La Vergine degli Angeli

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Il Maestro Giuseppe Verdi si recava spesso a pregare presso un altare minore nella chiesa della Collegiata di Cortemaggiore, situata a pochi chilometri dal paese natale di sua madre: su di esso campeggia un grande dipinto – opera di Francesco Scaramuzza (Parma 1805 – 1886) intitolata “La resurrezione di Maria” – in cui appare la Vergine portata in cielo da una folta schiera di angeli *.

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Probabilmente egli si ispirò proprio a questa tela durante la composizione dell’inno religioso in Sol maggiore – ambientato nella chiesa della Madonna degli Angeli di Hornachuelos – che conclude il finale del secondo atto de “La forza del Destino”: esso è intonato da un coro di voci maschili irrobustite dalle voci soliste di un basso e di un baritono, accompagnati dai violoncelli, e ingentilito dalla voce solista del soprano, accompagnata dall’arpa. Questo inno, comprensivo del finale del II atto, viene spesso eseguito anche in forma di concerto e ne esiste anche una bellissima trascrizione per banda di Amilcare Ponchielli (op. 270).

Possiamo ascoltarne qui la trascrizione per banda del Capitano M° Antonella Bona: la gradevole voce di Claudia Toti Lombardozzi è accompagnata dalla Banda dell’Esercito Italiano, diretta dal Tenente Colonnello M° Fulvio Creux http://youtu.be/AEJOnwM4RZA.

Non si può tuttavia presentare tale inno senza parlare dell’opera in cui esso è inserito e del periodo in cui questa prese forma.

Era il 1861 quando Giuseppe Verdi fu contattato dal Primo Ministro Camillo Benso Conte di Cavour – che gli proponeva la candidatura nelle elezioni per la Camera dei Deputati – e dal Teatro Imperiale di San Pietroburgo **, intenzionato a commissionargli un’opera. Superfluo dire quale fu la scelta del Maestro…

Il soggetto di partenza sembra dovesse essere il “Ruy Blas” di Victor Hugo, che però non superò il vaglio della censura zarista. Verdi propose dunque il dramma “Don Alvaro – La fuerza del sino” – scritto dal nobile drammaturgo spagnolo Ángel de Saavedra y Ramírez, che aveva trionfato nel decennio precedente in tutti i teatri di Madrid – e il direttore del Teatro Imperiale accettò immediatamente e gli concesse, per contratto, un lauto compenso. Il compositore chiamò a Busseto il librettista Francesco Maria Piave per tracciare insieme le linee generali dell’opera e per verificare alcuni punti due mesi dopo. Alla fine di novembre, dopo qualche contatto epistolare tra il compositore e lo scrittore, lo spartito era pronto, ma non ancora la partitura musicale: ciò nonostante Verdi partì per San Pietroburgo insieme a Giuseppina Strepponi, ma l’opera non poté andare in scena a causa dell’improvvisa malattia della primadonna Emilia La Grua e il debutto venne rinviato alla stagione successiva. La Prima de “La forza del destino” venne quindi offerta al pubblico del Teatro Imperiale di San Pietroburgo la sera del 10 novembre 1862: lo Zar Alessandro II, assente alle precedenti per malattia, assistette insieme alla Zarina alla quarta replica e, al termine della rappresentazione, si congratulò personalmente col Maestro e volle insignirlo dell’Ordine Imperiale di San Stanislao. Al termine della stagione teatrale russa, l’opera verdiana riscosse grandi successi a Madrid. In Italia l’opera debuttò, col titolo di “Don Alvaro”, al Teatro Apollo di Roma  il 7 febbraio 1863. Dopo qualche modifica apportata al testo da parte di Antonio Ghislanzoni (oggetto di cambiamento il terzo atto, dalla sesta scena alla fine,  e il quarto atto, dalla quinta scena alla fine, e il finale) l’opera venne portata in scena al Teatro alla Scala di Milano il 27 febbraio del 1869. Al Teatro Costanzi di Roma andò in scena il 28 dicembre 1915. All’Arena di Verona è andata in scena negli anni 1930, 1950, 1953, 1959, 1967, 1975, 1978, 1989 e 2000 in oltre sessanta rappresentazioni, risultando al tredicesimo posto delle opere maggiormente presenti nel cartellone del Festival lirico areniano.
Al Metropolitan Opera House di New York debuttò il 15 novembre 1918 – con Rosa Ponselle http://youtu.be/lqyxV-4GmOM – ed è stata rappresentata, sino a oggi oltre duecentotrenta volte. Al Wiener Staatsoper – dopo il grande successo di  Antonietta Stella http://youtu.be/BhG5Kaed-o0 – oltre centoottanta rappresentazioni seguirono alla prima del 23 settembre 1960.

La trama si svolge tra Italia e Spagna intorno alla metà del XVIII secolo.

I – Donna Leonora di Vargas (soprano) e il nobile indio don Alvaro (tenore) si preparano a fuggire nottetempo da Siviglia per evitare l’opposizione del marchese di Calatrava (basso) al loro matrimonio: Leonora, nonostante tutto affezionata al padre, medita sull’incertezza del proprio destino nel dire addio alla terra natia, ma l’arrivo di Alvaro fa svanire i suoi ultimi dubbi. I due vengono sorpresi dal marchese, che rinnega la figlia e ordina ai servi di arrestare il giovane: questi, proclamandosi unico colpevole e dichiarandosi pronto a subirne la punizione, getta a terra la pistola da cui parte il colpo che uccide il padre di Donna Leonora. Il marchese di Calatrava, morendo, maledice la propria figlia e i due sventurati amanti sono dunque costretti a fuggire nella notte.

II – Dopo circa un anno e mezzo di instancabile ricerca dei due amanti per vendicare la morte del padre, Don Carlo (baritono) si spaccia per uno studente agli occhi degli avventori di un’osteria di Hornanchuelos: la zingara Preziosilla (mezzosoprano), alcuni soldati, un mulattiere e alcuni pellegrini, tra cui – travestita da uomo – la stessa Leonora decisa a raggiungere il Monastero della Vergine degli Angeli, nei pressi del quale intende vivere in solitudine. Proprio dal racconto del suo ignaro fratello, ella apprende che don Alvaro – creduto morto – è ancora in vita e, temendo per la sua incolumità, si convince ancor più della necessità di ritirarsi in eremitaggio. Leonora, appena giunta al monastero, si affida alla Vergine implorando perdono per i propri peccati quindi si rivolge al padre guardiano (basso), cui rivela la propria identità e il sincero desiderio di espiazione. Il monaco – indulgente e comprensivo – l’avverte che la vita che l’attende è piena di stenti e cerca di convincerla per l’ultima volta a ritirarsi in clausura all’interno del convento piuttosto che in assoluto eremitaggio in una misera grotta, ma – constatata la fiduciosa costanza della giovanetta – accoglie la sua richiesta e le consegna un saio. I monaci, chiamati a raccolta dal padre guardiano, si rivolgono in coro alla Madonna, maledicendo chiunque oserà infrangere l’anonimato dell’eremita.

Dopo alcuni anni…

III – La lotta tra i soldati spagnoli e l’esercito imperiale infuria nella notte di Velletri (Italia, zona dei Castelli Romani): tra le fila dei granatieri spagnoli combatte Don Alvaro che, non sopportando le proprie sventure, spera di trovare una morte onorevole in battaglia. Nel ricordo del proprio vissuto di orfano discendente della famiglia reale degli Incas, ripensando alla notte fatale in cui vide per l’ultima volta l’amata,  rivolge la propria preghiera alla “sua” Leonora, che crede morta. Il principe indio, avendo udito il lamento di un soldato ferito, accorre in suo aiuto e gli salva la vita: i due si giurano eterna amicizia, ignorando ciascuno l’identità dell’altro. L’indomani, tuttavia, lo stesso Don Alvaro cade ferito e viene soccorso e trasportato dal suo nuovo amico, al quale affida un plico sigillato contenente un segreto che non dovrà mai essere rivelato e che dovrà essere bruciato nel momento della sua morte. Il compagno d’arme – insospettito dall’orrore provato dall’amico al nome dei Calatrava – rompe il giuramento, apre la borsa contenente il plico e vi trova un ritratto di sua sorella Leonora: costui altri non era, infatti, che Don Carlo. Egli, determinato a vendicare il proprio padre, sfida il ferito Don Alvaro a duello. I due hanno già incrociato le spade quando sopraggiunge la ronda: il nobile indio ne approfitta per fuggire e troverà poi rifugio in un monastero (superfluo dire che si tratta del Monastero della Vergine degli Angeli nei pressi di Hornachuelos, dove già si trovava la giovane Leonora, ma ai due ancora non è dato sapere della presenza l’uno dell’altra e viceversa). Nell’accampamento, intanto, ricomincia la vita di sempre: la zingara Preziosilla incita i soldati spagnoli alla battaglia e predice loro il futuro.

Dopo oltre cinque anni

IV – Nei pressi del Monastero degli Angeli il frate Melitone (baritono) distribuisce sgarbatamente la minestra ai poveri, che rimpiangono la gentilezza di padre Raffaele (Don Alvaro). Anche Don Carlo, giunto lì dopo anni di ricerche per vendicare la morte del proprio padre, chiede di lui e, scovatolo, lo sfida nuovamente a duello. In un primo momento il principe Inca rifiuta il confronto, ma infine accetta di duellare non sopportando di sentirsi chiamare “codardo e mulatto”. Presso la grotta dove si è ritirata, Leonora, ancora piange il proprio destino di innamorata tanto sfortunata: avendo sentito rumori nelle vicinanze si è rifugiata nel proprio abituro, ma ode la voce di padre Raffaele (Don Alvaro) che cerca un confessore per dare i conforti religiosi all’agonizzante erede del Marchese di Calatrava. La giovane – terrorizzata – chiama aiuto, ma il suo amato la riconosce e, abbracciandola, la mette a parte del ferimento di suo fratello: ella si precipita a soccorrerlo, ma Don Carlo – ancora ossessionato dal desiderio di vendetta – la pugnala. Raggiunta dal padre guardiano, Leonora riceve i conforti religiosi e spira tra le braccia dell’amato Don Alvaro, augurandosi di ritrovarlo in cielo: egli, invece, rimasto definitivamente solo sulla terra, maledice il proprio destino (nella prima versione dell’opera messa in scena a San Pietroburgo si suicida, nella seconda no).

NOTA BENE:

Nonostante il successo che l’ha accompagnata nel corso degli anni, negli ambienti della musica lirica corre voce che quest’opera di Giuseppe Verdi porti sfortuna. Tale teoria trae spunto da una lunga serie di episodi negativi in qualche modo accostati a talune passate rappresentazioni della stessa. Alcune sono davvero di poco conto, ma altre sono abbastanza clamorose da meritare un cenno qui, non fosse altre che per curiosità:
1 – Durante la prima scena dell’Atto III, durante il recitativo di Alvaro prima dell’aria O tu che in seno agli angeli, il testo originale della prima edizione dell’opera metteva in bocca ad Alvaro la frase “Fallì l’impresa”: il fallimento di un’impresa teatrale era una sventura frequente nel mondo teatrale ottocentesco e nessun cantante o impresario voleva nemmeno sentir pronunciare una frase del genere. Il librettista Francesco Maria Piave finì la sua vita con una serie di sventure: nel 1866 si ammalò gravemente, il fratello fu imprigionato a Venezia per alto tradimento e la madre impazzì. Nel 1867, caduto in miseria, si ritrovò costretto a chiedere in prestito 500 franchi a Verdi e il 5 dicembre di quell’anno rimase paralizzato fino alla morte che lo raggiunse nel 1876. A scanso di equivoci, il suo successore Ghislanzoni sostituì la frase in questione con “Fu vana impresa”;
2 – Il 1 settembre 1939 La forza del destino era in cartellone al Teatro Wielki di Varsavia: quel giorno ebbe inizio la Seconda guerra mondiale proprio con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista;
3 – Il 4 marzo 1960, al Metropolitan di New York, il grande baritono Leonard Warren perì sul palcoscenico – durante la messa in scena dell’opera – a causa di una trombosi che lo colpì proprio nel momento in  cui intonava l’aria “Morir, tremenda cosa”. Nella stessa stagione di rappresentazione dell’opera furono numerosi anche gli incidenti sul palcoscenico: la barba del Padre Guardiano si staccò, la zingara Preziosilla inciampò nei tamburi, Don Alvaro entrò in scena scordandosi le parole e persino la pistola, il direttore d’orchestra precipitò sui violinisti, impresari e consiglieri di amministrazione litigarono furiosamente liti fra impresari e consigli d’amministrazione, alcuni cantanti dettero forfait, altri fecero terribili stecche o incorsero in cadute sul palco;
4 – L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino stava effettuando una prova d’insieme dell’opera all’interno del Teatro Bunka Kaikan di Tokyo l’11 marzo 2011 proprio nel momento in cui il Giappone venne colpito dalla prima violentissima scossa del tremendo terremoto di Sendai;
5 – L’8 luglio 2011 era in programma a Nairobi il concerto “Le vie dell’amicizia”, cui dovevano partecipare le due orchestre giovanili italiane Cherubini e OGI e due cori che avrebbero dovuto eseguire la Sinfonia de La forza del destino, sotto la direzione del M° Riccardo Muti:  durante le prove un ragazzo keniota e l’accompagnatore italiano del suo gruppo di artisti perirono affogati in mare; i componenti delle due orchestre italiane riuscirono ad arrivare in Kenya soltanto poche ore prima del concerto a causa dell’improvviso fallimento della compagnia aerea che doveva garantire il volo.

Qui mi fermo e vi lascio in compagnia di Renata Tebaldi , di Maria Callas e di Barbara Frittoli e ca a Maronna v’accumpagni anzi che La Vergine degli Angeli vi copra del suo manto e vi protegga vigile l’Angiol di Dio.

P.s.: Con tutto il rispetto, “par scuressa” – come direbbe un mio caro amico forlivese – se avete lasciato l’automobile parcheggiata in doppia fila o davanti a un passo carrabile sarà il caso che andiate a spostarla: non vorrei che alla parola “vigile” si materializzasse un vigile urbano ad apporre una bella multa sul parabrezza della vostra automobile o addirittura un carro attrezzi 😉

* Non me ne vogliano i piacentini, ma io non penso che Giuseppe Verdi possa aver tratto ispirazione dalla succitata tela di Francesco Scaramuzza che si trova nella Collegiata di Cortemaggiore (PC).

** Il Teatro Imperiale di San Pietroburgo si chiama ora Teatro Mariinsky (Мариинский театр): cogliamo l’occasione per salutarne il magnifico direttore Valery Gergiev che ho avuto il piacere di salutare de visu lo scorso anno a Roma presso l’auditorium Parco della Musica proprio in occasione dell’esecuzione della Sinfonia de La forza del destino. Ieri sera ho appreso che “per problemi strettamente personali, Valery Gergiev ha dovuto annullare i concerti previsti a febbraio a Santa Cecilia” e dunque non dirigerà per noi la Sinfonia n. 2 “Resurrezione” di Gustav Mahler: in bocca al lupo, Maestro!

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