anni) di 18 anni: la “classe 1899” per il valore ed il coraggio dimostrato si meritò l’appellativo di “classe di ferro”.

La terza strofa racconta del ritorno del nemico nel territorio italiano e delle sue atroci vendette contro la popolazione: il Piave pronuncia dunque il suo “no” all’avanzata dei nemici e la ostacola gonfiando il suo corso, reso rosso dal sangue dei nemici. Sulla nuova frontiera Monte Grappa-Piave si decisero infatti le sorti della guerra: la poderosa offensiva scatenata dagli austriaci nel giugno 1918 cozzò contro l’eroica resistenza degli italiani e le divisioni nemiche dovettero ripassare in disordine il Piave, sconfitte e incalzate dalle nostre valorose truppe. La battaglia del Piave costò all’esercito austroungarico oltre 150.000 uomini e rappresentò per l’Impero Asburgico l’inizio della sconfitta: gli austriaci e gli alleati tedeschi – come scrisse, dopo la guerra, il comandante tedesco Ludendorff – videro “cadere come foglie morte” nelle acque del Piave le loro speranze di vittoria.

Nella quarta e ultima strofa si immagina che dopo la vittoria, una volta respinto il nemico oltre Trieste e Trento, potranno idealmente tornare in vita i patrioti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, che erano stati uccisi dagli austriaci. Era il 24 ottobre 1918 – anniversario della disfatta di Caporetto – l’esercito italiano lanciò una massiccia e generale offensiva che portò alla vittoria dell’Italia. L’avanzata italiana fu travolgente e il 3 novembre le truppe italiane, dopo aver catturato centinaia di migliaia di prigionieri, entrarono in Trento e Trieste determinando la resa dell’Austria e la firma dell’armistizio che sanciva la cessazione della guerra per il 4 novembre. http://youtu.be/dVAGOKbxiV8 La Pace trovò dunque gli italiani liberi sul patrio suolo, unito dalle Alpi al mare, e le acque del Piave poterono finalmente placarsi.

Questi versi, pregni di amor patrio,  fecero sì che da più parti si levasse la richiesta di adottarlo come inno nazionale dello Stato italiano, cosa che effettivamente avvenne dal 1943 al 1946 prima dell’adozione de Il Canto degli Italiani di Michele Novaro.

Nel 1961 il comune di Roma deliberò di denominare col nome di via Canzone del Piave  una strada del quartiere Giuliano-Dalmata, chiamato così perché destinato ad accogliere gli esuli italiani provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia: tale scelta costituisce tuttora un caso rarissimo di toponimo urbano ispirato a un brano musicale.

Ancora oggi La leggenda del Piave o La canzone del Piave viene eseguita da bande e fanfare, specie in occasione di cerimonie in onore dei Caduti, solitamente subito dopo il Silenzio e unitamente all’inno nazionale della Repubblica Italiana.

Vi propongo l’esecuzione della Banda dell’Arma dei Carabinieri diretta dal M° Domenico Fantini nell’incisione su vinile del 1962 http://youtu.be/OWfbfdY_je8 , l’esecuzione dal vivo http://youtu.be/5sboPfG1opA della Banda dell’Esercito diretta dal M° Fulvio Creux, la versione incisa dalla Banda della Guardia di Finanza http://youtu.be/PBRPejmgPAQ e l’esecuzione dal vivo da parte della Fanfara Alpina Tridentina (sciolta il 31 dicembre 1999) ma formatasi nuovamente e composta da volontari diretti dal M° Tempesta http://youtu.be/_kCE6OdBpY0

* In quel periodo si trovava nella zona di Fossalta il futuro premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, allora diciottenne, che si era arruolato volontario con la Croce Rossa degli Stati Uniti e prestava servizio in zona come autista di autoambulanze: ferito dalle schegge di una bomba e da un proiettile di mitragliatrice, continuò a prodigarsi nel salvataggio dei militari feriti e per questo fu poi decorato con la medaglia d’argento. Da questa personale esperienza e dal successivo ricovero in un ospedale milanese trarrà il suo celebre romanzo Addio alle Armi.

** Giovanni Gaeta scrisse anche Vipera, Le rose rosse, Santa Lucia luntana, Profumi e balocchi.

*** All’epoca della prima stesura di questo brano, si pensava che la responsabilità per la disfatta di Caporetto fosse da attribuire al tradimento di un reparto dell’esercito. Per questo motivo, al posto del verso “Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento” vi era la frase “Ma in una notte triste si parlò di tradimento“. In seguito fu appurato che il reparto ritenuto responsabile era invece stato sterminato da un attacco  nemico con gas letali e si pensò così di eliminare dalla canzone il riferimento all’ipotizzato tradimento, considerato non solo impreciso storicamente ma anche sconveniente per il regime.

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Oh Signore, dal tetto natìo

 

…di sùbita dolcezza mi percuote su, di verso l’altare, un suon di banda. Dalle trombe di guerra uscìan le note come di voce che si raccomanda, d’una gente che gema in duri stenti e de’ perduti beni si rammenti. Era un coro del Verdi: il coro a Dio, là de’ Lombardi miseri assetati Quello: O Signore, dal tetto natio, che tanti petti ha scossi e inebriati… * http://youtu.be/bHLQG2F3rmE

<<Oh Signore, dal tetto natìo, ci chiamasti con santa promessa: noi siam corsi all’invito di un pio ** giubilando per l’aspro sentier, ma la fronte avvilita e dimessa hanno i servi già baldi e valenti… Deh! Non far che ludibrio alle genti siano, Cristo, i tuoi figli guerrieri! Oh fresche aure, volanti sui vaghi ruscelletti dei prati lombardi! Fonti eterne! Purissimi laghi! Oh vigneti indorati di sole! Dono infausto: crudele è la mente che vi pinge sì veri agli sguardi ed al labbro più dura e cocente fa la sabbia di un arido suol!>>: ecco uno dei tre cori realmente patriottici che Giuseppe Verdi compose nella consapevolezza di scrivere inni alla libertà ***. Esso si riferisce a una patria unica – per storia, per costumi e per tradizioni – chiamata “Italia”. http://youtu.be/5T7YBMGQ2EU Il canto venne scritto, in forma di preghiera, dal librettista Temistocle Solera nel IV atto dell’opera verdiana I Lombardi alla prima crociata, messa in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843.

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Essa vide la luce anche grazie all’influenza che ebbe sul Maestro l’amicizia con la contessa Clarina Maffei, che lo invitava spesso agli incontri che si tenevano nel suo salotto milanese:  in queste occasioni egli ebbe modo di conoscere alcuni giovani intellettuali dell’epoca che sarebbero poi divenuti i primi uomini politici dell’Italia unita. La nobildonna forniva aiuti concreti ai patrioti e il suo salotto libertario rappresentava una fucina di pensiero e di azione: si parlava di arte, letteratura, musica e scienze, si ascoltava musica e si consumavano bevande calde o fredde. Vi si discorreva anche della politica presente tra mazziniani e filo sabaudi, che facevano riferimento alla tradizione Illuminista milanese che discendeva dai fratelli Verri e dal Beccaria ed era giunta, attraverso varie fasi di dibattito, al pensiero di Romagnosi e del suo autorevole pupillo Carlo Cattaneo , ospite assiduo della contessa Maffei.

SIPARIO CAVOUR

La trama, suddivisa in quattro atti, de I Lombardi alla prima crociata si svolge tra il 1097 e il 1099:

I – Milano. Dopo essere stato proscritto ed esiliato per aver aggredito suo fratello Arvino in uno scatto di gelosia per amore della sua sposa Viclinda, Pagano ritorna in Milano e, nella Basilica di Sant’Ambrogio, riceve il perdono di Arvino in occasione della partenza dei Crociati che egli stesso guiderà a Gerusalemme. I cittadini se ne rallegrano, ma Arvino, sua moglie Viclinda e la loro figlia Giselda credono poco al suo pentimento. Rimasto solo con lo scudiero Pirro, Pagano gli confida il suo rancore per Viclinda e il fratello e gli chiede di aiutarlo, insieme ad alcuni scagnozzi, nel suo proposito omicida. Viclinda e sua figlia temono che possa accadere qualcosa di orribile ad Arvino e Giselda prega per la salvezza del padre. Pirro comunica al suo “padrone” che Arvino si è coricato e che può agire: Pagano, per errore, uccide il padre Folco e, inorridito, invoca su di sé la maledizione di Dio. Quando Arvino e gli altri giungono per ucciderlo, la giovane Giselda si oppone, sostenendo che il più grande castigo per lo zio sarà il rimorso.

II – Antiochia. Acciano, tiranno di Antiochia, invoca la vendetta di Allah sui cristiani, che hanno invaso il suo territorio. Suo figlio Oronte chiede alla madre Sofia, segretamente convertita al cristianesimo, notizie dell’amata Giselda: ella ricambia il suo amore,ma lo sposerà soltanto se si convertirà al cristianesimo. Oronte accetta. In una grotta nei pressi della città, vive in esilio Pagano, che attende l’arrivo dei cristiani. Senza riconoscerlo, si rivolgono a lui: prima il suo ex scudiero Pirro, divenuto musulmano, che invoca il suo aiuto per ottenere il perdono di Dio e si offre, in qualità di custode delle mura di Antiochia, di  aprirle ai Lombardi; poi Arvino lo prega affinché si possa salvare la figlia Giselda, prigioniera del tiranno. Pagano annuncia che la città cadrà la notte stessa e i crociati intonano un coro di  giubilo. Nell’harem, la giovane Giselda implora la propria defunta madre di perdonarla per essersi innamorata di un pagano. Sofia le comunica la triste notizia della morte di Acciano e di suo figlio Oronte, uccisi in battaglia dai cristiani penetrati nottetempo nella città grazie all’aiuto di un traditore che ha consegnato loro le mura. Nel frattempo giunge Arvino in appenata ricerca di sua figlia Giselda, ma la trova nel preciso istante in cui ella, disperata per la perdita del suo amato, maledice il trionfo cristiano e pertanto la ripudia: sta per ucciderla, ma l’eremita Pagano (che non ha ancora palesato la propria identità) spiega a suo fratello che la giovinetta reagisce così per amore e non per tradimento della propria famiglia né della propria fede e le ottiene salva la vita….proprio come un tempo aveva avuto salva la propria grazie a lei.

III – Valle di Giosafat. Giselda piange disperatamente Oronte: egli le compare davanti improvvisamente, indossando vesti lombarde, poiché non era morto, ma solo ferito. I due fuggono insieme, seguiti dalla maledizione che Arvino lancia nei confronti di sua figlia dopo averla vista fuggire con l’amante musulmano e da Pagano. Giselda conduce Oronte, ferito mortalmente, nella grotta dell’eremita e tenta di soccorrerlo. Pagano, che li ha raggiunti, esorta Oronte a convertirsi per amore della giovane e il musulmano muore, invocando l’amata Giselda che l’assiste, accompagnato dalla benedizione di Pagano che ne sancisce la conversione al cristianesimo.

IV – Valle di Giosafat. Nella caverna dell’eremita giace, delirante per la febbre, la giovane cristiana che invoca il perdono del padre. Arvino, convinto dall’eremita la perdona. Oronte le appare in sogno, annunciandole che le acque del fiume Siloe placheranno presto la siccità che ha colpito i crociati. Mentre i Lombardi pregano il Signore, ricordando l’aria fresca, la natura e la pace della terra lombarda proprio con la famosa preghiera Oh Signore, dal tetto natìo, giungono Giselda, Pagano e Arvino che annunciano loro d’aver trovato le acque del Siloe. I cristiani esultano. Pagano, in punto di morte, rivela ad Arvino la propria identità e ne implora, ricevendolo, il perdono. Arvino lo benedice proprio mentre i crociati, che hanno ripreso le forze, conquistano Gerusalemme.

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* Versi tratti dalla poesia Sant’Ambrogio di Giuseppe Giusti

** Pietro d’Armiens, detto Pietro l’Eremita, fu il predicatore della prima crociata, bandita da Papa Urbano II durante i concilii tenutisi nel 1095 a Piacenza e Clermont.

*** Gli altri due sono indubbiamente Si ridesti il leon di Castiglia che si trova nell’opera Ernani e Giuriam d’Italia por fine ai danni nell’opera La battaglia di Legnano.

http://youtu.be/TIBRuPQ1atw Coro e Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia diretti da Sir John Eliot Gardiner

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La Vergine degli Angeli

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Il Maestro Giuseppe Verdi si recava spesso a pregare presso un altare minore nella chiesa della Collegiata di Cortemaggiore, situata a pochi chilometri dal paese natale di sua madre: su di esso campeggia un grande dipinto – opera di Francesco Scaramuzza (Parma 1805 – 1886) intitolata “La resurrezione di Maria” – in cui appare la Vergine portata in cielo da una folta schiera di angeli *.

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Probabilmente egli si ispirò proprio a questa tela durante la composizione dell’inno religioso in Sol maggiore – ambientato nella chiesa della Madonna degli Angeli di Hornachuelos – che conclude il finale del secondo atto de “La forza del Destino”: esso è intonato da un coro di voci maschili irrobustite dalle voci soliste di un basso e di un baritono, accompagnati dai violoncelli, e ingentilito dalla voce solista del soprano, accompagnata dall’arpa. Questo inno, comprensivo del finale del II atto, viene spesso eseguito anche in forma di concerto e ne esiste anche una bellissima trascrizione per banda di Amilcare Ponchielli (op. 270).

Possiamo ascoltarne qui la trascrizione per banda del Capitano M° Antonella Bona: la gradevole voce di Claudia Toti Lombardozzi è accompagnata dalla Banda dell’Esercito Italiano, diretta dal Tenente Colonnello M° Fulvio Creux http://youtu.be/AEJOnwM4RZA.

Non si può tuttavia presentare tale inno senza parlare dell’opera in cui esso è inserito e del periodo in cui questa prese forma.

Era il 1861 quando Giuseppe Verdi fu contattato dal Primo Ministro Camillo Benso Conte di Cavour – che gli proponeva la candidatura nelle elezioni per la Camera dei Deputati – e dal Teatro Imperiale di San Pietroburgo **, intenzionato a commissionargli un’opera. Superfluo dire quale fu la scelta del Maestro…

Il soggetto di partenza sembra dovesse essere il “Ruy Blas” di Victor Hugo, che però non superò il vaglio della censura zarista. Verdi propose dunque il dramma “Don Alvaro – La fuerza del sino” – scritto dal nobile drammaturgo spagnolo Ángel de Saavedra y Ramírez, che aveva trionfato nel decennio precedente in tutti i teatri di Madrid – e il direttore del Teatro Imperiale accettò immediatamente e gli concesse, per contratto, un lauto compenso. Il compositore chiamò a Busseto il librettista Francesco Maria Piave per tracciare insieme le linee generali dell’opera e per verificare alcuni punti due mesi dopo. Alla fine di novembre, dopo qualche contatto epistolare tra il compositore e lo scrittore, lo spartito era pronto, ma non ancora la partitura musicale: ciò nonostante Verdi partì per San Pietroburgo insieme a Giuseppina Strepponi, ma l’opera non poté andare in scena a causa dell’improvvisa malattia della primadonna Emilia La Grua e il debutto venne rinviato alla stagione successiva. La Prima de “La forza del destino” venne quindi offerta al pubblico del Teatro Imperiale di San Pietroburgo la sera del 10 novembre 1862: lo Zar Alessandro II, assente alle precedenti per malattia, assistette insieme alla Zarina alla quarta replica e, al termine della rappresentazione, si congratulò personalmente col Maestro e volle insignirlo dell’Ordine Imperiale di San Stanislao. Al termine della stagione teatrale russa, l’opera verdiana riscosse grandi successi a Madrid. In Italia l’opera debuttò, col titolo di “Don Alvaro”, al Teatro Apollo di Roma  il 7 febbraio 1863. Dopo qualche modifica apportata al testo da parte di Antonio Ghislanzoni (oggetto di cambiamento il terzo atto, dalla sesta scena alla fine,  e il quarto atto, dalla quinta scena alla fine, e il finale) l’opera venne portata in scena al Teatro alla Scala di Milano il 27 febbraio del 1869. Al Teatro Costanzi di Roma andò in scena il 28 dicembre 1915. All’Arena di Verona è andata in scena negli anni 1930, 1950, 1953, 1959, 1967, 1975, 1978, 1989 e 2000 in oltre sessanta rappresentazioni, risultando al tredicesimo posto delle opere maggiormente presenti nel cartellone del Festival lirico areniano.
Al Metropolitan Opera House di New York debuttò il 15 novembre 1918 – con Rosa Ponselle http://youtu.be/lqyxV-4GmOM &#8211; ed è stata rappresentata, sino a oggi oltre duecentotrenta volte. Al Wiener Staatsoper – dopo il grande successo di  Antonietta Stella http://youtu.be/BhG5Kaed-o0 &#8211; oltre centoottanta rappresentazioni seguirono alla prima del 23 settembre 1960.

La trama si svolge tra Italia e Spagna intorno alla metà del XVIII secolo.

I – Donna Leonora di Vargas (soprano) e il nobile indio don Alvaro (tenore) si preparano a fuggire nottetempo da Siviglia per evitare l’opposizione del marchese di Calatrava (basso) al loro matrimonio: Leonora, nonostante tutto affezionata al padre, medita sull’incertezza del proprio destino nel dire addio alla terra natia, ma l’arrivo di Alvaro fa svanire i suoi ultimi dubbi. I due vengono sorpresi dal marchese, che rinnega la figlia e ordina ai servi di arrestare il giovane: questi, proclamandosi unico colpevole e dichiarandosi pronto a subirne la punizione, getta a terra la pistola da cui parte il colpo che uccide il padre di Donna Leonora. Il marchese di Calatrava, morendo, maledice la propria figlia e i due sventurati amanti sono dunque costretti a fuggire nella notte.

II – Dopo circa un anno e mezzo di instancabile ricerca dei due amanti per vendicare la morte del padre, Don Carlo (baritono) si spaccia per uno studente agli occhi degli avventori di un’osteria di Hornanchuelos: la zingara Preziosilla (mezzosoprano), alcuni soldati, un mulattiere e alcuni pellegrini, tra cui – travestita da uomo – la stessa Leonora decisa a raggiungere il Monastero della Vergine degli Angeli, nei pressi del quale intende vivere in solitudine. Proprio dal racconto del suo ignaro fratello, ella apprende che don Alvaro – creduto morto – è ancora in vita e, temendo per la sua incolumità, si convince ancor più della necessità di ritirarsi in eremitaggio. Leonora, appena giunta al monastero, si affida alla Vergine implorando perdono per i propri peccati quindi si rivolge al padre guardiano (basso), cui rivela la propria identità e il sincero desiderio di espiazione. Il monaco – indulgente e comprensivo – l’avverte che la vita che l’attende è piena di stenti e cerca di convincerla per l’ultima volta a ritirarsi in clausura all’interno del convento piuttosto che in assoluto eremitaggio in una misera grotta, ma – constatata la fiduciosa costanza della giovanetta – accoglie la sua richiesta e le consegna un saio. I monaci, chiamati a raccolta dal padre guardiano, si rivolgono in coro alla Madonna, maledicendo chiunque oserà infrangere l’anonimato dell’eremita.

Dopo alcuni anni…

III – La lotta tra i soldati spagnoli e l’esercito imperiale infuria nella notte di Velletri (Italia, zona dei Castelli Romani): tra le fila dei granatieri spagnoli combatte Don Alvaro che, non sopportando le proprie sventure, spera di trovare una morte onorevole in battaglia. Nel ricordo del proprio vissuto di orfano discendente della famiglia reale degli Incas, ripensando alla notte fatale in cui vide per l’ultima volta l’amata,  rivolge la propria preghiera alla “sua” Leonora, che crede morta. Il principe indio, avendo udito il lamento di un soldato ferito, accorre in suo aiuto e gli salva la vita: i due si giurano eterna amicizia, ignorando ciascuno l’identità dell’altro. L’indomani, tuttavia, lo stesso Don Alvaro cade ferito e viene soccorso e trasportato dal suo nuovo amico, al quale affida un plico sigillato contenente un segreto che non dovrà mai essere rivelato e che dovrà essere bruciato nel momento della sua morte. Il compagno d’arme – insospettito dall’orrore provato dall’amico al nome dei Calatrava – rompe il giuramento, apre la borsa contenente il plico e vi trova un ritratto di sua sorella Leonora: costui altri non era, infatti, che Don Carlo. Egli, determinato a vendicare il proprio padre, sfida il ferito Don Alvaro a duello. I due hanno già incrociato le spade quando sopraggiunge la ronda: il nobile indio ne approfitta per fuggire e troverà poi rifugio in un monastero (superfluo dire che si tratta del Monastero della Vergine degli Angeli nei pressi di Hornachuelos, dove già si trovava la giovane Leonora, ma ai due ancora non è dato sapere della presenza l’uno dell’altra e viceversa). Nell’accampamento, intanto, ricomincia la vita di sempre: la zingara Preziosilla incita i soldati spagnoli alla battaglia e predice loro il futuro.

Dopo oltre cinque anni

IV – Nei pressi del Monastero degli Angeli il frate Melitone (baritono) distribuisce sgarbatamente la minestra ai poveri, che rimpiangono la gentilezza di padre Raffaele (Don Alvaro). Anche Don Carlo, giunto lì dopo anni di ricerche per vendicare la morte del proprio padre, chiede di lui e, scovatolo, lo sfida nuovamente a duello. In un primo momento il principe Inca rifiuta il confronto, ma infine accetta di duellare non sopportando di sentirsi chiamare “codardo e mulatto”. Presso la grotta dove si è ritirata, Leonora, ancora piange il proprio destino di innamorata tanto sfortunata: avendo sentito rumori nelle vicinanze si è rifugiata nel proprio abituro, ma ode la voce di padre Raffaele (Don Alvaro) che cerca un confessore per dare i conforti religiosi all’agonizzante erede del Marchese di Calatrava. La giovane – terrorizzata – chiama aiuto, ma il suo amato la riconosce e, abbracciandola, la mette a parte del ferimento di suo fratello: ella si precipita a soccorrerlo, ma Don Carlo – ancora ossessionato dal desiderio di vendetta – la pugnala. Raggiunta dal padre guardiano, Leonora riceve i conforti religiosi e spira tra le braccia dell’amato Don Alvaro, augurandosi di ritrovarlo in cielo: egli, invece, rimasto definitivamente solo sulla terra, maledice il proprio destino (nella prima versione dell’opera messa in scena a San Pietroburgo si suicida, nella seconda no).

NOTA BENE:

Nonostante il successo che l’ha accompagnata nel corso degli anni, negli ambienti della musica lirica corre voce che quest’opera di Giuseppe Verdi porti sfortuna. Tale teoria trae spunto da una lunga serie di episodi negativi in qualche modo accostati a talune passate rappresentazioni della stessa. Alcune sono davvero di poco conto, ma altre sono abbastanza clamorose da meritare un cenno qui, non fosse altre che per curiosità:
1 – Durante la prima scena dell’Atto III, durante il recitativo di Alvaro prima dell’aria O tu che in seno agli angeli, il testo originale della prima edizione dell’opera metteva in bocca ad Alvaro la frase “Fallì l’impresa”: il fallimento di un’impresa teatrale era una sventura frequente nel mondo teatrale ottocentesco e nessun cantante o impresario voleva nemmeno sentir pronunciare una frase del genere. Il librettista Francesco Maria Piave finì la sua vita con una serie di sventure: nel 1866 si ammalò gravemente, il fratello fu imprigionato a Venezia per alto tradimento e la madre impazzì. Nel 1867, caduto in miseria, si ritrovò costretto a chiedere in prestito 500 franchi a Verdi e il 5 dicembre di quell’anno rimase paralizzato fino alla morte che lo raggiunse nel 1876. A scanso di equivoci, il suo successore Ghislanzoni sostituì la frase in questione con “Fu vana impresa”;
2 – Il 1 settembre 1939 La forza del destino era in cartellone al Teatro Wielki di Varsavia: quel giorno ebbe inizio la Seconda guerra mondiale proprio con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista;
3 – Il 4 marzo 1960, al Metropolitan di New York, il grande baritono Leonard Warren perì sul palcoscenico – durante la messa in scena dell’opera – a causa di una trombosi che lo colpì proprio nel momento in  cui intonava l’aria “Morir, tremenda cosa”. Nella stessa stagione di rappresentazione dell’opera furono numerosi anche gli incidenti sul palcoscenico: la barba del Padre Guardiano si staccò, la zingara Preziosilla inciampò nei tamburi, Don Alvaro entrò in scena scordandosi le parole e persino la pistola, il direttore d’orchestra precipitò sui violinisti, impresari e consiglieri di amministrazione litigarono furiosamente liti fra impresari e consigli d’amministrazione, alcuni cantanti dettero forfait, altri fecero terribili stecche o incorsero in cadute sul palco;
4 – L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino stava effettuando una prova d’insieme dell’opera all’interno del Teatro Bunka Kaikan di Tokyo l’11 marzo 2011 proprio nel momento in cui il Giappone venne colpito dalla prima violentissima scossa del tremendo terremoto di Sendai;
5 – L’8 luglio 2011 era in programma a Nairobi il concerto “Le vie dell’amicizia”, cui dovevano partecipare le due orchestre giovanili italiane Cherubini e OGI e due cori che avrebbero dovuto eseguire la Sinfonia de La forza del destino, sotto la direzione del M° Riccardo Muti:  durante le prove un ragazzo keniota e l’accompagnatore italiano del suo gruppo di artisti perirono affogati in mare; i componenti delle due orchestre italiane riuscirono ad arrivare in Kenya soltanto poche ore prima del concerto a causa dell’improvviso fallimento della compagnia aerea che doveva garantire il volo.

Qui mi fermo e vi lascio in compagnia di Renata Tebaldi

, di Maria Callas
e di Barbara Frittoli  

Arrangiamento per banda del 1° Lgt. Vincenzo Carmine Cozza, eseguito dalla soprano Mariangela Cafaro (accompagnata dalla Banda musicale dell’Aeronautica Militare insieme al coro Liberi Cantores): dirige il Maestro Mag. Pantaleo Leonfranco Cammarano. Filmato amatoriale registrato durante il concerto nel teatro Europa ad Aprilia il 29 Aprile 2023.

e ca a Maronna v’accumpagni anzi che La Vergine degli Angeli vi copra del suo manto e vi protegga vigile l’Angiol di Dio.

P.s.: Con tutto il rispetto, “par scuressa” – come direbbe un mio caro amico forlivese – se avete lasciato l’automobile parcheggiata in doppia fila o davanti a un passo carrabile sarà il caso che andiate a spostarla: non vorrei che alla parola “vigile” si materializzasse un vigile urbano ad apporre una bella multa sul parabrezza della vostra automobile o addirittura un carro attrezzi 😉

* Non me ne vogliano i piacentini, ma io non penso che Giuseppe Verdi possa aver tratto ispirazione dalla succitata tela di Francesco Scaramuzza che si trova nella Collegiata di Cortemaggiore (PC).

** Il Teatro Imperiale di San Pietroburgo si chiama ora Teatro Mariinsky (Мариинский театр): cogliamo l’occasione per salutarne il magnifico direttore Valery Gergiev che ho avuto il piacere di salutare de visu lo scorso anno a Roma presso l’auditorium Parco della Musica proprio in occasione dell’esecuzione della Sinfonia de La forza del destino. Ieri sera ho appreso che “per problemi strettamente personali, Valery Gergiev ha dovuto annullare i concerti previsti a febbraio a Santa Cecilia” e dunque non dirigerà per noi la Sinfonia n. 2 “Resurrezione” di Gustav Mahler: in bocca al lupo, Maestro!

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Ospiti d’onore

La Banda del Corpo della Gendarmeria Vaticana, diretta dal Maestro Giuseppe Cimini e comandata dal Colonnello Giuseppe D’Amico, era stata invitata dal sindaco Antonio Satta e dal vescovo mons. Sebastiano Sanguinetti, ad accompagnare musicalmente le cerimonie organizzate nel comune di Padru per celebrare degnamente la “Giornata della memoria”: essa, in realtà, si celebra in tutto il mondo nella data odierna del 27 gennaio, a ricordo dei milioni di uomini, donne e bambini vittime – durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale – della persecuzione e dello sterminio per mano dei nazisti. Per permettere a un numero maggiore di persone di partecipare agli eventi in programma, in numerose cittadine italiane si è preferito svolgere alcune delle cerimonie già nella giornata di Sabato 25 gennaio: così è avvenuto anche nel caso di questo “giovanissimo” comune – nato dalla volontà referendaria dei suoi orgogliosi cittadini che scelsero di recidere il “cordone ombelicale” che li legava a Buddusò – che ha raggiunto la maggiore età lo scorso 3 gennaio.

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<<Sarà la banda della Gendarmeria vaticana l’ospite d’onore della Giornata della memoria di Padru.>> e poi: <<E’ stata la Banda della Gendarmeria Vaticana l’ospite d’onore, ieri, alla Giornata della Memoria di Padru (Olbia-Tempio).>> hanno titolato a caratteri cubitali i propri articoli i “colleghi” della carta stampata, ma chi ha dedicato qualche minuto del proprio tempo a leggere per intero i loro articoli si sarà certamente accorto che della Banda e dei suoi musicisti nel corpo dell’articolo si parla pochissimo e – come spesso accade – in maniera superficiale ed errata. Come si fa a confondere, in ben due articoli, il nome del direttore con quello del comandante e, dopo debita segnalazione, non solo non provvedere alla correzione dell’errore bensì aggiungerne un altro addirittura nel titolo <<Ieri le celebrazioni per ricordare le vittime dell’Olocausto Ospite illustre il corpo musicale della gendarmeria papale.>> dimostrando di non aver ancora compreso, dopo secoli di convivenza con lo Stato Pontificio la differenza tra il Gendarmeria Vaticana * e la Guardia Svizzera Pontificia ** e men che meno la differenza tra le Bande musicali di questi due corpi e la Banda dello Stato della Città del Vaticano (già Banda della Guardia d’Onore Palatina)? E ancora oggi non si parla né di banda né di musica, ma solo di “autorità civili e religiose” e di politici.

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Io non sono una giornalista professionista e, probabilmente, mai lo diventerò: in virtù di questo posso scrivere quello che mi passa per la testa e quello che sento nel cuore in assoluta libertà pertanto vi dirò soltanto: <<E’ stato bello…>>

E’ stato bello…condividere con i musicisti l’ansia di riuscire a conciliare i mille impegni professionali e familiari e organizzarsi in tempo per preparare il bagaglio da spedire il giorno prima della partenza, per trovare qualche parente o amico disposto ad accompagnarci e a riprenderci all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma-Fiumicino e per riuscire ad andare a dormire presto come scolari la sera prima e a svegliarsi presto al mattino per riuscire a giungere in tempo all’appuntamento coi compagni.12562239235330103f587

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E’ stato bello condividere con l’euphonium Francesco Carmignani la sensazione di sentirsi un po’ incastrati tra un sedile e l’altro perché lo spazio che separa le file di sedili sugli aerei Meridiana è relativamente stretto.

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E’ stato bello condividere con Roberto Iamele l’ansia per aver dovuto separarsi per quasi ventiquattro ore dal proprio prezioso euphonium bombardino, affidato al servizio di spedizione e assistenza bagagli della compagnia aerea, e condividere la sua gioia per averlo ritrovato sano e salvo al proprio arrivo a Olbia.

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E’ stato bello condividere con il flauto Alessandro Pirchio la sensazione d’essere il “Pifferaio di Hamelin” della fiaba dei fratelli Grimm quando tante persone si sono accodate marciando dietro la Banda che sfilava al ritmo di “Parata d’eroi”. 

E’ stato bello condividere con l’ottimo vice direttore Stefano Iannilli l’entusiasmo della gente che batteva le mani – non sempre a tempo – nel sentir risuonare le note della “Radetzky Marsch”: anche se, da cittadina italiana, il solo pensiero del tirannico maresciallo austriaco che fece di tutto per impedire alla mia Patria di nascere mi fa venire improvvise crisi di orticaria, comprendiamo che una banda non possa esimersi dall’eseguirla poiché i nostri connazionali ne vanno matti.

E’ stato bello condividere con Gaetano Rosselli quel pizzico di orgoglio patriottico che subentra quando il suo sassofono apporta il suo contributo a “Il Canto degli Italiani” http://youtu.be/gR3BKUdI6F0 e che si percepisce più profondo rispetto all’esecuzione della bella “Marcia all’antica”, che il Maestro Fulvio Creux compose come inno del Corpo della Gendarmeria Vaticana in anni recenti.

E’ stato bello condividere con Fabio Tassinari l’ammirazione della gente per la mirabile perfezione formale e stilistica della sua uniforme e della sua postura durante la parata oltre che per le emozioni che riesce a suscitare con la voce del suo oboe anche durante l’esecuzione della Marcia tratta dall’opera Ernani di Giuseppe Verdi http://youtu.be/c691UhP0f0w, che di solito fa eseguire ai suoi ragazzi della Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a Cavallo.

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E’ stato bello vedere gli occhi e sentire i cuori delle persone profondamente commossi dalle note de “La vergine degli angeli” suonata dalla Banda. 

E’ stato bello condividere con Giuseppe Trieste la poesia delle casette costruite con fango e pietre che sembrano arrampicate sulla cima incontaminata del monte “Sa Contra ‘e s’Ifferru”.

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E’ stato bello condividere con il corno Nicola Sacco e tutti gli altri il gusto di un vino rosso “fatto con l’uva” e degli gnocchetti sardi, del porceddu arrosto e delle verdure mediterranee gratinate e soprattutto della “Arrescottu cun meli” e del bicchierino di immancabile Mirto.

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E’ stato bello sentire lo stomaco in gola per qualche attimo quando il comandante che pilotava l’aereo ha deciso di decollare senza alcun indugio dall’Aeroporto di Olbia con poco meno di un quarto d’ora di anticipo rispetto alla tabella oraria…

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E’ stato bello provare la sensazione più unica che rara non tanto del volare sul Mar Tirreno quanto dell’atterrare a Fiumicino in anticipo.

E’ stato bello prepararsi in tutta fretta per scendere dal velivolo e doversi disciplinatamente sedere di nuovo e richiudere gli sportellini coi bagagli a mano in attesa che montassero il “tunnel” per uscirne.

E’ stato bello domandarsi perché avessero acceso nuovamente i motori prima di poter toccare definitivamente la terra ferma coi propri piedi e tranquillizzarsi perché si trattava soltanto di una semplicissima manovra di avanzamento di qualche metro sulla pista.

E’ stato bello salutarsi e darsi appuntamento per le prove per il prossimo concerto

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e, poiché all’agriturismo in Sardegna ci han fatto pranzare senza lesinare sulle porzioni

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tornare a casa e buttarsi sul letto stanchi senza neanche cenare..

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E’ stato bello…

Post scriptum: Sarebbe stato bellissimo esserci fisicamente e non soltanto spiritualmente, ma talvolta gli affetti familiari devono essere anteposti alla passione per le bande militari.

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* La Gendarmeria Vaticana o, più correttamente, “Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano” è un corpo di polizia preposto a garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico, nonché a svolgere le funzioni di intelligence, polizia di frontiera, di polizia giudiziaria e di polizia della circolazione stradale nel territorio dello Stato della Città del Vaticano e nelle sue pertinenze extraterritoriali.

** Alla Guardia Svizzera Pontificia sono invece assegnate la vigilanza, la sicurezza e la protezione del Collegio Cardinalizio – durante la cosiddetta “vacatio sedis” – e del Papa all’interno del Palazzo Apostolico e durante i suoi viaggi, oltre che dei servizi d’onore durante le udienze, i ricevimenti e le cerimonie nella basilica di San Pietro e nell’aula Paolo VI.

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1848: Addio, mia bella, addio!

<<Un tamburo lontano sembra richiamare il passo dei soldati; due euphonium intonano, in un clima nostalgico, il tema della canzone popolare, che poi si estende alla coralità dei clarinetti; uno squillo (che ricorda quello dell’Inno di Garibaldi) incita i giovani ad unirsi per eroiche imprese; il volontario si allontana, ed il suo canto si perde in lontananza, mentre l’eco dell’Inno di Mameli richiama i valori della Patria per la quale ci si batte.>>: non avrei saputo analizzare e descrivere meglio questa rielaborazione della nota melodia del canto in questione. Vi prego di ascoltarla a occhi chiusi per tornare indietro nel tempo e nello spazio:  *

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Proprio in questi giorni di fine gennaio di centosessantasei anni fa il popolo siciliano, ribellatosi al potere borbonico, aveva costretto Ferdinando II, Re delle Due Sicilie a promulgare la Costituzione (29 gennaio): il cosiddetto “effetto domino” aveva spinto Leopoldo II, Granduca di Toscana (17 febbraio), Carlo Alberto, Re di Sardegna (4 marzo) e papa Pio IX (14 marzo) al medesimo passo. Nel marzo del 1848 le rivolte erano divampati anche a Milano e Venezia contro il potere degli Asburgo: i combattimenti, particolarmente aspri nel corso delle Cinque Giornate di Milano, avevano costretto il Maresciallo Josef Radetzky – comandante dell’esercito austriaco nel Lombardo-Veneto –  ad abbandonare la città. Carlo Alberto di Savoia, Re di Sardegna, probabilmente ispirato dal desiderio di evitare una rivoluzione anche all’interno del proprio regno mostrandosi come un liberale, aveva approfittato di quel frangente politico per muovere guerra contro l’Impero austroungarico: il 23 marzo 1848 egli aveva dunque dichiarato l’inizio della Prima Guerra d’Indipendenza.  Le truppe austriache si erano ritrovate costrette a ritirarsi all’interno delle fortezze del cosiddetto Quadrilatero (Peschiera, Verona, Mantova e Legnago) che costituiva il nucleo difensivo dell’esercito asburgico nel Lombardo-Veneto e riusciva a mantenere i collegamenti con la madrepatria attraverso un passaggio lungo la costa orientale del Lago di Garda: a Sud, a Ovest e a Est del Quadrilatero avevano cominciato a raggrupparsi le forze dei volontari e degli stati italiani che man mano decidevano di entrare in guerra contro l’Austria.

Eran quasi tutti studenti. Saputa la dichiarazione di guerra, a Pisa, uno d’essi era salito sopra un banco dell’aula magna e aveva gridato ai compagni : « Chi ha sedici anni e non viene in Lombardia è un vile!». I più anziani avevan gridato : « Si vien tutti ! ». Ed erano corsi in fortezza ad arruolarsi. Altrettanto fecero gli universitari, studenti e insegnanti, di Siena. Gli studenti di Firenze, invece, prima di partire per la Lombardia, si raccolsero intorno al tavolino del Caffè Castelmur di via Calzaioli a cui era seduto il loro amico “Cicoria” detto anche “Bassocrilo fiorentino”, un giovane pianista e compositore di Pontassieve, intento nella scrittura de “L’addio del volontario toscano che parte per la Guerra d’Indipendenza”: si trattava di Carlo Alberto Bosi, professore d’organo nel Regio Istituto Musicale di Firenze, anch’egli immediatamente arruolatosi nel battaglione di volontari toscani diretti al Nord. Essi erano tutti studenti e docenti universitari “comandati” dal professore di astronomia Ottaviano Fabrizio Mossotti. V’era tra essi anche lo scienziato pisano Leopoldo Pilla, che avrebbe resistito eroicamente per più di sei ore con un manipolo di scolari e avrebbe trovato la morte sul campo di Curtatone insieme a loro, spirando mentre pronunciava la frase: « Non ho fatto abbastanza per l’Italia! ». …Eppure proprio la prolungata resistenza di quegl’inesperti studenti toscani permise all’esercito piemontese di concentrarsi a Goito e di vincervi la più bella battaglia del ’48…e quella che sembrava poco più di una goliardata studentesca buttata giù alla bell’e meglio su un pezzo di carta e con in testa il ritornello di un motivetto patriottico tedesco (“Oh Strassburg. oh Strassburg Der unerbittliche Hauptmann”, 1771) e una cantilena toscana – come si dice “le note sono solo sette”? – si trasformò in una vera e propria epopea. La Battaglia di Curtatone e Montanara, combattuta il 29 maggio 1848 da “soldati” toscani e napoletani da una parte e truppe asburgiche dall’altra nei luoghi situati tra i due paesi nei pressi di Mantova, rappresenta una fra le più simboliche battaglie della prima guerra di indipendenza: giovani volontari male equipaggiati e non addestrati e in grave inferiorità numerica, avevano tenuto testa per un intero giorno ad uno dei più potenti e addestrati eserciti europei, dimostrando il valore della nascente nazione italiana.

 Dai campi di battaglia di Curtatone e Montanara la maggior parte degli oltre trecento temerari partiti dalla Toscana in Toscana non fece più ritorno, eccezion fatta proprio per Bosi e una manciata d’altri: essi offrirono la loro vita per la nostra libertà tra il 28 e il 29 maggio del 1848 insieme ai loro compagni di lotta e colleghi di università provenienti da Napoli (circa un centinaio) ma l’eco delle loro voci limpide e gioiose che intonavano “Addio, mia bella, addio!” continuò a risuonare e a diffondere gli ideali di amore per la patria e per la libertà…e così il loro spirito combatté a fianco dei volontari nelle battaglie di Palestro e di San Martino durante la Seconda Guerra d’Indipendenza (1859, stesso anno della sua pubblicazione in “Versi e canti popolari d’un fiorentino”) e durante la spedizione dei Mille (1860) e diedero loro man forte, considerati i risultati. 

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Da canzone che descrive un episodio di vita tanto intimo e personale quanto può essere considerato l’addio alla propria fidanzata essa prese nuova vita proprio da tutti quei morti sul campo di battaglia e divenne canto corale “di massa” in cui si esalta la necessità essere bravi uomini e soldati, coraggiosi e uniti come un sol uomo, frugali e pronti all’estremo sacrificio: non rimane più traccia del tono di obbligo che si ravvisa nel “Partire, partirò” che caratterizza i canti di epoca napoleonica e il verso finale, seppure apparentemente rivolto solo all’amata, ci lascia percepire le speranze ed il pensiero di un’intera generazione. <<Io non ti lascio sola, ma ti lascio un figlio ancor: sarà quel che ti consola, il figlio dell’amor>>  è rivolto all’Italia intera ed è rivolto a tutti e a ciascuno di noi: rappresenta il lascito della pace, della democrazia, della libertà del popolo italiano che, grazie a quei giovinotti, avrebbe continuato a fiorire per sempre. 

Questo il testo originale: <<Addio, mia bella, addio: l’armata se ne va; se non partissi anch’io sarebbe una viltà! Non pianger, mio tesoro: forse ritornerò; ma se in battaglia io moro, in ciel ti rivedrò. La spada, le pistole, lo schioppo li ho con me: all’apparir del sole mi partirò da te! Il sacco preparato sull’omero mi sta; son uomo e son soldato: viva la libertà! Non è fraterna guerra, la guerra ch’io farò; dall’italiana terra lo straniero caccerò. L’antica tirannia grava l’Italia ancor: io vado in Lombardia incontro all’oppressor. Saran tremende l’ire, grande il morir sarà! Si muora: è un bel morire, morir per la libertà! Tra quanti moriranno forse ancor io morrò: non ti pigliare affanno, da vile non cadrò. Se più del tuo diletto tu non udrai parlar, perito di moschetto per lui non sospirar. Io non ti lascio sola, ti resta un figlio ancor: nel figlio ti consola, nel figlio dell’amor! Squilla la tromba…Addio…L’armata se ne va…Un bacio al figlio mio! Viva la libertà!>>

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A riprova dell’immortalità di questo canto, che divenne il canto della partenza dei militari per tutte le guerre successive sino alla Seconda Guerra Mondiale e tuttora viene cantato dai nostri militari, mi permetto di riportare una sintetica, ma significativa rassegna stampa sul brano:

<<Sovra tutte le altre numerosissime canzoni del ’48, della cui fine nulla è dato di sapere, rimane sempre gioconda, vibrante e gentile quella di cui dettò i versi Alberto Bosi, senza che mai si conoscesse il nome del musicista. L’hanno cantata nelle trincee i nostri soldati: […] Addio, mia bella, addio è la canzone che Wagner, sulla fede di Enrico Panzacchi che l’ebbe a sentire, ha elogiato e, quasi, invidiato all’Italia.>> (Il Decennale, Valecchi Editore, 1929)

<<Questo popolarissimo canto patriottico, compagno fedele delle nostre glorie e delle nostre sciagure militari da Curtatone a Roma, allietò per la prima volta le schiere dei volontari e degli studenti toscani che, nel 1848, accompagnati questi ultimi da molti dei loro professori, vollero ingrossare le schiere dell’esercito di Re Carlo Alberto. Trovarono quasi tutti la morte gloriosa sui campi di Curtatone e Montanara. Autore del canto fu il fiorentino Carlo Alberto Bosi, del quale ben poco si sa e di cui si conoscono poche poesie di non molto merito letterario. L’autore della musica è ignoto.>> (Canti della Patria – II Edizione – Ed. Giudici, Clusone BG, 1936)

<<Popolarissimo canto patriottico scritto dal fiorentino Carlo Alberto Bosi: allietò le schiere dei volontari e degli studenti toscani che nel “48 si unirono all’esercito piemontese e combatterono strenuamente a Curtatone. Questo addio del volontario, nato col titolo «II volontario che parte per la guerra dell’indipendenza» è la gemma. più preziosa della musica patriottica del 1848.>> (I Canti del Risorgimento Italiano – Antica Casa di Musica Ernesto Ferrari, 1937)

<<Popolarissimo canto, compagno fedele delle glorie e delle sciagure militari da Curtatone a Roma. Allietò per la prima volta le schiere dei volontari e degli studenti toscani che, nel 1848 corsero ad ingrossar le schiere dell’esercito di Re Carlo Alberto, e quasi tutti trovarono morte gloriosa sui campi di Curtatone e Montanara. Autore del canto fu il fiorentino Carlo Alberto Bosi, del quale ben poco si sa e di cui si conoscono poche poesie. L’autore della musica è rimasto ignoto.>> (Canti della Patria – III Edizione – Ed. Giudici, Clusone BG, 1941)

<<Dopo quasi un secolo l’ingenua ma graziosa canzonetta, appare fresca come un fiore d’aiuola e s’ode ripetere ad ogni partenza di militari, con la stessa allegra baldanza di un tempo.>> (I Canti degli Italiani – I Fascicolo dal 1799 al 1918 – Edizioni G. Campi, Foligno,1942)

* Fulvio Creux – ADDIO, MIA BELLA, ADDIO – Piccolo bozzetto popolare – Edizioni Scomegna (esecuzione della Banda dell’Esercito Italiano – Direttore Fulvio Creux – Roma, Teatro dell’Opera, 27 aprile 2002 – La musica di Rai 3 – produzione Rai 3 Raitrade)

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TA PUM

<<L’ordine era di conquistare quota 2105. La nostra trincea distava poche decine di metri da quella austriaca….., diedi una nota ad ogni sospiro della mia anima, nacque così l’accorato e disperato canto, tra i lugubri duelli delle artiglierie, il balenio spettrale dei razzi di segnalazione e il gemito dei feriti. Dal tiro infallibile dei cecchini nemici che riecheggiava a fondo valle scaturiva il micidiale Ta-pum, ta-pum, ta-pum. Furono 20 giorni d’inferno, senza che nessuno ci venisse a dare il cambio, l’inno venne cantato in quei giorni dai miei commilitoni.>>: queste le parole con cui Nino Piccinelli, ottimo musicista e ardito bombardiere volontario del I° conflitto combattente sul Monte Ortigara* confidò a un giornalista l’origine di uno tra i più noti motivi della Prima Guerra Mondiale.

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Il titolo stesso del canto alpino TA PUM altro non è che il nome con cui i soldati italiani nelle trincee chiamavano il rumore provocato dai micidiali tiri dei cecchini austriaci, che sparavano da lontano grazie al Fucile Mannlicher M95 (ricamerato in calibro 8x56R), il più lungo tra quelli della serie M95: prima si sentiva lo schianto della pallottola TA, poi arrivava il rumore della detonazione PUM.

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Questo è il testo principale dell’inno TA PUM:

Venti giorni sull’Ortigara  senza il cambio per dismontà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). E domani si va all’assalto soldatino non farti ammazzar; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Quando poi si discende a valle battaglione non hai più soldà;  ta pum ta pum ta pum (2 volte). Nella valle c’è un cimitero, cimitero di noi soldà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Ho lasciato la mamma mia, l’ho lasciata per fare il soldà; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Quando portano la pagnotta, il cecchino comincia a sparar; ta pum ta pum ta pum (2 volte). Battaglione di tutti i Morti, noi giuriamo l’Italia salvar /a Milano quanti imboscà; ta pum ta pum ta pum (2 volte).

Nel corso degli anni il testo ha subito numerosi rimaneggiamenti: in particolare, nella celeberrima versione del Coro S.A.T. e degli alpini, le strofe risultano modificate e la canzone ristretta.

TA PUM

Venti giorni sull’Ortigara*, senza il cambio per dismontà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Quando poi ti discendi al piano, battaglione non hai più soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pùm. Quando sei dietro a quel muretto, soldatino non puoi più parlà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Ho lasciato la mamma mia, l’ho lasciata per fare il soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta pùm. Dietro al ponte c’è un cimitero, cimitero di noi soldà; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum m m m m. Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovar; ta pum ta pum ta pum ta pum ta pum ta ta.

Questo testo, armonizzato da M. Tiberi, è particolarmente evocativo e dunque assai commovente. Il “ritornello” infatti si sviluppa in modo diverso per le differenti strofe: la prima, la terza e la quinta si concludono con un “ta pum m m m m” che rappresenta l’eco finale del suono di uno sparo partito dal Mainlicher M95 austriaco che, evidentemente, ha colpito un bersaglio distante dalla voce narrante; la seconda e la quarta strofa terminano con un “ta pum ta pùm” evidentemente breve e accentato poiché il tiratore austriaco ha colpito un bersaglio umano vicinissimo alla voce narrante; la sesta strofa, infine, si conclude con un drammatico e suggestivo “ta pum ta ta” che ci comunica, come fosse un bollettino di guerra, l’avvenuta uccisione di colui che stava riflettendo sul destino proprio e dei suoi commilitoni **.

* Il Monte Ortigara è una montagna delle Alpi, alta 2.105 metri, situata lungo il confine fra Veneto e Trentino-Alto Adige, nella parte settentrionale dell’Altopiano dei Sette Comuni: la competenza amministrativa è del Comune di Asiago, in realtà la proprietà è del Comune di Enego. Prima della Grande Guerra, sembra fosse più alta di ben otto metri: si sarebbe abbassata a causa dei continui bombardamenti che la videro teatro di sanguinosissime battaglie.

Ortigara

Il Monte, effettivamente, fu teatro di una terribile battaglia, che si combatté fra il 10 e il 29 giugno 1917 e vide impiegati complessivamente 400.000 soldati per la conquista di quota 2105: per avere un’idea della violenza degli attacchi che qui si svolsero, basta pensare che gli austriaci consumarono, in una sola mezza giornata, ben 200 tonnellate di munizioni. Gli italiani schierarono 22 battaglioni alpini, 4 reggimenti di fanteria e 1 reggimento bersaglieri nel tentativo della conquista dell’ Ortigara occupata dalla prima linea austroungarica. I morti, sul Passo dell’ Agnella, furono numerosissimi: nell’Altopiano di Asiago dovettero essere eretti addirittura quarantuno Cimiteri di guerra dell’Altopiano dei Sette Comuni. Il Monte fu da allora chiamato “calvario degli Alpini”.

Tombe_Ortigara

Nel settembre 1920, oltre 2.000 persone s’inerpicarono sulla cima per deporvi una colonna mozza a memoria dei caduti, recante la scritta “Per non dimenticare”: quella rappresenta dunque la prima Adunata nazionale degli Alpini.

Prima_adunata_alpina_Ortigara_1920

** Non vi sembri un paragone irrispettoso la citazione di un brano di musica leggera presentato al Festival delle Rose del 1966: Franco Migliacci (autore del testo), Mauro Lusini (autore della musica) ed Ennio Morricone (autore dell’arrangiamento) utilizzarono il medesimo espediente nella versione di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” portata al successo da Gianni Morandi, quando la censura li costrinse a eliminare il suono della Machine Gun, 7.62mm, M60 e della Пулемет Калашникова PK – meglio note come mitragliatrici M60 e PK Kalašnikov, rispettivamente usate dalle truppe statunitensi e dalle truppe filosovietiche durante la Guerra del Vietnam – ed essi lo sostituirono con gli arcinoti “M’han detto va nel Viet-nam e spara ai Viet-cong tatatatatatatatata” e “Nel petto un cuore più non ha, ma due medaglie o tre tatatatatatatatatatata”. Purtroppo l’effetto si perse quasi del tutto nelle successive versioni del brano, sempre meno “beat” e sempre più melenso. http://youtu.be/rOJQuTD73Wk

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Insediamento degli Eccellentissimi Capitani Reggenti della Serenissima Repubblica di San Marino – Cerimonia del 1 ottobre 2013

Nella fredda mattinata del 12 dicembre 1243,  Filippo da Sterpeto e Oddone Scarito furono chiamati – con il titolo di Consules, che si richiamava ai supremi magistrati dell’antica Roma repubblicana – ad amministrare la giustizia in qualità di Capitani Reggenti della Serenissima Repubblica di San Marino.  Dopo sei mesi il Consiglio Grande e Generale della Repubblica elesse i loro successori, poichè in tale limite di tempo era stato fissata la durata del loro Alto Mandato.  Ogni anno, da allora, si svolge a San Marino – nel primo giorno del mese di aprile e del mese di ottobre –  la Cerimonia di Insediamento dei Capitani Reggenti, festa nazionale che richiama un gran numero di capi di stato, autorità civili, militari e religiose e turisti da ogni parte del mondo. Tale regola è stata quasi sempre rispettata nel corso dei secoli, tranne che per la successiva assegnazione della funzione amministrativa alla Reggenza, per la modifica dei titoli che – dalla fine del XIII secolo – identificavano come Capitano e Difensore i due Reggenti in carica per poi divenire entrambi Capitani e per l’istituzione del Sindacato della Reggenza nel 1499, che può essere attivato – al termine del loro mandato semestrale – da qualsiasi cittadino che abbia obiezioni circa l’operato dei Capitani. Essi presiedono il Consiglio Grande e Generale, il Consiglio dei XII e il Congresso di Stato. Ogni loro decisione deve essere presa di comune accordo ed entrambi hanno diritto di veto uno sull’altro. Nel XVI secolo, come ulteriore garanzia contro eventuali tentazioni di accentramento di potere da parte degli Eccellentissimi, fu aggiunta la norma che stabilisce la loro non rieleggibilità per tre anni dalla scadenza del loro Alto Mandato. Durante il buio periodo della cosiddetta “occupazione alberoniana” – che durò dal 17 ottobre 1739 al 4  febbraio 1740 – la cerimonia di insediamento dei capitani reggenti non ebbe luogo e si svolse soltanto dopo la liberazione dei sammarinesi il 5 febbraio 1740 per poi riprendere la regolare cadenza semestrale. Il primo giorno di aprile del 1981 Maria Lea Pedini divenne il primo Capitano Reggente donna e da allora vige la regola della parità dei sessi.  Pochi giorni prima dell’effettivo insediamento, i cittadini sammarinesi hanno udito nuovamente l’antico proclama provenire dal balcone di Palazzo Pubblico: «Per ordine dell’Eccellentissima Reggenza pro tempore, annuncio al popolo della libera terra di San Marino, che il Consiglio Grande e Generale, nella seduta odierna, invocata l’assistenza del nostro glorioso Patrono, per la salute e la libertà perpetua della nostra antica Repubblica, ha eletto capitani reggenti, per il semestre 1 ottobre 2013 – 1 aprile 2014, i signori Gian Carlo Capicchioni e Anna Maria Muccioli.»  seguito dall’inno nazionale eseguito dalla Banda Militare della Repubblica di San Marino, secondo un antico cerimoniale.

Assolutamente immutato nel corso di questi settecentosettanta anni è rimasto anche lo svolgimento della “Cerimonia di insediamento degli Eccellentissimi Capitani Reggenti”, che fedelmente qui riportiamo per gentile concessione del Guardia del Consiglio Grande e Generale della Serenissima Repubblica di San Marino:

«ORE 9,30
I Corpi Militari della Guardia del Consiglio Grande e Generale , della Compagnia Uniformata delle Milizie e della Banda Militare della suddetta Compagnia, in alta uniforme, si schierano sul Piazzale antistante l’Ara dei Volontari, con i rispettivi picchetti Bandiera. Il Reparto in alta uniforme della Guardia di Rocca Artiglieria con picchetto bandiera, parte dal proprio Quartiere e si reca in marcia sul piazzale antistante l’Ara dei Volontari, ove si schiera unitamente agli altri Corpi posizionandosi dopo la Guardia del Consiglio Grande e Generale.

ORE 9,45
I Corpi Militari, preceduti da due Agenti di Polizia Civile e da due Gendarmi in alta uniforme muovono alla volta della Piazza della Libertà, accompagnati dal rullo di tamburo della Banda, nel seguente ordine:

• Banda Militare
• Compagnia Uniformata delle Milizie
• Guardia del Consiglio Grande e Generale
• Guardia di Rocca Artiglieria

ORE 9,50
I Corpi Militari si schierano sulla Piazza della Libertà. Il picchetto Bandiera della Guardia del Consiglio Grande e Generale fa ingresso nell’atrio del Palazzo Pubblico, dove è schierato un picchetto del Nucleo Uniformato della Guardia di Rocca in alta uniforme.
Cerimonia dell’ Alza Bandiera.
Un picchetto della Guardia di Rocca Nucleo Uniformato , in alta uniforme, si trova a Palazzo Valloni.

ORE 10
Al termine dell’alza Bandiera i Corpi Militari ritornano , nello stesso ordine, accompagnati da una marcia eseguita dalla Banda Militare, sul Piazzale antistante l’Ara dei Volontari per attendere la partenza del Corteo dei nuovi Capitani Reggenti da Palazzo Valloni.
Ai lati del portone di Palazzo Valloni prestano servizio d’onore due Gendarmi in alta uniforme.

ORE 10,15
Nella Sala delle Udienze di Palazzo Valloni prestano servizio d’onore, ai lati del Seggio Reggenziale, due Ufficiali subalterni della Guardia del Consiglio Grande e Generale in alta uniforme. Militari della Guardia di Rocca Nucleo Uniformato potranno
essere dislocati, per esigenze di cerimoniale o di controllo di accesso alle sale delle cerimonie all’interno di Palazzo Valloni.

ORE 10,40
Il Comandante Superiore delle Milizie e l’Ufficiale di Ordinanza si trovano a Palazzo Pubblico per attendere l’arrivo dei Capitani Reggenti eletti.
Gli Ufficiali del Congresso Militare e gli Addetti allo Stato Maggiore invitati alla Cerimonia, potranno partecipare, prendendo posto sulla base delle disposizioni contenute nel Cerimoniale dello Stato e nell’invito.

ORE 10,40
Al cenno dell’Addetto al Cerimoniale, i Corpi Militari muovono dal Piazzale antistante l’Ara dei Volontari e si schierano lungo Contrada Omerelli, a partire dall’imbocco sulla Piazzetta del Titano, nel seguente ordine:

• Due Agenti Polizia Civile
• Due Gendarmi in alta uniforme
• La Banda Militare
• La Compagnia Uniformata delle Milizie
• La Guardia del Consiglio Grande e Generale che apre le proprie file per accogliere il Corteo dei nuovi Capitani Reggenti.

ORE 10,45
Partenza del Corteo dei nuovi Capitani Reggenti da Palazzo Valloni alla volta del Palazzo Pubblico.
Chiude il Corteo un picchetto di Guardia di Rocca Uniformata in alta uniforme.
Durante il tragitto la Banda Militare esegue una marcia.
All’arrivo sulla Piazza della Libertà. La Banda Militare e la Compagnia Uniformata delle Milizie si schierano sul lato destro della Piazza arrivando e la Milizia presenta le armi al passaggio del Corteo Reggenziale mentre la Guardia del Consiglio Grande e Generale accompagna lo stesso fino alla porta centrale del Palazzo.

ORE 10,50
Dopo una breve sosta, si riforma il Corteo Reggenziale alla volta della Basilica del Santo.
I Corpi militari, nel frattempo, avranno eseguito opportuni movimenti di conversione della Colonna, di modo che il Corteo si ritrovi nello stesso ordine dell’arrivo con la Guardia del Consiglio a file aperte di fronte all’arcata centrale del porticato del Pubblico Palazzo.
Il Comandante Superiore delle Milizie e le altre Autorità militari prendono posto nel Corteo dopo il Corpo Diplomatico e Consolare di San Marino.
La Banda Militare esegue una marcia.

ORE 10,55
Il Corteo raggiunge la Basilica del Santo.
La Banda Militare, si schiera a destra del Piazzale antistante al sagrato arrivando, la Compagnia Uniformata delle Milizie si schiera a sinistra e presenta le armi al passaggio del Corteo Reggenziale.
La Guardia del Consiglio Grande e Generale si ferma al portone centrale della Basilica mentre il Corteo prosegue all’interno.
Dopo che le Autorità civili hanno preso posto, la Guardia del Consiglio Grande e Generale accede alla Basilica e si schiera nella navata centrale sui due lati mentre il picchetto della Guardia di Rocca Nucleo Uniformato entra a sua volta e si schiera davanti al portone centrale. La Compagnia Uniformata delle Milizie, e la Banda Militare fanno rientro nell’atrio del Palazzo Pubblico e, al termine della funzione religiosa, riprenderanno posto sul sagrato della Basilica, per la formazione del Corteo
L’ingresso in Basilica della Banda Militare è subordinato alla disponibilità di spazio in ragione della affluenza degli invitati.
Ai lati del Trono Reggenziale prestano servizio d’onore due Ufficiali subalterni della Guardia del Consiglio Grande e Generale, mentre ai lati del
seggio dei nuovi Capitani Reggenti prestano servizio d’onore due Ufficiali
dei Corpi Uniformati in Alta Uniforme.
Il Comandante Superiore delle Milizie, l’Ufficiale di ordinanza e gli altri Ufficiali invitati prendono posto nell’abside.

ORE 11,30
Al termine del rito religioso, all’ordine dei Comandanti dei Reparti, si riforma il Corteo Reggenziale secondo la stessa disposizione di arrivo. Al suono di una marcia eseguita dalla Banda Militare, il Corteo muove dalla Basilica del Santo verso il Palazzo Pubblico presso il quale i Reparti eseguono gli stessi movimenti di schieramento già descritti nel precedente arrivo.
Il Comandante Superiore delle Milizie o suo delegato, accede alla Sala del Consiglio Grande e Generale e prende posto nella poltrona assegnata. Gli Ufficiali Superiori in uniforme e l’Ufficiale di Ordinanza trovano posto nella Sala del Consiglio, in piedi, nello spazio attiguo all’ingresso, mentre gli Ufficiali Superiori in abito civile accedono alla Tribuna.
Nella Sala del Consiglio Grande e Generale prestano servizio d’onore, ai lati del Trono Reggenziale, due Ufficiali subalterni della Guardia del Consiglio Grande e Generale e ai lati del seggio dei nuovi Capitani Reggenti due Ufficiali subalterni dei Corpi Uniformati in Alta Uniforme. I
Corpi militari, al termine dell’ingresso degli invitati, si portano nell’atrio del
Palazzo Pubblico ove è già schierato il picchetto del Nucleo Uniformato della Guardia di Rocca.
Al cenno dell’Addetto al Cerimoniale, la Banda Militare si porta sul ballatoio antistante la porta di accesso alla Sala del Consiglio, mentre i Corpi militari restano schierati nell’atrio del Palazzo stesso.
Nel preciso istante in cui avviene il passaggio delle Insegne del potere, la Banda Militare esegue l’Inno Nazionale mentre i Corpi militari presentano le armi.

ORE 12,30
Terminata l’esecuzione dell’Inno Nazionale, la Banda Militare si riporta nell’atrio e unitamente agli altri Corpi militari si schiera sulla Piazza della Libertà per la ricostituzione del Corteo Reggenziale che si disporrà secondo l’ordine precedentemente stabilito.
Il Corteo Reggenziale muove da Palazzo Pubblico verso Palazzo Valloni al suono di una marcia eseguita dalla Banda Militare che si schiera a destra arrivando, lungo il muro di Contrada Omerelli. La Compagnia Uniformata delle Milizie si schiera a sua volta sullo stesso lato, dietro la Banda Militare e presenta le armi.
La Guardia del Consiglio Grande e Generale si ferma davanti alla porta di Palazzo Valloni mentre il Corteo Reggenziale accede all’interno del Palazzo.
Il Comandante Superiore delle Milizie, accompagnato dall’Ufficiale di ordinanza e tutti gli altri Ufficiali invitati, accedono a Palazzo Valloni per rendere omaggio ai nuovi Capitani Reggenti.

Dopo l’ingresso degli invitati i Corpi militari effettuano un movimento di contromarcia e ritornano sulla Piazza della Libertà dove ha luogo la cerimonia dell’Ammaina-Bandiera secondo le stesse modalità precedentemente descritte.

Al termine dell’Ammaina-Bandiera, i picchetti Bandiera della Guardia del Consiglio Grande e Generale e della Compagnia Uniformata delle Milizie rientrano nei ranghi ed i Corpi militari, nello stesso ordine di arrivo, si riportano al Piazzale antistante l’Ara dei Volontari, accompagnati da una marcia eseguita dalla Banda Militare e, dopo l’ordine di scioglimento dei Reparti, fanno rientro nei rispettivi Quartieri.

Il Reparto della Guardia di Rocca Artiglieria rientra invece direttamente nel proprio Quartiere senza ritornare all’Ara dei Volontari.»

Assistere a questa storica cerimonia è stato un emozionante “privilegio” che desidero condividere con tutti coloro che avrebbero voluto essere lì e non hanno potuto mettersi in viaggio http://youtu.be/ZYTj66y8dxg

Dall’attimo in cui, il 1 ottobre 2013 – cui fa riferimento tale filmato – abbiamo ascoltato le note dell’Inno Nazionale della Repubblica di San Marino eseguite in forma solenne dalla Banda Militare, gli Eccellentissimi Gian Carlo Capicchioni e Anna Maria Muccioli ricoprono dunque la carica di Capitani Reggenti, massima magistratura della Repubblica, ed esercitano collegialmente e con reciproco diritto di veto la funzione di Capo di Stato e di Governo: 1) Sono un organo di garanzia costituzionale super partes, rappresentano l’unità nazionale e presiedono e vigilano sulle attività di tutti gli altri organi politici della Repubblica. 2)  Presiedono il Consiglio Grande e Generale, convocano e coordinano il Congresso di Stato e presiedono il Consiglio dei XII, la Commissione Consiliare per gli Affari di Giustizia, il Consiglio Giudiziario, il Magistero di Sant’Agata e l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Grande e Generale; dispongono lo scioglimento del Consiglio Grande e Generale, quando questo non riesca ad esprimere una maggioranza, ed effettuano le consultazioni per incaricare un nuovo governo oppure per convocare i comizi elettorali; promulgano le leggi ed esercitano il potere legislativo in caso di necessità o di urgenza tramite l’emanazione di Decreti Reggenziali, che devono essere ratificati entro tre mesi dal Consiglio Grande e Generale, a pena di decadenza.
Le funzioni e la ridotta durata del mandato reggenziale derivano direttamente dalle istituzioni dell’antica Roma repubblicana, retta da due Consules (come si chiamavano in origine i Capitani Reggenti). Nel mondo si trovano due esempi soltanto vagamente simili: il Principato di Andorra – che è retto congiuntamente dal vescovo spagnolo di La Seu d’Urgell e dal Presidente della Repubblica francese – e la Svizzera, in cui durante il mandato governativo un ministro a turno esercita per un anno le funzioni di capo dello stato.
Alla Serenissima Repubblica di San Marino spetta dunque il primato mondiale di avere la più antica forma di governo democratico e repubblicano e il minor periodo di durata del mandato per il capo dello stato.

Per i più curiosi condivido gli elenchi, pubblicati su Wikipedia, degli Eccellentissimi Capitani Reggenti che hanno guidato la Repubblica di San Marino dal 12 dicembre 1243 al giorno d’oggi:

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_capitani_reggenti_dal_1243_al_1499 ;l

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_capitani_reggenti_dal_1500_al_1699

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_capitani_reggenti_dal_1700_al_1899

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_capitani_reggenti_dal_1900_al_1999

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_capitani_reggenti_dal_2000

Infine, qualora qualcuno dei miei lettori aspirasse a diventare Capitano Reggente, ecco i requisiti necessari:

– essere Consigliere;
– età superiore ai 25 anni;
– cittadinanza sammarinese originaria (dalla nascita);
– non aver ricoperto il medesimo incarico nei 3 anni precedenti (è possibile essere eletti più volte).

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Concerto per la Befana

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Sabato 4 gennaio 2013, mi trovavo a passare – per una commissione – lungo la via di Boccea, a Roma: mentre riflettevo sulla semplicità delle luminarie di Natale lungo quella strada e mi accorgevo di preferirle di gran lunga all’arcobaleno cacofonico (i colori , in fondo, producono nel mio animo un effetto simile a quello delle note) e poco natalizio di via del Corso, noto una grande ceramica raffigurante San Giuseppe con il Bambino Gesù e angeli. Poiché non ho avuto un buon padre degno di questo nome, ogni volta che vedo quest’immagine di amore paterno mi commuove…anche stavolta. D’altronde ero molto provata dalla recentissima perdita di una cara amica e collega e ho pensato di cercare conforto nella Casa del Padre: sono così entrata nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe all’Aurelio. Non conoscevo, prima d’ora, quest’edificio religioso, progettato e realizzato dall’architetto Ildo Ivetta nel 1970 e di certo la facciata di tufo, tripartita da paraste in cemento, non prometteva nulla di buono…invece all’interno, seppur moderno, ho scoperto un’ariosa e luminosa navata centrale con due piccole navate laterali secondo una delle piante classiche che prediligo. Ho fatto appena caso all’Ultima Cena, sita a fianco dell’altare maggiore, e alla grande ceramica raffigurante scene della vita di san Giuseppe Marello,  canonizzato da Papa Giovanni Paolo II. Ho dato una rapida occhiata alla Via Crucis di Vasco Nasorri: bassorilievi in ceramica smaltata collocati su tutto il perimetro della Chiesa. Poi il mio sguardo è stato letteralmente rapito dal grande bassorilievo in ceramica smaltata in colori tenui, posto sull’abside, che rappresenta un codice miniato aperto sulla cui pagina di sinistra compare uno spartito con la scritta “Ite ad Joseph”, attorno alla quale ruotano le scene che ripercorrono la vita di San Giuseppe dalla bottega da falegname di Nazareth, passando per gli anni trascorsi accanto a Gesù, sino al suo pio transito e alla sua gloria nel Regno dei Cieli.  Sulla pagina di sinistra del codice invece ho riconosciuto l’arazzo – raffigurante San Giuseppe con il Bambino Gesù e due angeli – realizzato dall’Opificio degli Arazzi in Vaticano nel 1915 e di cui anni fa avevo letto, all’epoca di Papa Paolo VI, del ritrovamento nel Laboratorio di restauro degli Arazzi del Vaticano, dove esso giaceva abbandonato. La Croce in ferro battuto e vetro colorato che campeggia sull’altare come una visione costantiniana sembra dare l’idea stessa della saldezza e della leggiadria nella fede.

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Non sono riuscita però, forse anche a causa del freddo oltre che del lutto, a concentrarmi nella preghiera e avrei voluto andarmene…ma, proprio mentre leggevo la suggestiva incisione su marmo “Questa scrittura oggi si compie.”,

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vedo entrare “bei cadetti, nella robusta giovinezza” dai cui “baldi e forti petti spira un’indomita fierezza” e proprio sotto quel simbolo di saldezza e leggiadria prendono posto decine di “Penne nere”.  Il cuore m’è quasi balzato in petto per la gratitudine al Cielo: che poteva esserci di meglio della musica e della rassicurante divisa degli Alpini per lenire la mia pena?

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Si trattava della Fanfara del Gruppo Alpini in congedo di Borbona – Sezione A.N.A. di Roma, la Fanfara Alpina più famosa e apprezzata dell’Italia centromeridionale. Essa nacque quasi trentatre anni fa grazie all’impegno, alla passione per la musica e alla voglia di riaffermare i valori propri della gente di montagna e degli Alpini del Maestro Domenico Teofili, che tuttora la dirige e che, bisogna ammetterlo, trovò terreno fertile in Borbona, paese di montagna con grandi tradizioni alpine e musicali: il “battesimo del fuoco” in occasione del Primo Raduno Interprovinciale svoltosi nel maggio 1991 a Borbona, dove giunsero centinaia di alpini in congedo provenienti da tutti i Gruppi del Lazio e dell’Abruzzo dell’Associazione Nazionale Alpini accolti con festoso e coinvolgente entusiasmo da parte di tutti i residenti.

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Da quel momento in poi la Fanfara del Gruppo Alpini in congedo di Borbona ha partecipato a tutti i Raduni Nazionali, accompagnando lo sfilamento della sezione A.N.A. di Roma intitolata a “Umberto Ricagno” seguita dagli Alpini in congedo di tutto il Lazio ed è stata invitata a presiedere innumerevoli raduni interprovinciali e regionali, spostandosi costantemente in tutto il centro-sud della nostra penisola. I musicisti della Fanfara si sono sempre contraddistinti per l’alta professionalità e preparazione formale e musicale in tutti i momenti che caratterizzano tali manifestazioni: l’alzabandiera, la parata, gli onori ai caduti, la funzione religiosa e il concerto di piazza. Il loro repertorio è assai ricco e varia dagli inni militari a quelli religiosi, dai brani folcloristici alla musica sinfonica: per questo motivo la Fanfara è stata spesso invitata a partecipare anche a manifestazioni civili e religiose e a trasmissioni televisive e ha sempre riscosso consensi unanimi. Il successo ottenuto anche ieri, nonostante la pessima acustica del luogo, e i calorosi applausi strappati a chi li ascoltava “in religioso silenzio” dà la forza alla Fanfara e a ogni suo componente di continuare per la sua strada, nonostante i sacrifici in termini di tempo e denaro che comporta notoriamente una vita dedicata alla musica e ai sani valori fondanti della nostra Patria.

Il programma del concerto di sabato 4 gennaio 2013 è stato piuttosto ricco:

1) 33 Inno degli Alpini; 2) Ave Maria – Charles Gounod; 3) La montanara – Toni Ortelli http://youtu.be/NmZ5MbWMOBo ; 4) In notte placida – François Couperin; 5) Canto di Natale; 6) Stille Nacht – Joseph Mohr e Franz Xaver Gruber; 7) The King – Archibald Mirri (marcia brillante); 8) Sabina – Giovanni Orsomando (marcia sinfonica); 9) Danza Ungherese n° 5 – Johannes Brahms http://youtu.be/uLaIYD10W9A ; 10) Tu scendi dalle stelle – sant’Alfonso Maria de’ Liguori; 11) Su, pastori, alla capanna – R. Di Camillo; 12) Jingle Bells – Lord James Pierpont; 13) “Taps” Silenzio fuori ordinanza (arrangiato dal Maestro Domenico Teofili) http://youtu.be/6tDS1_BvG7o ; 14) Il Canto degli Italiani – Goffredo Mameli e Michele Novaro.

Riascoltare La Montanara mi ha commossa e riportata indietro nel tempo, quando da bambina cantavo i cori alpini insieme alla zia trasferitasi a Udine: ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovata a passeggio per le valli in fior…e non ho sentito più freddo.

La Danza Ungherese mi ha riempito di malinconia e di rabbia, ma mi ha anche ridato le energie di cui necessitavo per riprendere la vita di ogni giorno, nonostante il lutto e nonostante tutto.

Il Silenzio fuori ordinanza mi ha fatto, inevitabilmente, pensare a Francesca…e al nostro tempo insieme su questa Terra.

Il Canto degli Italiani e lo sguardo fiero di chi lo suonava, mi ha però ricordato che la vita continua e l’unico modo per onorare i caduti è vivere con onore i nostri giorni, impegnandosi al massimo nel nostro dovere e godendo di ogni istante che la vita stessa ci dona.

Grazie, Signore…per avermi fatto venire al concerto!

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Tredici dicembre, santa Lucia…

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La sera del 13 dicembre 2013 abbiamo goduto del privilegio di assistere alla cerimonia di consegna ufficiale e all’accensione del tradizionale Albero di Natale in piazza San Pietro, donato al Sommo Pontefice dalla comunità bavarese di Waldmünchen. Migliaia tra cittadini romani, pellegrini e turisti d’ogni parte d’Italia e del mondo avranno la possibilità di ammirare il maestoso abete, come da tradizione – accanto al presepe che verrà inaugurato il prossimo 24 dicembre – soltanto fino al termine delle festività natalizie.

Resterà invece indelebile nel cuore di chi era presente la dolce voce di un oboe e di un flauto: http://youtu.be/FmAqJrO8bVk

Fabio Tassinari e Alessandro Pirchio, insieme a tutti gli altri musici della Banda Musicale del Corpo della Gendarmeria Vaticana diretta dal Maestro Giuseppe Cimini, hanno risvegliato in tutti i numerosissimi presenti a piazza San Pietro sereni ricordi d’infanzia e sentimenti di profondo amore e commozione per una nonna, probabilmente volata in cielo.

Chi, tra loro o tra voi cittadini del mondo, non ha avuto una nonna che gli abbia sussurrato, almeno una volta nella vita: <<Sul mare luccica l’astro d’argento. Placida è l’onda, prospero è il vento. Venite all’agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia… Con questo zeffiro così soave, oh! com’è bello star sulla nave: su, passeggeri, venite via! Santa Lucia, Santa Lucia… In’ fra le tende bandir la cena, in una sera così serena. Chi non dimanda!? Chi non desìa!? Santa Lucia! Santa Lucia… Mare sì placido, vento sì caro, scordar fa i triboli al marinaro e va gridando con allegria: Santa Lucia! Santa Lucia! Oh, dolce Napoli! Oh, suol beato! Ove sorridere? Dov’è il creato, tu sei l’impero dell armonia! Santa Lucia, Santa Lucia… Or che tardate, bella è la sera: spira un’ auretta fresca e leggiera. Venite all’agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia….>> !?

Chi, tra noi figli del Novecento, non ha ascoltato almeno una volta l’irraggiungibile Enrico Caruso http://youtu.be/1ebrnxY0Fuw !?

La fortunata barcarola napoletana, immortalata anche dai carillon delle scatole-souvenir che ogni turista può comprare nelle varie località turistiche campane, è infatti famosissima in tutto il mondo ed è stata tradotta in molte lingue. In Baviera e anche in Boemia, terra natìa dell’Albero di Natale è nota col titolo “Krásná je Neapol”, incisa da tal Waldemar Matuška. Nel Nuovo Continente, l’America, conoscono la versione di Elvis Presley http://youtu.be/XsCBZxpoqIc  che la pubblicò nel 1965, ma  la prima traduzione in inglese fu quella di Thomas Oliphant, pubblicata a Baltimora da M. McCaffrey.

Nei paesi scandinavi essa viene intonata, seppure con un testo differente, quale inno liturgico durante i festeggiamenti di Santa Lucia, che in una delle notti più buie dell’anno viaggia attraverso ogni città e paese per portare doni e dolci ai bambini ed annunciare il prossimo avvento della Luce: la versione più celebre è quella svedese, intitolata Luciasången o Sankta Lucia, ljusklara hägring.

Eppure la maggior parte di noi non ne conosceva l’origine, pertanto siamo idealmente saliti sulla barchetta e ci siamo avventurati in cerca di notizie per colmare un vuoto soprattutto, ma non soltanto, del cuore.

Nel diciannovesimo secolo la città di Napoli era una delle capitali più popolose e più povere tra tutti i piccoli Stati d’Italia: contava, infatti, oltre quattrocentomila abitanti, tra cui ventisettemila servitori e non meno di quarantamila lazzaroni.
Risale a quel periodo l’origine di un tipo di componimento musicale, tipicamente napoletano, derivato dal crescente interesse da parte di alcuni studiosi nei confronti di questa commistione tra la cultura contadina e quella suburbana  e dall’opera di indefessa trascrizione e di pubblicazione su opuscoletti, da parte di alcuni artisti o scrittori dell’epoca, dei canti che i popolani sino ad allora si erano tramandati vocalmente.  Questo “fenomeno” sociale diede origine all’Editoria musicale, campo in cui si distinsero subito “personaggi” del calibro di Guglielmo Cottrau e di suo figlio Teodoro, discendenti diretti del Giuseppe inviato a Napoli personalmente dall’Imperatore Napoleone per fare da consigliere ai re Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.

Guglielmo Cottrau, nato nel 1797 in Francia giunse, appena dodicenne, a Napoli con suo padre appunto ai tempi di Gioacchino Murat: affascinato dai luoghi e dalle sue tradizioni, raccolse un numero infinito di canzoni, attribuendosi spudoratamente la paternità di molte di esse, e ne modificò un gran numero e molte altre ne compose davvero: i suoi Passatempi musicali, pubblicati nel 1820 con il sostegno dell’editore Bernard Girard, costituiscono una vera miniera…
Amico di uomini altolocati e di musicisti illustri, Guglielmo Cottrau riuscì a far abbonare alle sue raccolte di canzoni perfino la regina delle Due Sicilie e progettò di diffondere la canzone napoletana in Francia, creando un grande interesse intorno a questo genere letterario-musicale di cui, fino a pochi anni prima, nessuno si era occupato in maniera attenta ed appassionata: grazie a lui, dunque, la canzone napoletana registrò rapide espansione ed evoluzione.  Alla sua morte, sopraggiunta nel 1847, egli lasciò al ventenne figlio Teodoro l’onere di continuare l’attività e la tradizione paterna.

Teodoro Cottrau, ancora adolescente, si era visto offrire una borsa di studio dal governo francese affinché si trasferisse a Parigi, ma aveva rifiutato, senza mezzi termini, per non dover lasciare la sua amata Napoli e le sue canzoni: <<A quale titolo una borsa di studio per un giovincello che non è francese, e il cui padre non lo è più, almeno legalmente? >>, scrisse a sua sorella… Dopo aver studiato pianoforte con i maestri Festa e Pappalardo, si laureò in legge e, alla morte del padre, assunse la direzione della Casa Musicale: la sua attività di editore fu intensa e spaziò dalla stampa di un periodico di canzoni dal titolo “L’eco del Vesuvio” alla composizione di canzoni. A lui viene appunto attribuita la paternità di questa incantevole “Santa Lucia”, probabilmente ispirata all’aria donizettiana “Com’è bello, quale incanto” tratto da “Lucrezia Borgia”. I versi del brano, pubblicato nel 1850, descrivono il pittoresco rione marinaro di Santa Lucia: idealmente è un barcaiolo (da qui la definizione di “barcarola” assegnato a questo genere di canzoni) che invita a fare un giro sulla sua barca, per meglio godere il fresco della sera. La canzone, scritta in napoletano, ebbe in realtà assai scarso successo probabilmente perché in quel periodo la popolarità aveva voltato le spalle ai versi originali in dialetto. Teodoro Cottrau affidò dunque la stesura del testo in lingua italiana a Enrico Cossovich: la prima canzone napoletana tradotta nella nostra lingua nazionale ottenne un successo trionfale in tutta la penisola italiana e persino al di là delle Alpi e oltre Oceano e ancora oggi fa parte dei repertori musicali dei migliori cantanti, lirici e leggeri, del mondo intero. Cottrau divenne dunque un personaggio di primo piano nella Napoli dell’epoca: decine di poeti e compositori affollavano l’anticamera del suo studio per presentargli canzoni e lui, con bonomia partenopea condita da humor francese, faceva del suo meglio per aiutare tutti, bravi e meno bravi. Dopo l’ingresso del Generale Giuseppe Garibaldi a Napoli, il musicista-editore si dedicò alla politica collaborando attivamente al giornale L’Indipendente – fondato da Alexandre Dumas e ispirato agli ideali garibaldini – ma non volle mai accettare cariche di rilievo: <<Io devo pensare alle canzoni. A Napoli, la vera politica la si fa con le canzoni.>>

Effettivamente…se così davvero fosse…si potrebbe dire che egli domina il mondo da lungo tempo!

La versione definitiva ed oggi maggiormente diffusa, e probabilmente quella che noi preferiamo, fu registrata agli inizi del XX secolo dal grande cantante lirico napoletano Enrico Caruso.

Accattatavill’:  http://youtu.be/pLNcxsykTX0

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Il mago del Natale

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Poco più di un anno fa, nel mese di ottobre del 2013, nell’Edificio 17 C dell’Ospedale Civico di Palermo i Carabinieri erano dovuti tornare per ben tre volte di seguito nel breve lasso di tempo di quindici giorni per indagare su altrettanti incresciosi e inconcepibili episodi di furto: scellerati ladri avevano infatti rubato, in tre distinte occasioni, uno dei computer della stanza dei medici e i due televisori del Day Hospital, che erano stati donati al reparto di Oncoematologia Pediatrica dall’Associazione Siciliana per la Lotta contro le Leucemie e i Tumori infantili.  Roba da non credere, starete probabilmente pensando: chiamate pure quel benemerito reparto del Presidio Ospedaliero Civico di Palermo ( 0916664316 – 0916664177 – 0916664143) e chiedete loro conferma, magari poi offrendovi di donare qualcosa voi stessi a quegli indifesi fanciulli per riscattare l’onore dei Siciliani e degli Italiani onesti. Immaginiamo che,  per quanto essi si sforzino di mantenersi professionalmente distaccati dalla sofferenza che vedono affrontare ogni giorno, i medici di quel reparto (dott. Paolo D’Angelo, dott. Piero Farruggia, dott. Antonella Grigoli, dott. Tania Guida, dott. Delia Russo, dott. Antonino Trizzino, dott. Serena Tropia, dott. Ottavio Ziino) siano rimasti esterrefatti e indignati per quel colpo a tradimento alla serenità dei loro assistiti e probabilmente quello fu un periodo di superlavoro per il valido psicologo del reparto (dott. Rino Taormina) e forse i biologi (dott. Sonia Cannella, dott. Giuseppina Bruno) per un attimo avranno desiderato di studiare le celluline grige dei vili esecutori dei furti e magari l’indefesso coordinatore del personale infermieristico (sig.ra Serena Orlando) avrebbe voluto “sguinzagliare” le sue “truppe” alla ricerca dei ladri. Sono episodi squallidi da raccontare, di quelli che farebbero passare a molti la voglia di continuare a impegnarsi in una professione – o, meglio, una missione – tanto gravosa quanto importante. Tutti loro – al contrario –  sono rimasti lì al loro posto a combattere al fianco dei bambini e dei ragazzi affetti da malattie onco-ematologiche (leucemie, linfomi e tumori solidi), malattie congenite ed acquisite del sangue, difetti congeniti del sistema immunitario (immunodeficienze), malattie neoplastiche, istiocitosi e altre parole che “suonano” decisamente male alle orecchie di tutti noi.

Quest’anno, invece, i giovanissimi pazienti del Reparto di Oncologia Pediatrica dell’Ospedale Civico di Palermo, unitamente ai loro familiari e ai medici e infermieri operanti durante il turno antimeridiano del 17 dicembre 2013, hanno visto “aggirarsi” nei corridoi degli “strani” Carabinieri: essi avevano gli speroni ai piedi e due bande rosse sui pantaloni neri dell’uniforme e, al posto della pistola Beretta 92 d’ordinanza, avevano chi un clarinetto, chi un sassofono, chi una tromba, chi un tamburo… Altri non erano che i “nostri” validi musici della Fanfara del XII Battaglione Carabinieri “Sicilia”, guidati dall’ottimo Maresciallo M° Paolo Mario Sena contro le forze del male, capitanate dall’angoscia, dalla malinconia e della tristezza.

Possiamo solo immaginare lo stupore di quei fanciulli, ma sappiamo per certo che le note sprigionatesi dagli strumenti “suonano” assai meglio delle pesanti parole di cui sopra e che la “visita” agli ammalati da parte dei bandisti è stata indubbiamente più gradita di quella dei banditi dello scorso anno.

Non siamo in grado di descrivere la sincera gioia che questi Peter Pan hanno saputo regalare ai malati e ai loro familiari, ma possiamo incantarci a guardare il sorriso del “bimbo sperduto” ritratto nelle fotografie qui sopra con in testa il berretto con la fiamma d’argento al vento, che sembra simboleggiare la fiammella di rinnovata speranza che si è accesa nel suo cuore e in quello di tutti i suoi compagni di ospedale (i bambini dovrebbero avere soltanto compagni di giochi e compagni di scuola!).

La musica – è scientificamente provato! – ha grandi qualità terapeutiche non soltanto sulla psiche umana e, chissà…magari quello stesso fanciullo un giorno indosserà davvero quella bella divisa e regalerà con le sue note un pizzico di speranza ad altri bambini…anzi no, a qualche anziano: non ce ne vogliano gli anziani, ma proprio non sopportiamo l’idea che dei bambini si ritrovino a stare tanto male e vorremmo saperli tutti sani e sereni.

Sereni lo sono stati almeno in questa bella occasione pre-natalizia, organizzata dalla IV Circoscrizione del Comune di Palermo, cui va il nostro placet.

Il nostro applauso virtuale va invece al Capo Fanfara, il Maresciallo Paolo Mario Sena,  per aver saputo adattare all’organico di musicisti a sua disposizione, trascrivendoli in modo assai efficace e puntuale i seguenti brani natalizi:

JINGLE BELLS: ispirata alle corse con le slitte sulla neve, fu composta nell’inverno del 1850 da Lord James Pierpont a Medford (Massachussetts), pubblicata il 16 settembre 1857 col titolo “One Horse Open Sleigh” e incisa nel 1859 col titolo definitivo di “Jingle Bells (the One Horse Open Sleigh)”;

ASTRO DEL CIEL: versione italiana, scritta dal prete bergamasco Angelo Meli e pubblicata nel 1937 dalle Edizioni Carrara di Bergamo, della più nota STILLE NACHT (scritta nell’inverno del 1816 dal reverendo Joseph Mohr di Mariapfarr nel Lungau e composta dall’insegnante di musica e organista Franz Xaver Gruber il 24 dicembre 1818, fu eseguita per la prima volta durante la Messa di quella stessa Vigilia di Natale dalle loro due voci soliste, dal coro di Oberndorf e dalla chitarra dello stesso Gruber poiché i topi avevano rosicchiato proprio la sera prima il mantice dell’organo della chiesa di San Nicola e si diffuse ben presto in tutto il mondo, assumendo diversi testi originali nelle oltre trecento lingue delle varie nazioni in cui essa viene abitualmente eseguita); 

O TANNENBAUM: della melodia si sa ben poco poiché essa fu composta da un anonimo autore tedesco in un periodo presumibilmente compreso tra il XVI e il XVII secolo, pubblicata per la prima volta nel 1799 ed utilizzata in alcune antiche canzoni studentesche quali Lauriger Horatius e Gott grüß dich, bruder staudinger. Per quanto riguarda il testo si che di esso la prima strofa fu scritta nel 1819 dall’organista di Lipsia Joachim August Zarnack, ispiratosi ad un brano popolare della Slesia dal titolo “Ach Tannenbaum” che era stato composto nel XVI secolo da Melchior Franck e al cinquecentesco canto popolare “Es hing ein Stallknecht seinen Zaum”, mentre invece la seconda e la terza strofa furono aggiunte nel 1824 da tal Ernst Gebhardt Anschütz;

ADESTE FIDELES: di questo arcinoto canto natalizio in lingua latina si conosce soltanto il nome del copista, Sir John Francis Wade, che nel 1743-44 trascrisse materialmente il testo e la melodia di un canto popolare irlandese per il coro cattolico della cittadina francese di Douai, a quel tempo importante centro cattolico di riferimento e di rifugio per i cattolici perseguitati dai protestanti nelle Isole britanniche. In realtà, però, soltanto le strofe I, V, VI e VII furono trascritte da Wade poiché le strofe II, III e IV vennero composte nel 1794 da tal Étienne-Jean-François Borderies e l’VIII da un anonimo.

La Fanfara ha eseguito anche un pezzo molto amato da adulti e bambini, intitolato DISNEY FANTASY: una fantasia originale composta dal giapponese Naohiro Iwai che si è chiaramente ispirato alle colonne sonore dei film di animazione e ai personaggi di Walt Disney.

Per dare la necessaria carica per le future “battaglie” di pazienti, familiari e medici, non poteva mancare la famosa RADEZKY MARSCH, marcia militare composta da Johann Strauss padre per celebrare il ritorno a Milano del maresciallo Josef Radetzky dopo i moti rivoluzionari in Italia del 1848.

Ad aprire il concerto, naturalmente, LA FEDELISSIMA, marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri sin dal 1929 composta da Luigi Cirenei, che ne fu il secondo Maestro Direttore in ordine cronologico dopo Luigi Cajoli.

In chiusura, come sempre, IL CANTO DEGLI ITALIANI. Esso si deve al generoso patriottismo di due genovesi che rispondono al nome di Goffredo Mameli (testo) e Michele Novaro (musica) e “debuttò” il 10 dicembre 1847, quando fu suonato dalla Banda Municipale “Casimiro Corradi” di Sestri Ponente sul piazzale del “Santuario della Nostra Signora di Loreto” a Oregina (Genova) in occasione del centenario della cacciata degli austriaci da Genova. Gli oltre trentamila presenti lo impararono presto a memoria e lo diffusero tra i patrioti risorgimentali: le sue note e parole riecheggiavano in ogni dove durante la famose “Cinque giornate di Milano” del 1848 e nel 1862 Giuseppe Verdi lo inserì, accanto a “God Save the Queen” e alla Marsigliese, nel suo “Inno delle Nazioni” composto per l’Esposizione Universale di Londra. In sostituzione della “Marcia Reale”, esso veniva usato come Inno Nazionale de facto della nascente Repubblica Italiana dal 1946, ma soltanto la legge n. 222 del 23 novembre 2012 ne ha sancito ufficialmente e definitivamente l’adozione quale Inno Nazionale della Repubblica Italiana, ne ha prescritto l’insegnamento nelle scuole e lo ha inserito nelle celebrazioni della Giornata dell’Unità Nazionale, dell’Inno, della Costituzione e della Bandiera che da quest’anno festeggeremo il 17 marzo di ogni anno, assistendo al Cambio della Guardia d’Onore al Quirinale in forma solenne eseguito dalle Guardie della Repubblica (il Reggimento Corazzieri dell’Arma dei Carabinieri) e accompagnato musicalmente e scenograficamente dalla magnifica Fanfara del IV Reggimento Carabinieri a Cavallo, diretta dal Maresciallo Aiutante Fabio Tassinari.

Al termine del bellissimo concerto, forse breve ma senza dubbio intenso, il Maresciallo Paolo Mario Sena (Capo Fanfara), il Capitano Alessandro Trovato (Comandante della Prima Compagnia del Battaglione Carabinieri “Sicilia”) e il Tenente Colonnello Emanuele De Ciucieis (Comandante del Battaglione Carabinieri “Sicilia”) si sono recati personalmente in visita a ciascuno dei bambini più gravi che non avevano potuto lasciare il proprio letto per andare ad ascoltare il concerto.

Al loro abbraccio paterno non possiamo far altro che unirci spiritualmente e augurare a tutti i bambini e a coloro che, a vario titolo, li assistono e li sostengono un periodo natalizio il più possibile sereno.

Ai bravissimi musici della Fanfara del XII Battaglione Carabinieri “Sicilia” e a tutti i Carabinieri del Battaglione e della Legione “Sicilia” il nostro più sincero augurio di Buone Feste e un gigantesco: <<GRAZIE DI ESISTERE E DI ESSERE COME SIETE!>>

Ai bambini e a tutti voi dedichiamo, infine, queste parole di Gianni Rodari:

<<S’io fossi il mago di Natale farei spuntare un albero di Natale in ogni casa, in ogni appartamento dalle piastrelle del pavimento, ma non l’alberello finto, di plastica, dipinto che vendono adesso alla U.P.I.M.: un vero abete, un pino di montagna, con un po’ di vento vero, impigliato tra i rami, che mandi profumo di resina in tutte le camere, e sui rami i magici frutti: regali per tutti… Poi con la mia bacchetta me ne andrei a fare magie per tutte le vie. In via Nazionale farei crescere un albero di Natale carico di bambole d’ogni qualità, che chiudono gli occhi e chiamano papà, camminano da sole, ballano il rock an’roll  e fanno le capriole. Chi le vuole, le prende: gratis, s’intende. In piazza San Cosimato faccio crescere l’albero del cioccolato; in via del Tritone l’albero del panettone; in viale Bruno Buozzi, l’albero dei maritozzi e in largo di Santa Susanna, quello dei maritozzi con la panna. Continuiamo la passeggiata? La magia è appena cominciata: dobbiamo scegliere il posto all’albero dei trenini…va bene piazza Mazzini? Quello degli aeroplani, lo faccio in via dei Campani.  Ogni strada avrà un albero speciale e, il giorno di Natale, i bimbi faranno il giro di Roma a prendersi quel che vorranno. Per ogni giocattolo colto dal suo ramo, ne spunterà un altro dello stesso modello o anche più bello. Per i grandi invece ci sarà, magari in via Condotti, l’albero delle scarpe e dei cappotti. Tutto questo farei se fossi un mago…però non lo sono: che posso fare? Non ho che auguri da regalare: di auguri ne ho tanti, scegliete quelli che volete, prendeteli tutti quanti!>>